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La rivolta del Campidoglio rischia di innescare e fornire gli alibi a una nuova era di repressione politica.

La rivolta del Campidoglio rischia di innescare e fornire gli alibi a una nuova era di repressione politica.

Una nuova era di repressione politica è in arrivo, in un momento in cui abbiamo più bisogno di protestare. E sarà una repressione bipartisan.

di Akin Olla, per theguardian.com    Traduzione: Intersecta

Il sindaco di New York Bill de Blasio ha dichiarato oggi il coprifuoco dalle 23:00 alle 5:00, poiché delle proteste contro il razzismo, a volte violente,  agitano le comunità a livello nazionale. Dicendo di “sostenerela protesta pacifica”, De Blasio ha twittato di aver preso la decisione in consultazione con il governatore dello stato Andrew Cuomo, seguendo l’esempio di molte grandi città statunitensi che hanno istituito il coprifuoco nel tentativo di reprimere violenza e saccheggi.

Dopo il tentativo di insurrezione fascista al Campidoglio degli Stati Uniti, amministratori progressisti e liberali hanno iniziato a imitare gli appelli alla “legge e all’ordine” delle loro controparti conservatrici, arrivando persino a minacciare di condurre una “guerra al terrore”. Sebbene ciò possa essere anche ispirato da buoneintenzioni, si adatta perfettamente alla traiettoria degli attacchi contro le libertà civili negli ultimi due decenni. Un’amministrazione Biden con un Senato 50-50 o poco più cercherà l’unità e il compromesso ovunque possa trovarli, e l’oppressione dei dissidenti politici sarà il collante per tenere insieme  il governo Biden.

Una vasta gamma di attori all’interno del governo degli Stati Uniti ha da tempo previsto e ha iniziato a prepararsi per una nuova era di proteste e instabilità politica. Nel 2008 il Pentagono ha lanciato la Minerva Initiative, un programma di ricerca volto a studiare i movimenti di massa e la loro diffusione. Uno dei progetti legati a tale programma metteva insieme gli  attivisti pacifici con i “sostenitori della violenza politica” e riteneva bisognasse studiare le associazioni di attivismo insieme alle organizzazioni terroristiche attive.

E’ tutto pronto per il tentativo di Biden di unire i partiti puntando su “legge e ordine”, solo con toni leggermente diversi da quelli del suo predecessore.

Un “war game” del 2018 messo in atto dal Pentagono ha visto studenti e docenti delle università militari creare piani per schiacciare una ribellione guidata da membri disillusi della Generazione Z (persone nate fra dopo il 1996). Questa ipotetica “ZBellion” includeva una “campagna informatica globale per denunciare l’ingiustizia e la corruzione”. Una campagna che nella vita reale sarebbe senza dubbio monitorata dal programma Prism della NSA, che capta e passa al vaglio la stragrande maggioranza delle comunicazioni elettroniche negli Stati Uniti. Prism è stato sviluppato nel 2007, in parte per paura che i disastri ambientali potessero portare a un aumento della protesta anti-governativa.

Tutto ciò rafforza il già opprimente apparato di sorveglianza post 11 settembre sviluppato attraverso il Patriot Act, un atto legislativo bipartisan sostenuto all’epoca dal presidente eletto Biden.

Sebbene alcuni di questi strumenti siano stati sviluppati per “combattere il terrorismo”, in pratica sono stati utilizzati anche per monitorare e interferire con il lavoro degli attivisti, portando a violazioni delle libertà civili come l’infiltrazione di agenti sotto copertura del NYPD in gruppi di studenti musulmani degli Stati del nordest. E ogni presidente dopo l’11 settembre ha aggiunto del suo, aumentando costantemente il potere delle agenzie federali e locali di sorvegliare, detenere e perseguire coloro che sembrano rappresentare una sfida allo status quo.

Questo livello di repressione viene portato avanti anche dagli Stati. Dal 2015, 32 stati hanno approvato leggi volte a scoraggiare e punire coloro che intraprendono boicottaggi contro Israele. Molti stati hanno anche lavorato per smantellare associazioni studentesche un tempo istituzionalizzate in tutto lo stato come l’Arizona Student  Association e lo United Council of Wisconsin, in un colpo solo distruggendo l’opposizione agli aumenti delle tasse scolastiche e sradicando un importante alleato dei movimenti sociali, come Campagna per il boicottaggio e le sanzioni (BDS) contro Israele.

I repubblicani chiedono da tempo una maggiore repressione degli attivisti, ma il coro ha raggiunto un crescendo nell’era della Black Lives Matter e delle proteste per il clima

Negli ultimi cinque anni, nei singoli Stati sono state introdotte 116 proposte di legge per aumentare le sanzioni per le proteste di ogni tipo, comprese le chiusure autostradali e le occupazioni. Ventitré di questi progetti di legge sono diventati legge in 15 stati. Dopo l’uccisione di George Floyd e le successive rivolte, abbiamo assistito a un altro flusso di proposte. Ad esempio, il governatore della Florida Ron DeSantis vorrebbe rendere un crimine la semplice partecipazione a una protesta che porta a danni alla proprietà o a blocchi stradali, mentre garantisce protezione alle persone che colpiscono quegli stessi manifestanti con le loro auto. Dopo l’assalto al Campidoglio, DeSantis, un alleato di Trump, ha ampliato queste proposte con più disposizioni e conseguenze più dure. L’unica cosa che finora ha impedito l’approvazione di molte di queste leggi è stata l’opposizione dei Democratici.

Ma ora i Democratici hanno capito la musica e sono tornati ai loro appelli post 11 settembre per intensificare la “guerra al terrore”. Joe Biden ha già chiarito che intende rispondere a questo ruchiamo. Ha chiamato i rivoltosi “terroristi interni” e “insurrezionalisti”, entrambi termini usati per designare coloro le cui libertà civili lo stato è apertamente autorizzato a violare. Ha dichiarato che sarà una priorità approvare una nuova legge contro il terrorismo interno e ha nominato la possibilità di creare un nuovo incarico alla Casa Bianca per combattere gli estremisti violenti di ispirazione ideologica.

Queste mosse non devono essere prese come minacce vuote da  parte di Biden. E’ tutto pronto per il tentativo di unire i partiti attorno alla figura di un presidente gentile ma “legge e ordine”, e schiacciare efficacemente qualsiasi movimento sociale che si opponga allo status quo. Gran parte del Patriot Act stesso era basato sul disegno di legge anti-terrorismo di Biden del 1995, e Biden avrebbe continuato a lamentarsi del fatto che il Patriot Act non si fosse spinto abbastanza lontano dopo che alcune delle sue disposizioni per aumentare ulteriormente il potere della polizia di sorvegliare gli obiettivi erano state rimosse. Biden vorrà disperatamente dimostrare la sua competenza e dimostrare che non è il “codardo delle proteste”, come lo ha accusato Trump. Questo, combinato con le richieste di repressione da parte di Democratici, Repubblicani e ampi segmenti dell’opinione pubblica americana, è una tempesta perfetta per un’escalation radicale nella guerra decennale alle libertà civili e al nostro diritto di protestare, in un momento in cui ne abbiamo oltremodo bisogno.

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Il privilegio di essere nella stanza

Il privilegio di essere nella stanza

Come anche i concetti in astratto più condivisibili, possono diventare problematici se non situati nei contesti.

Di Olùfémi O. Tàiwò per thephilosopher     Traduzione: Intersecta

“Ho abbandonato il campo perché non credo di essere la persona giusta per scrivere questa storia – Non ho idea di cosa significhi essere Nera… Posso inviarti anche il documento Google con i miei appunti?”

Mi ritrassi interiormente. Era un’offerta innocente e adeguatamente motivata: Helen, una giornalista freelance, si stava offrendo di rinunciare a qualcosa per me, per via di un ethos di giustizia razziale. Ma temevo che fosse anche una trappola.
Anche mettendo da parte l’errore sulle dinamiche di potere della conversazione (sono nero, ma anche un professore di ruolo), c’era un problema qui che avevo già visto prima molte volte. Dietro il presupposto che io avessi una visione esperienziale che le mancava c’era l’impronta culturale riconoscibile di una prospettiva molto discussa e polarizzante sulla conoscenza e sulla politica: l’epistemologia del punto di vista.

Se si prende in considerazione una definizione da manuale dell’epistemologia del punto di vista, potrebbe essere difficile intravedere la controversia che ruota attorno a questa idea. L’International Encyclopedia of Philosophy lo riduce a tre affermazioni dal suono innocuo:
1) La conoscenza è socialmente situata;
2) Le persone emarginate hanno alcuni vantaggi posizionali nell’acquisire alcune forme di conoscenza;
3) I programmi di ricerca dovrebbero riflettere questi fatti.
Liam Kofi Bright sostiene in modo persuasivo che queste affermazioni sono derivabili da una combinazione di 1) impegni empirici di base e 2)un resoconto minimamente plausibile di come il mondo sociale influenza la conoscenza dei gruppi a partire da ciò che cercano e trovano.
Quindi, se il problema non è l’idea di base, qual è? Penso che riguardi meno le idee fondamentali e più le norme prevalenti che le convertono in pratica.

L’appello ad “ascoltare le persone più colpite” o “mettere al centro le più emarginate” è onnipresente in molti circoli accademici e attivisti. Ma non mi è mai piaciuto. Nella mia esperienza, quando le persone dicono di aver bisogno di “ascoltare le persone più colpite”, non è perché intendono organizzare chiamate Skype ai campi profughi o collaborare con persone senza casa. Piuttosto, ha significato più spesso dare autorità discorsiva e attenzione a coloro che si adattano più comodamente alle categorie sociali associate a questi mali, indipendentemente da ciò che effettivamente fanno o non sanno, o da ciò che hanno o non hanno sperimentato personalmente. Nel caso della mia conversazione con Helen, la mia categoria razziale mi ha legato in modo più “autentico” a un’esperienza che nessuno di noi due aveva avuto. È stata chiamata a delegare a me dalle regole del gioco così come le intendevamo. Anche dove la posta in gioco è alta – dove potenziali ricercatori/* stanno discutendo su come comprendere un fenomeno sociale, dove attivist* stanno decidendo a quale obiettivo mirare – queste regole spesso prevalgono.
La trappola non era data dal fatto che l’epistemologia del punto di vista stava influenzando la conversazione, ma dal come. In generale, le norme per mettere in pratica l’epistemologia del punto di vista richiedono pratiche di deferenza: offrire, passare il microfono, credere. Si tratta in molti casi di buone idee e le norme che ci chiedono di essere pront* ad applicarle hanno motivazioni ammirevoli: il desiderio di aumentare il potere sociale delle persone emarginate identificate come fonti di conoscenza e legittime destinatarie di comportamenti deferenti. Ma deferire in questo modo come regola od orientamento politico predefinito può effettivamente funzionare contro gli interessi dei gruppi emarginati, specialmente negli spazi delle élite.

Alcune stanze hanno un potere e un’influenza fuori misura: la Situation Room, la redazione, il tavolo delle trattative, la sala conferenze. Trovarsi in queste stanze significa essere in grado di influenzare le istituzioni e le più ampie dinamiche sociali decidendo cosa si deve dire e fare. L’accesso a queste stanze è di per sé una sorta di vantaggio sociale e spesso si ottiene grazie a qualche vantaggio sociale precedente. Da un punto di vista sociale, le persone “più colpite” dalle ingiustizie sociali che associamo a identità politicamente importanti come sesso, classe, razza e nazionalità hanno una probabilità sproporzionata di essere incarcerate, sottoccupate o parte del 44% della popolazione mondiale senza l’accesso a Internet – e quindi allo stesso tempo lasciate fuori dalle stanze del potere e in gran parte ignorate dalle persone all’interno di esse. Le persone che superano le varie pressioni di selezione sociale, le quali filtrano le identità sociali associate a questi effetti negativi, hanno maggiori probabilità di finire nella stanza. Cioè, è più probabile che si trovino nella stanza proprio a causa dei modi in cui sono sistematicamente diversi (e quindi potenzialmente non rappresentativi) dalle stesse persone che vengono poi invitate a rappresentare nella stanza.
Sospettavo che l’offerta di Helen fosse una trappola. Non è stata lei a crearla, ma minacciava di intrappolarci tutt’e due allo stesso modo. Norme culturali più ampie – come quella messa in atto anteponendo affermazioni con “In quanto uomo di colore…” – hanno generato una serie di pratiche rispettose del punto di vista che molti di noi conoscono consciamente o inconsciamente a memoria. Tuttavia, le forme di deferenza che spesso seguono risultano infine auto-indebolenti e servono solo al controllo sulle agende politiche e sulle risorse da parte delle persone più avvantaggiate di un gruppo. Se vogliamo usare l’epistemologia del punto di vista per sfidare accordi di potere ingiusti, è difficile immaginare come potremmo fare di peggio.

Per dire cosa c’è di sbagliato nelle applicazioni popolari e deferenti dell’epistemologia del punto di vista, dobbiamo capire cosa la rende popolare. Si presentano una serie di risposte ciniche: alcune (specialmente le persone socialmente più avvantaggiate) non vogliono veramente il cambiamento sociale, vogliono solo l’apparenza di esso. Oppure, la deferenza verso i personaggi delle comunità oppresse è una performance che depura, giustifica o semplicemente distrae dal fatto che la persona a cui si deferisce ha abbastanza privilegi nella “stanza” perché ne consegua l’“elevazione” della sua prospettiva.
Sospetto che ci sia del vero in queste opinioni, ma non sono soddisfatto. Molte delle persone che sostengono e mettono in atto queste norme deferenti sono piuttosto come Helen: motivate dalle giuste ragioni, ma fiduciose nelle persone con cui condividono queste stanze per aiutarle a trovare la corretta espressione pratica dei loro impegni morali comuni. Non abbiamo bisogno di attribuire la malafede a tutt* o anche alla maggior parte di coloro che interpretano l’epistemologia del punto di vista in modo deferente per spiegare il fenomeno, e non è nemmeno chiaro come ciò sarebbe d’aiuto. Le cattive “coinquiline” non sono il problema per lo stesso motivo per cui Helen non era una buona coinquilina: il problema emerge da come le stanze stesse sono costruite e gestite.

Per tornare all’esempio iniziale di Helen, il problema non era semplicemente che non ero cresciuto nel tipo di comunità a basso reddito e ridimensionata che lei immaginava. La situazione epistemica era molto peggiore di questa. Molti dei fatti su di me che rendevano le mie possibilità di vita diverse da quelle delle persone che lei immaginava erano gli stessi fatti che rendevano probabile che mi venissero offerte cose per loro conto. Se fossi cresciuto in una comunità del genere, probabilmente non saremmo stat* al telefono insieme.
Molti aspetti del nostro sistema sociale fungono da meccanismi di filtraggio, determinando quali interazioni avvengono e tra chi, e quindi quali modelli sociali le persone sono in grado di osservare. Per la maggior parte del 20° secolo, il sistema delle quote di immigrazione degli Stati Uniti ha reso l’immigrazione legale con un percorso di cittadinanza quasi esclusivamente disponibile per persone europee (guadagnandosi la considerazione di Hitler in quanto ovvio “leader nello sviluppo di politiche esplicitamente razziste su nazionalità e immigrazione”). Ma l’Immigration and Nationality Act del 1965 ha aperto possibilità di immigrazione, con una preferenza per il “lavoro qualificato”.
La qualifica dei miei genitori come lavoratori qualificati spiega molto il loro ingresso nel paese e i conseguenti vantaggi di classe e risorse monetarie (come la ricchezza) in cui sono nato. Il nostro non è un caso atipico: la popolazione nigeriano-americana è una delle popolazioni immigrate di maggior successo del paese. La selettività della legge sull’immigrazione aiuta a spiegare i tassi di rendimento scolastico della comunità diasporica nigeriana che mi ha cresciuto, il che a sua volta aiuta a spiegare il mio ingresso nelle classi esclusive Advanced Placement e Honours al liceo, che a sua volta aiuta a spiegare il mio accesso all’istruzione superiore… e così via, e così via.

È facile, quindi, vedere come questa forma deferente di epistemologia del punto di vista contribuisca alla conquista dell’élite su larga scala. Le stanze del potere e dell’influenza sono alla fine delle catene causali che hanno effetti di selezione. Man mano che si ottengono forme di istruzione sempre più elevate, le esperienze sociali si restringono: alcun* student* vengono indirizzat* ai dottorati di ricerca e altr* alle prigioni. I modi deferenti di trattare l’identità possono ereditare le distorsioni causate da questi processi di selezione. Ma è altrettanto facile vedere a livello locale – in questa stanza, in questa letteratura accademica o in questo campo, in questa conversazione – perché questa deferenza sembri avere un senso. Spesso si tratta di un miglioramento rispetto alla procedura epistemica che l’ha preceduta: la persona a cui si è deferito può benissimo essere posizionata epistemicamente meglio delle altre nella stanza. Potrebbe essere il meglio che possiamo fare conservando la maggior parte dei fatti sulle stanze stesse: quale potere risiede in esse, chi è ammess*.
Ma questi sono gli ultimi aspetti che dovremmo voler conservare. Fare meglio delle norme epistemiche che abbiamo ereditato da una storia di esplicito apartheid globale è uno standard terribilmente basso da imporsi. I fatti che spiegano chi finisce in quale stanza plasmano il nostro mondo in modo molto più potente dei litigi per il prestigio relativo tra persone che sono già entrate nelle stanze. E quando si parla di giustizia sociale, i meccanismi del sistema sociale che determinano chi entra in quale stanza spesso sono solo le parti della società a cui ci rivolgiamo. Ad esempio, il fatto che le persone incarcerate non possano partecipare alle discussioni accademiche sulla libertà che si svolgono fisicamente nel campus è intimamente correlato al fatto che sono rinchiuse in gabbie.
L’epistemologia della deferenza si caratterizza come una soluzione a un problema epistemico e politico. Ma non solo non riesce a risolvere questi problemi, ma ne aggiunge di nuovi. Si potrebbe pensare che le questioni di giustizia dovrebbero riguardare principalmente la risoluzione delle disparità riguardo all’assistenza sanitaria, alle condizioni di lavoro e alla sicurezza materiale e interpersonale di base. Eppure le conversazioni sulla giustizia sono state modellate da persone che hanno consigli pratici sempre più specifici su come impostare la distribuzione dell’attenzione e il potere discorsivo. Le pratiche di deferenza che portano a campagne focalizzate sull’attenzione (ad esempio, abbiamo letto troppi uomini bianchi, ora leggiamo alcune persone di colore) possono portare a fallimenti non da poco: l’attenzione data ai portavoce di gruppi emarginati potrebbe, ad esempio, spostare l’attenzione lontano dalla necessità di cambiare il sistema sociale che li emargina.
Le élite dei gruppi emarginati possono beneficiare di questa disposizione in modi compatibili con il progresso sociale. Ma trattare gli interessi delle élite di gruppo come necessariamente o addirittura presuntivamente allineati con gli interessi del gruppo implica un’ingenuità politica che non possiamo permetterci. Tale trattamento degli interessi delle élite funziona come una politica economica Reaganiana su base razziale: una strategia che si basa su fantasie sul tasso di cambio tra l’economia dell’attenzione e l’economia materiale.

Le dinamiche sociali che sperimentiamo hanno un ruolo enorme nello sviluppo e nel raffinamento della nostra soggettività politica e del nostro senso di noi stessi. Ma proprio questa forza dell’epistemologia del punto di vista – il suo riconoscimento dell’importanza della prospettiva – diventa la sua debolezza se combinata con norme e pratiche deferenti. L’enfasi sui modi in cui siamo emarginat* spesso corrisponde al mondo come l’abbiamo vissuto. Ma, da una prospettiva strutturale, le stanze in cui non abbiamo mai avuto bisogno di entrare (e le spiegazioni del motivo per cui possiamo evitare queste stanze) potrebbero avere più da insegnarci sul mondo e sul nostro posto in esso. Se è così, l’approccio deferente all’epistemologia del punto di vista impedisce in realtà il “centramento” o persino l’ascolto delle persone più emarginate; ci fa concentrare sull’interazione nelle stanze che occupiamo, piuttosto che farci rendere conto delle interazioni che non sperimentiamo. Questo fatto su chi è nella stanza, combinato con il fatto che parlare al posto di altr* genera una propria serie di problemi importanti (in particolare quando non sono lì per difendere se stess*), elimina le pressioni che potrebbero altrimenti turbare la centralità della nostra sofferenza – e della sofferenza delle persone emarginate a cui capita di entrare nelle stanze con noi.
Per coloro che deferiscono, l’abitudine può sovraccaricare la codardia morale. Le norme forniscono una copertura sociale per l’abdicazione di responsabilità: sposta su singoli eroi, su una classe di eroi o su un passato mitizzato il lavoro che dobbiamo fare ora nel presente. La loro prospettiva può essere più chiara su questa o quella materia specifica, ma il loro punto di vista generale non è meno particolare o vincolato dalla storia del nostro. Ancora più importante, la deferenza pone la responsabilità che è tutta nostra su persone selezionate e su, il più delle volte, una loro caricatura iper-purificata e completamente immaginaria.
Le stesse tattiche di deferenza che ci isolano dalle critiche, ci isolano anche dalla connessione e dalla trasformazione. Ci impediscono di impegnarci in modo empatico e autentico con le lotte di altre persone – prerequisiti della politica di coalizione. Man mano che le identità diventano sempre più attente ai dettagli e i disaccordi più acuti, ci rendiamo conto che la “politica di coalizione” (intesa come lotta attraverso la differenza) è, semplicemente, politica. Pertanto, l’orientamento deferente, come quella frammentazione della collettività politica che consente, è in definitiva anti-politico.
La deferenza piuttosto che l’interdipendenza può lenire le ferite psicologiche a breve termine. Ma lo fa a un prezzo altissimo: può minare gli obiettivi epistemici che motivano il progetto, e radica una politica inadatta a chiunque combatta per la libertà piuttosto che per il privilegio, per la liberazione collettiva piuttosto che per il mero vantaggio campanilistico.

In che modo un approccio costruttivo per mettere in pratica l’epistemologia del punto di vista differirebbe da un approccio deferente? Un approccio costruttivo si concentrerebbe sul perseguimento di obiettivi specifici o risultati finali piuttosto che evitare la “complicità” nell’ingiustizia o aderire ai principi morali. Si occuperebbe principalmente di costruire istituzioni e coltivare pratiche di raccolta di informazioni piuttosto che limitarsi ad aiutare. Si concentrerebbe sulla responsabilità piuttosto che sulla conformità. Si calibrerebbe direttamente al compito di ridistribuire le risorse sociali e il potere piuttosto che a obiettivi intermedi che prendono la fomra di piedistalli o simbolismi. Si concentrerebbe sulla costruzione e ricostruzione di stanze, non sulla regolazione del traffico al loro interno e tra di esse – sarebbe un progetto di creazione mondiale: mirato a costruire e ricostruire strutture reali di connessione e movimento sociale, piuttosto che mera critica di quelle che già abbiamo.
L’approccio costruttivo all’epistemologia del punto di vista è esigente. Chiede di nuotare controcorrente: di essere responsabili e reattiv* nei confronti delle persone che non sono ancora nella stanza, di costruire il tipo di stanze in cui potremmo sedere insieme, anziché semplicemente navigare con giudizio nelle stanze che la storia ha costruito per noi. Ma questa pesante richiesta è la norma quando si parla di politica della conoscenza: la filosofa americana Sandra Harding ha notoriamente sottolineato che l’epistemologia del punto di vista, correttamente intesa, richiede più rigore dalla scienza e dai processi di produzione della conoscenza in generale, e non meno.

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Poliziotti, frontiere e femministe pro carcere.

Poliziotti, frontiere e femministe pro carcere.

Come il femminismo pro carcere ha guadagnato popolarità anche se la polizia – e il più ampio sistema di giustizia penale – sono i principali responsabili della violenza contro le donne.

Estratto da “Revolting Prostitutes: The Fight for Sex Workers ‘Rights”, di Juno Mac e Molly Smith. Traduzione: Intersecta

C’è un’enfasi enorme sul ruolo della polizia – compresa la polizia di frontiera – come “soluzione” alla prostituzione. Anche persone e gruppi di sinistra sposano questa visione. Tuttavia, troverete davvero poco sulla polizia e sui confini nei discorsi di queste persone. Queste omissioni hanno portato all’illusione che si possa discutere delle leggi che governano il lavoro sessuale senza alcuna discussione su come tali leggi vengono attuate e da chi. Ma le leggi non sono solo “testi”,  sono anche ciò che la polizia materialmente fa.

Le istituzioni di polizia e i confini possono sembrare naturali o inevitabili, ma sono invenzioni recenti. Le loro forme moderne risalgono solo al XIX secolo e uno sguardo alla loro storia illumina il loro presente.

Negli Stati Uniti meridionali, le prime organizzazioni di polizia centralizzate e specializzate erano pattuglie di schiavi, la cui funzione principale era quella di catturare e punire gli schiavi fuggitivi. Gli storici specializzati in quell’epoca  sostengono che “dovrebbero essere considerati dei precursori delle moderne forze dell’ordine americane”.

Negli Stati Uniti settentrionali dell’inizio del diciannovesimo secolo e nel Regno Unito furono istituite forze di polizia professionalizzate in risposta a una classe operaia urbana irrequieta che si organizzava contro le cattive condizioni di vita e di lavoro. Come spiega lo storico David Whitehouse, lo stato aveva bisogno di un modo per controllare le masse in crescita, arginare proteste e scioperi senza “inviare l’esercito”, che avrebbe rischiato di creare martiri della classe operaia e radicalizzare ulteriormente la popolazione. Così la polizia è stata progettata per infliggere una violenza generalmente non letale per proteggere gli interessi del capitalismo e dello Stato. La situazione non è così diversa oggi, con la polizia che cita “l’autorizzazione del presidente di McDonald’s” per giustificare l’arresto dei lavoratori dei ristoranti che protestavano per salari migliori.

Anche i controlli odierni sull’immigrazione sono in gran parte un prodotto del diciannovesimo secolo. Si basano su idee di inferiorità razziale propagate dagli europei bianchi per giustificare la schiavitù e il colonialismo. I rifugiati ebrei che arrivarono in Gran Bretagna negli anni 1880 e 1890 furono accolti da un’ondata di antisemitismo; trattati antisemiti molto diffusi all’epoca affermavano  che “il traffico di schiavi bianchi [viene effettuato] ovunque … dagli ebrei”. Questo panico razzista portò alla promulgazione dell’Aliens Act del 1905, che conteneva le prime misure anti-immigrazione riconoscibilmente moderne in Gran Bretagna. Negli Stati Uniti, le prime restrizioni federali all’immigrazione includevano il Page Act del 1875, il Chinese Exclusion Act del 1882 e lo Scott Act del 1888. Questi si rivolgevano ai migranti cinesi, in particolare alle prostitute, e dedicavano notevoli risorse al tentativo di distinguere le donne cinesi “mogli” dalle prostitute. .

Insieme al razzismo, le ansie per il sex work  sono incorporate nelle storie dei controlli sull’immigrazione. Sono spazi legislativi in ​​cui razza e genere coproducono categorie di esclusione imbevute di razzismo: uomini di colore come trafficanti; donne di colore come indifese, seducenti, infette; entrambi come minacce al corpo politico della nazione. Queste storie ci aiutano a capire che la polizia e la violenza di confine non sono anomalie o il frutto di “mele marce”; sono intrinseche a queste istituzioni.

Il movimento femminista dovrebbe quindi essere scettico sugli approcci alla giustizia di genere che si basano su, o rafforzano ulteriormente, la polizia o i controlli sull’immigrazione. Le femministe nere come Angela Davis hanno a lungo criticato la dipendenza delle femministe dalla polizia e notano che la polizia appare come una protettrice benevola soprattutto nelle menti di coloro che hanno meno a che fare con essa. Per le lavoratrici del sesso e altri gruppi emarginati e criminalizzati, la polizia non è un simbolo di protezione ma una vera manifestazione di punizione e controllo.

Il femminismo che accoglie il potere della polizia è chiamato femminismo pro carcere. La sociologa Elizabeth Bernstein, una delle prime a usare questa espressione, la impiega per descrivere un approccio femminista che dà la priorità a un “programma di legge e ordine”; un passaggio “dallo stato assistenziale allo stato carcerario come apparato di applicazione degli obiettivi femministi”. Il femminismo pro carcere si concentra sulla polizia e sulla criminalizzazione come modi chiave per fornire giustizia alle donne.

Tale tipo di femminismo che strizza l’occhio al sistema penale e carcerario ha guadagnato popolarità anche se la polizia – e il più ampio sistema di giustizia penale – sono i principali responsabili della violenza contro le donne. Negli Stati Uniti, gli agenti di polizia hanno una probabilità sproporzionata di essere violenti o abusivi nei confronti de* loro partner o figli*. Al lavoro commettono un gran numero di aggressioni, stupri o molestie. La violenza sessuale è la seconda forma di violenza della polizia più comunemente segnalata negli Stati Uniti (dopo un uso eccessivo della forza) e la polizia in servizio commette più del doppio di aggressioni sessuali rispetto alla media nazionale USA, anche contando solo le violenze entrano nelle statistiche: molte vittime infatti non oseranno mai fare una denuncia di molestia ai colleghi del molestatore. Nel frattempo, la natura stessa del lavoro della polizia implica il perpetrare la violenza: negli arresti o quando collaborano all’incarcerazione, alla sorveglianza o alla deportazione. Nel 2017 c’è stata indignazione nel Regno Unito quando è emerso che la polizia metropolitana aveva arrestato una donna per immigrazione dopo che lei si era recata in centrale per denunciare uno stupro. Tuttavia, è normale che la polizia minacci di arrestare o deportare le prostitute migranti, anche quando la lavoratrice in questione è chiaramente vittima di violenza.

Il femminismo carcerario incombe molto nei dibattiti sul sex work. I commentatori e le commentatrici femministi pro carcere affermano che “dobbiamo rafforzare l’apparato di polizia”; che la criminalizzazione è “l’unico modo” per porre fine all prostituzione, e che una certa criminalizzazione può essere relativamente “benigna”. La femminista anti-prostituzione Catherine MacKinnon scrive persino con ambivalente approvazione del “breve periodo di prigione” per le prostitute sulla base del fatto che la prigione può essere “una tregua dai magnaccia e dalla strada”. Cita femministe che la pensano allo stesso modo che sostengono che “la prigione è la cosa più vicina che molte donne prostituite hanno a un rifugio per donne maltrattate” e che, “considerando l’assenza di qualsiasi altro rifugio o riparo, la prigione fornisce un rifugio sicuro temporaneo”.

Le sex workers non condividono questa visione rosea di arresto e incarcerazione. Una prostituta in Norvegia ha detto ai ricercatori: “Se un cliente è pericoloso, devi gestirlo da sola fino alla fine. Chiami la polizia solo se pensi di morire. Se chiami la polizia, rischi di perdere tutto ”. Le lavoratrici del sesso in Kirghizistan, Ucraina, Siberia, Lituania, Macedonia e Bulgaria considerano la polizia più una minaccia per la loro sicurezza rispetto a qualsiasi altro gruppo, secondo una ricerca del Sex Workers ‘Rights Advocacy Network (SWAN). Nel 2017 a New York, una donna di nome Yang Song è stata oggetto di un’operazione di polizia sotto copertura nella sala massaggi in cui lavorava. Era stata arrestata per prostituzione due mesi prima e recentemente era stata aggredita sessualmente da un uomo che dichiarava di essere un agente di polizia. (Non è chiaro se lo fosse).  Quando la polizia è tornata, cercando di arrestarla di nuovo per prostituzione, è caduta, è saltata o è stata spinta da una finestra del quarto piano, ed è morta.

 

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Basaglia, Szasz e lo spettro dell’antipsichiatria

Basaglia, Szasz e lo spettro dell’antipsichiatria.

Come paradossalmente sia più coerente e utile, nel rapporto col disagio psichico, seguire un’etica minima e non rincorrere etiche massime che dietro a un ostentato radicalismo nascondono un classismo elitario di fondo.

di Piero Cipriano, psichiatra e scrittore.  Estratto da “Il manicomio chimico. Cronache di uno psichiatra riluttante”  Elèuthera, 2015

 

Nelle presentazioni de La fabbrica della cura mentale ogni tanto si fa vivo uno spettro (lo spettro, secondo lo scrittore Antonio Pascale, è quello che ti perseguita sempre partendo da posizioni che ritiene più radicali delle tue). Lo spettro è, nel mio caso, colui che, non avendo letto il mio libro, è convinto che lo psichiatra riluttante sia un antipsichiatra (ma in quel caso l’avrei sottotitolato diario di un antipsichiatra, che fa pure più figo), cosicché appena nomino Basaglia, e lo spettro capisce non solo che lo stimo, Basaglia, ma che è perfino il mio faro, il mio demone, il mio nume tutelare, ecco che inizia a interrompermi con frasi tipo: «Ma Basaglia faceva gli elettrochoc!», oppure: «Ma Basaglia non è un antipsichiatra!», o anche: «Szasz era coerente, altro che Basaglia!», o infine: «Antonucci, lui sì che è stato l’unico in Italia a fare antipsichiatria!».
Onde per cui, avendomi questo mestiere allenato alle intemperanze, prima li faccio sfogare, e dopo cerco di spiegare perché Basaglia, pur non essendo un antipsichiatra, ha eliminato i manicomi (almeno quelli grandi) e ha eliminato l’equivalenza tra follia e pericolosità dalla legge sanitaria italiana (almeno sulla carta), mentre gli antipsichiatri (i Szasz, i Laing, i Cooper, eccetera) non hanno cambiato granché le cose nei loro paesi.

Ma poi ci rifletto. Perché anche lo spettro ce l’ha una sua funzione, infatti, pur avendo, lui, smesso di riflettere (è granitico nella sua posizione manichea: la psichiatria è il male, l’antipsichiatria il bene), lo spettro, per fortuna, induce te a riflettere. Ma non subito però. Perché là per là hai l’impulso di rispondergli in maniera altrettanto pregiudiziale: Basaglia si, altro che Szasz!
Szasz. Andiamo a rivederci chi era Thomas Szasz, il terribile primo antipsichiatra comparso sulla scena della psichiatria, il cui primo libro, II mito della malattia mentale, nonostante sia stato pubblicato nel 1961 (stesso anno in cui Basaglia diventa direttore di manicomio, e stesso anno in cui escono La storia della follia di Michel Foucault, Asylums di Erving Goffman, I dannati della terra di Franz Fanon), non sarà mai considerato da Basaglia un testo di riferimento, così come gli altri tre. Io credo che se Szasz non è stato (come non lo è stato Laing o Cooper) un punto di riferimento importante per Basaglia, il motivo fondamentale è che i cosiddetti antipsichiatri sono rimasti fuori dalle istituzioni, fuori dai manicomi, e senza sporcarsi le mani, senza perdere la loro purezza, hanno pontificato, hanno scritto bei libri, incidendo poco o niente rispetto alle pratiche dei loro rispettivi paesi, rispetto alla possibilità di eliminare i manicomi dai loro paesi.
Ma qual era il pensiero di colui che più ha avuto, tra i cosiddetti antipsichiatri, punti di convergenza con il pensiero di Basaglia, e che ha anche avuto la fortuna di essere il più longevo di tutti (morto nel 2012, a novantadue anni), per cui ha potuto osservare gli sviluppi recenti della psichiatria, e l’enorme potere assunto dalle case farmaceutiche e dai manuali diagnostici di marca americana? Sul finire del 2013, è stato pubblicato un libro veramente prezioso (Thomas Szasz, la critica psichiatrica come forma bioetica), di Francesco Codato, che riassume efficacemente, in poco più di cento pagine, il pensiero di questo longevo e prolifico scrittore. E non per caso lo chiamo scrittore.

Thomas Szasz nasce nel 1920, a Budapest, da una famiglia ebrea. A diciotto anni, per sfuggire alle persecuzioni antisemite, lascia l’Ungheria e raggiunge gli Stati Uniti, dove si laurea prima in fisica e poi in medicina. Ma nonostante la specializzazione, sia in psichiatria che in psicanalisi, dichiara subito di non essere interessato all’esercizio pratico della professione di psichiatra. «Non ho mai prestato servizio in un ospedale», afferma, «non ho mai prescritto farmaci a nessun paziente». È persuaso che per conservarsi integro deve solo «ascoltare e parlare», senza mai cedere all’uso delle terapie farmacologiche, o della forza che sovente accompagna tali prescrizioni.
Non posso fare a meno di riflettere sul fatto che Szasz ricusa il lavoro hard, cioè la grande psichiatria, quella che si fa con i malati gravi, in ospedale, per dedicarsi alla psicoterapia privata (a pagamento), cioè alla piccola psichiatria, con persone meno gravi, più collaborative e consenzienti. Il contrario di ciò che fece Basaglia, che contestò la terapia privata (li considerava un po’ puttane, i medici privati che si prendevano un tanto all’ora) per calarsi nell’orrore del manicomio, scendendo nei gironi dei miserabili, e i farmaci li usò, eccome, e usò tutto ciò che gli poteva consentire di tirare fuori i miserabili folli dalla loro fossa dei serpenti, pur sapendo che gli psicofarmaci non erano la cura.
Questa attitudine non medicalizzante di Szasz trova la sua teorizzazione forte, dirompente, nel libro con cui inaugura il cosiddetto discorso antipsichiatrico: Il mito della malattia mentale, edito nel 1961. Mi colpisce questa data, questa sincronia. L’anno in cui l’esistenzialista e fenomenologo Franco Basaglia lascia l’università, e lascia la teoria, per così dire, per entrare nel lager, nel luogo della miseria, nel manicomio di Gorizia, in quello stesso anno Thomas Szasz ricusa la pratica medica e pubblica la sua radicale teoria antipsichiatrica. E questo libro fu a dir poco scioccante per la comunità psichiatrica, era la prima volta che uno psichiatra sosteneva che la malattia mentale non esiste. Fu davvero, commentò Szasz, come se in Vaticano un prelato avesse affermato la non esistenza di Dio. Era talmente radicale che la comunità psichiatrica gli fece intorno terra bruciata.
Un tale sostenne perfino che delirava (confermando ciò che scriveva Szasz nel Mito della malattia mentale). Eppure, che cosa aveva sostenuto, Szasz, di così sconvolgente? Semplicemente, aveva anticipato di mezzo secolo ciò che, nel 2013, verrà ribadito da Alien Frances, il capo della task force di psichiatri dell’APA che nel 1994 ha pubblicato il d sm -IV: Szasz aveva osato affermare che la malattia mentale non esiste. Ma non nel senso che non esiste il disagio psichico, lo sragionare, ma nel senso che questo disagio non ha le caratteristiche che una malattia deve avere (un’eziopatogenesi nota e soprattutto una lesione d ’organo). Aveva sostenuto che in psichiatria vengono definite malattie mentali quelle che sono, invece, delle semplici metafore. E per far sì che queste metafore diventassero davvero malattie gli psichiatri, da Kraepelin in poi, passando per Nancy Andreasen, hanno impiegato le migliori energie per cercare il broken brain, il cervello rotto, e così poter affermare, a ragion veduta, che loro combattono malattie, e non disturbi.

Nel 1969 Szasz fonda la Citizens Commission on Human Rights (di cui esiste anche un’emanazione italiana, il Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani), con lo scopo di combattere i crimini contro l’umanità perpetrati dagli psichiatri, e questo, probabilmente, è un decisivo passo falso di Szasz, perché si avvale dell’aiuto di Scientology (o forse è Scientology che si avvale di Szasz), e solo molti anni dopo, per porre fine a questo sciagurato connubio, Szasz prende le distanze dal movimento fondato da Ron Hubbard, sostenendo di aver accolto Scientology nella sua associazione con lo stesso spirito con cui avrebbe accolto ebrei, cristiani, musulmani, atei, eccetera.
Non c’è dubbio che questa liaison infelice indebolisce molto la credibilità del discorso di Szasz. Anche perché, se il fine giustifica i mezzi, e il fine di Szasz era demolire la psichiatria repressiva per poter costruire una psichiatria davvero terapeutica, ebbene, appoggiandosi a Scientology (ovvero quella che da molti viene considerata una setta di manipolatori tra le più potenti al mondo) sceglie un mezzo, un alleato, non meno pericoloso della psichiatria che per tutta la vita ha dichiarato di combattere.

Nonostante molta della sua credibilità l’abbia sciupata proprio con questa alleanza, l’instancabile attività editoriale di Szasz continua con la pubblicazione de I manipolatori della pazzia, libro del 1970 (ancora una volta mi viene in mente la storia parallela di Basaglia, che l’anno successivo va a dirigere un altro manicomio, il terzo e ultimo della sua carriera, quello di Trieste). La tesi di questo libro è, probabilmente, ancora più provocatoria per i suscettibili psichiatri tradizionali, perché Szasz propone l’analogia tra malattia mentale e stregoneria. Egli sostiene che se nel quindicesimo secolo dominava la convinzione che alcune persone fossero streghe, nel ventesimo secolo domina la convinzione che alcune persone siano malati di mente. Nell’epoca dei lumi, la psichiatria ha dunque preso il posto della teologia, lo psichiatra ha sostituito l’inquisitore, e la strega o il posseduto hanno lasciato il posto al malato di mente. Szasz evidenzia, anche, come i metodi psichiatrici, con le varie forme di colloqui-interrogatorio, non siano molto diversi dai metodi dell’Inquisizione.
Altra opera significativa è Psychiatric slavery, del 1977 (l’anno in cui Basaglia dichiara che il primo manicomio al mondo, quello da lui diretto a Trieste, sarà abolito), opera nella quale è esposta un’altra tesi forte: la psichiatria è una forma di schiavitù, perché è quella disciplina che, grazie agli strumenti della diagnosi e dei trattamenti coatti, permette di schiavizzare un gruppo di persone. «Lavorare come schiavi è diverso dal lavorare volontariamente», afferma Szasz, e dunque «i trattamenti psichiatrici involontari sono diversi da quelli volontari». Insomma, con l’analogia tra psichiatria e schiavitù Szasz intende sottolineare che la psichiatria non ha come scopo il benessere della persona con disagio psichico, ma il contrario.

Passano gli anni, in Italia la 180 è legge da più di ventanni, e Szasz pubblica un altro libro, Pharmacracy, nel 2001, questa volta centrato sul filo rosso che lega psichiatria, Stato e case farmaceutiche, in cui ribadisce, ancora una volta, che lo scopo della psichiatria non è il benessere dei pazienti psichici, ma favorire il controllo della devianza da parte dello Stato e le entrate delle case farmaceutiche.
Corollario di queste asserzioni è che la psichiatria, per essere davvero terapeutica e non poliziesca, dovrebbe svincolarsi dalle leggi dello Stato, cioè dalle leggi che obbligano ai trattamenti psichiatrici. Solo in questo modo, sostiene Szasz, solo svincolandosi dallo Stato, e dai trattamenti coercitivi, la psichiatria dismetterebbe i suoi abiti polizieschi per indossare finalmente vesti terapeutiche.
Questa sua tesi, forse la più radicale di tutte, apre un discorso molto ampio e complesso, che da Basaglia viene affrontato in un altro modo, che può essere riassunto con questa domanda: «Si dà vera libertà al malato non interferendo, o è perfino più violento il suo abbandono»? E qui entriamo nel terreno impervio dei trattamenti coatti, del TSO (in Italia), che a mio parere dovrebbe essere uno strumento eccezionale, per aiutare persone con un grave disturbo e non consapevoli di averlo. Purtroppo, invece, il TSO è abusato, è diventato uno strumento repressivo e poliziesco, ed è proprio questo abuso che fornisce validi argomenti agli antipsichiatri e a chi ne propone l’abolizione.
L’ultimo mito che Szasz aggredisce, al culmine della sua lunga carriera narrativa, è il Mito della psicoterapia, nell’omonima opera. In questa riflette su cosa sia la cura, e cosa significhi guarire. Secondo lui sono due le tecniche adottate in psichiatria: psicofarmaci e psicoterapia. E così come la psicofarmacologia, pure la psicoterapia ormai è considerata una cura a tutti gli effetti, al pari della chirurgia, per esempio. Ma cos’è mai, si domanda, questa psicoterapia, se non quella prassi in cui qualcuno che si dichiara un guaritore impiega la sua anima per determinare un cambiamento nell’anima di qualcun altro che si fa definire paziente? È tutta colpa di Freud, sostiene Szasz, che per primo ha definito terapia la pratica, millenaria, di ascoltare e parlare. Secondo lui, Freud in realtà non ha inventato nient’altro che una forma di retorica. Perché è retorica l’arte di scrivere o parlare in pubblico con lo scopo di persuadere. È roba da politici. E cosa fa la coppia terapeuta-paziente se non parlare e ascoltare a senso unico?, nel senso che il paziente parla di sé e il terapeuta parla del paziente? Dunque la psicoterapia è retorica, nient’altro che retorica, o meglio, attingendo a Eschilo che parlava di iatroi logoi (parole curative), la psicoterapia, suggerisce Szasz, la dovremmo chiamare iatrologia. Sarebbe più corretto chiamarla così.

Ma torniamo allo spettro. Che se lo spettro avesse letto non dico l’enorme e forse ridondante opera di Szasz, ma almeno questo compendio di Francesco Codato, io credo che avrebbe compreso che l’antipsichiatra Szasz non era mica poi tanto antipsichiatra, e non la voleva nemmeno veramente distruggere la psichiatria, e neppure ci teneva a essere definito antipsichiatra, anche perché un movimento dell’antipsichiatria, in realtà, non è mai esistito. Ricorda Codato che «sono esistiti degli psichiatri che hanno condiviso l’avversione per un certo modo di fare psichiatria», questo sì, e che la coniazione del termine antipsichiatria è opera di David Cooper e del suo libro del 1967, Psichiatria e antipsichiatria, ma Szasz, così come Basaglia, si chiamò fuori dall’etichetta di antipsichiatra, e per lui i due soli e unici antipsichiatri sono forse stati Ronald Laing e David Cooper, che non erano, sempre secondo Szasz, per niente interessati a riformare la psichiatria, ma solo a perseguire i loro «interessi di fama e di gloria». Insomma, consiglio allo spettro tifoso di Szasz la lettura di questo libro, che gli sarà di certo utile per comprendere quanto il pensiero del prolifico narratore americano non sia poi così lontano dal pensiero di Basaglia. La differenza, in effetti, non è tanto nel loro pensiero. La differenza, profonda, caro spettro tifoso di Szasz, la differenza tra Szasz e Basaglia, è nella pratica.

Ora, se il libro di Codato può servire allo spettro per chiarirsi chi è Thomas Szasz, Le conferenze brasiliane sono il libro migliore per capire il pensiero, e la prassi, di Franco Basaglia. E partirei subito da questa affermazione, che mi è sempre rimasta molto impressa, quella in cui Basaglia dice: «Io penso che l’umanità sia sempre stata divisa in due parti: gli inventori e i narratori. Probabilmente sono necessari entrambi». Ecco, io credo che per aggredire un certo tipo di psichiatria siano stati veramente necessari entrambi, Basaglia l’inventore, colui che ha inventato (o scoperto, o dimostrato) che la libertà è terapeutica, e Szasz il narratore, colui che questo assunto l’ha teorizzato e scritto in tutte le salse.
Dicevo, all’inizio, che era il 1961, e Szasz aveva quarantuno anni e Basaglia ne aveva trentasette, entrambi erano a metà della loro vita (conto arrotondato per il primo in difetto e per il secondo, purtroppo, in eccesso), quando uno decide di non mettere piede in ospedale, e non prescrivere una sola molecola di farmaco, e somministrare solo parole, e niente imposizione, niente coercizione, e l’altro entra invece nella contraddizione, entra in manicomio, addirittura a dirigerlo (seicento internati nelle sue mani ci sono a Gorizia), e non trova i borghesi abbienti visitati da Szasz, e non trova i nevrotici in grado di chiedere e pagarsi la psicoterapia, no, lui ci trova la miseria, là dentro, ci trova i dannati della terra.
Dieci anni dopo, 1971, altro manicomio, quello di Trieste, il doppio degli internati rispetto a Gorizia, milleduecento: in soli sette anni, nel 1978, non c’è più nessuno internato in quel posto, perché in quei diciassette anni Basaglia ha accettato di non essere un puro, come Szasz, ha accettato la contraddizione di prescrivere psicofarmaci, e di continuare ad avere persone legate, e rinchiuse, ma riuscendo, con la rischiosa tecnica di «infiltrare gli infiltrati», con la pericolosa tecnica di «usare le stesse armi del potere», a far diventare la sua azione, il suo principio (la libertà è terapeutica) una legge dello Stato (la legge 180). È riuscito, con la sua pratica, ma anche con i suoi libri (perché non è che nel frattempo non ne abbia scritti, di libri, a onor del vero), a «violentare la società», obbligandola ad accettare il folle, quel folle che per due secoli, dall’invenzione dei manicomi, la società aveva allontanato da sé. Tutto ciò partendo, in definitiva, dalle stesse posizioni teoriche di Szasz («non so che cosa sia la follia, è una condizione umana, in noi la follia esiste come esiste la ragione, ma la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia»), ma lavorando nel manicomio pubblico, mentre il teorico Szasz continuava a scrivere e a esercitare l’arte della psicoterapia. «Gli psicanalisti», aggiunge, «hanno sempre una gran lista di attesa, come gli aeroplani».

Perché gli psicanalisti rispondono ai problemi di quella parte della popolazione che ha i mezzi per difendersi, e non certo ai bisogni dei miserabili, perché «chi non ha non è», è questo il tema, chi non ha il danaro non se la può pagare la terapia psicanalitica con Szasz. Perché la psicanalisi è «terapia di classe»: «Cosa ha fatto la psicanalisi per il malato mentale del manicomio nel corso di questo secolo?».
Sempre nelle Conferenze brasiliane (citando L ’uomo col magnetofono di Abrahams), Basaglia racconta di un paziente che va dallo psicanalista con il registratore e dice: questa volta chi fa lo psicanalista sono io, e lei è il paziente… lo psicanalista prende il telefono e chiama la polizia. Secondo me il racconto potrebbe continuare così: mettiamo che lo psicanalista fosse Szasz, come si sarebbe difeso da un paziente che volesse invertire il rapporto terapeutico? O che lo volesse picchiare? Chiamando la polizia, ovviamente. E quel paziente sarebbe finito ricoverato, ricoverato in un manicomio. Questo episodio mi ricorda quando avevo poco meno di trentanni ed ero specializzando, e un noto psicanalista romano delle volte mi telefonava per propormi: «Piero, ti va di seguire un paziente borderline che oggi mi ha sfasciato lo studio?».

Insomma, se lo spettro avrà modo di leggerle, saprà che nelle Conferenze brasiliane Basaglia pure, come Szasz, prende le distanze dall’antipsichiatria: «Io non sono un antipsichiatra, perché questo è un tipo di intellettuale che rifiuto. Io sono uno psichiatra che vuol dare al paziente una risposta alternativa a quella che gli è stata data finora». E quando il presidente dell’Associazione brasiliana di psichiatria gli obietta che bisognerebbe sì cambiarla la psichiatria, perché dovrebbe essere non elitaria e occuparsi dell’intera società, ma che per fare ciò sarebbe necessario riformare tutta la società, e questo non è un compito della psichiatria, Basaglia gli risponde che non è «vero che lo psichiatra ha due possibilità, una come cittadino e una come psichiatra, ma ne ha una sola: come uomo». Il che significava: io voglio provare a cambiare perfino l’organizzazione sociale, partendo dalla professione di psichiatra. Per cui, «io non faccio parte di nessun movimento antipsichiatrico. Antipsichiatria non vuol dire niente, è come psichiatria. Io penso di essere uno psichiatra, perché il mio ruolo è di psichiatra, e attraverso questo ruolo voglio fare la mia battaglia politica».

Ecco, su questa frase mi posso fermare, ma voglio affermare che io pure sono uno psichiatra, e se proprio devo scegliermi un’etichetta mi piacerebbe aggiungere solo: basagliano. E lo so che sono in troppi, oggi, a dirsi basagliani senza esserlo. Ma allora che significa, oggi, essere un basagliano? Un basagliano, secondo Franco Roteili, è colui che persegue, nella sua pratica, un’etica minima, perché un’etica massima forse non te la puoi permettere.
Purtroppo, però, esistono molti sedicenti basagliani che quell’etica minima non la raggiungono, nonostante le loro chiacchiere. E forse sono proprio loro a offrire argomenti sia agli spettri dell’antipsichiatria (sostenitori in buona fede di un’etica massima) sia alla maggioranza degli psichiatri tradizionali.

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“Ogni mattina prendo una pala e scavo.”

 

“Ogni mattina prendo una pala e scavo.”

Eroina dell’anno – La protagonista principale delle proteste bielorusse Maria Kolesnikova

di Ilya Azar per Novaya Gazeta  Traduzione: Intersecta

Dopo la partenza in esilio in Lituania della candidata alla presidenza Svetlana Tikhanovskaya, la flautista e direttrice artistica del polo culturale OK16 Maria Kolesnikova è diventata il motore principale della protesta bielorussa. Ilya Azar, corrispondente speciale per la Novaya Gazeta, ha parlato con Kolesnikova a Minsk alla fine di agosto. Dopo 9 giorni da quell’intervista, Maria è stata rapita da sconosciuti vicino al confine ucraino. Volevano espellerla dal paese, ma lei le ha strappato il passaporto. E poi è stata trovata nel centro di detenzione preventiva del KGB. Dopo il suo rifiuto di lasciare il paese, è stata accusata ai sensi dell’articolo 361 del codice penale di “appelli per azioni volte a causare danni alla sicurezza nazionale del paese, commessi utilizzando i media o Internet”  e rischia la reclusione da due a cinque anni. Maria Kolesnikova è stata l’unica prigioniera politica che ha rifiutato di negoziare con Lukashenko il 10 ottobre, quando è arrivato al centro di detenzione preventiva del KGB a Zhodino.

 

Ecco un frammento dell’intervista con Ilya Azar, che contiene un po’ le regole di vita per Maria Kolesnikova:

 

“Vogliono davvero che abbiamo paura, ma non abbiamo nulla da temere, perché non stiamo violando la legge. Capisco che nella situazione attuale possa sembrare ridicolo, ma non daremo loro il piacere di vedere come ci siamo rannicchiati sotto il divano a non fare nulla.

Ho un obiettivo personale molto specifico: le persone che mi sono vicine dovrebbero essere rilasciate. E so che non posso stare nell’accogliente Stoccarda (A Stoccarda Maria ha studiato il flauto barocco e ha un permesso di soggiorno in Germania ndr) o altrove, sapendo che i compagni e le compagne sono qui nel centro di detenzione preventiva del KGB o in altre prigioni.

È chiaro che voglio la libertà per il popolo bielorusso, la cui espressione concreta sono nuove elezioni eque, ma per me questa è anche una storia molto personale. Non sono pronta  e non voglio essere in prigione e, naturalmente, non sarò felice se ciò accadrà, ma credo che se almeno l’1% di quello che faccio può aiutare, allora lo farò.

Tutto ciò che sta accadendo ora in Bielorussia non avrebbe potuto essere previsto due settimane fa. C’è una divisione all’interno del sistema stesso, orizzontalmente e verticalmente. Quanto tempo durerà non è ancora noto, ma è ovvio che stia accadendo.

Spero che tutto vada verso vittoria del bene sul male, e tutti comprendiamo che questo è un lungo processo, il processo di costruzione di una società civile, dei suoi meccanismi e strumenti, ed è appena iniziato. Durerà tutto a lungo, non mi faccio illusioni. Sarà difficile per tutti noi e c’è molto lavoro da fare. Ma non mi affido ai “cigni neri”, prendo solo una pala e scavo ogni mattina. Sto facendo il mio lavoretto (ride).

Non credo che possiamo perdere, perché abbiamo già vinto.

Il mio obiettivo personale, quando noi tre [con Tikhanovskaya e Tsepkalo] abbiamo iniziato, era che ogni persona potesse assumersi la responsabilità di ciò che stava accadendo. Può essere un leader. Tutti credono che il leader sia Kolesnikova, ma chiunque può essere Kolesnikova, tutti possono dare un contributo e prendere l’iniziativa affinché arrivi il futuro che stiamo aspettando. Questa è la nostra idea.

I bielorussi non sono persone che assedieranno il governo con un forcone. Molto probabilmente, i discendenti dei partigiani inventeranno diverse forme e tipi di protesta e resistenza. Forse ci vorrà molto tempo. Ma sono assolutamente sicura che funzionerà. E se all’improvviso ciò non accade, e Lukashenka stringe tutte le viti, allora tutti se ne andranno semplicemente da qui.

Abbiamo una risoluzione con tre argomenti specifici che preoccupano tutti ora: fermare la violenza e punire il regime per i suoi crimini, libertà per tutti i prigionieri politici e nuove elezioni eque. Tre obiettivi molto chiari.

Nessuno di noi sa come assicurarsi che le nuove elezioni siano eque. Legalmente lo capiamo, ma non sappiamo come indurre le autorità ad avviare un dialogo con la propria gente. Sappiamo per certo che prima o poi ci sarà una transizione di potere, vogliamo che sia presto, e se è tardi, è meglio che ci prepariamo. Io sono per obiettivi reali: non abbiamo l’obiettivo di rovesciare tutti, licenziare tutti e imprigionare tutti.

Nello specifico, ho supportato Babariko (banchiere e oppositore di Lukhaschenko, attualmente in carcere) perché l’ho conosciuto molto bene nell’ultimo anno. Abbiamo discusso molti progetti. Mi ha insegnato molto, perché in Bielorussia tutto accade in un certo modo strano, e io, come direttrice di campagna, dovevo imparare questo. È assolutamente chiaro per me che i suoi valori sono molto vicini ai miei, e nel momento in cui ha detto che si sarebbe candidato, gli ho fatto diverse domande che tutti mi stanno facendo adesso: “Capisci in cosa ti stai cacciando? Hai capito dove sei? ”

Ovunque ci sono eccezioni alle regole, ei flautisti possono anche essere la personificazione della protesta in Bielorussia, ei banchieri possono essere persone super empatiche e coloro che fanno rivivere la cultura bielorussa.

Mi sembra che essere al potere sia un’attività molto noiosa. Vorrei fare una passeggiata per le strade, ma ti diranno sempre dove andare. Oggi sicuramente non mi vedo in questo ruolo. Devi sempre pensare cosa dire. Mi piace molto viaggiare, mi piace navigare, mi piace andare nei musei. Non è così che si comportano i presidenti.

PS

Al momento della pubblicazione di questo numero, Maria Kolesnikova è ancora nel centro di detenzione preventiva del KGB a Minsk.

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“La stampa è libera in Ungheria”

“La stampa è libera in Ungheria”

Come Victor Orbán e il suo partito, nell’indifferenza “indignata” dell’Europa, hanno divorato il pluralismo dell’informazione in Ungheria.

di Miklós Hargitai, per Index.hu      Traduzione: Intersecta

Chiunque affermi che la stampa in Ungheria è libera e pluralista, secondo  Viktor Orbán “più libera e pluralista che in Germania”, dovrebbe mostrarmi un resoconto corretto sui media pubblici o su quelli KESMA di quanto accaduto a József Szájer a Bruxelles.

Quindi non che sia andato a una festa in una casa privata in violazione del divieto di raduno, chesi è già scusato con tutti ed è stato comunque un viaggio di una volta, ma che lui ei suoi venticinque compagni di baldoria hanno preso parte a un’orgia per soli uomini dalla quale lui  all’arrivo della polizia è fuggito dalla finestra, seminudo, con alcune droghe illegali nello zaino.

Perché questa è la notizia, questa è l’essenza di ciò che sta accadendo, tutto il resto è solo inquadratura politicamente motivata, propaganda, manipolazione. Ma attendo con uguale interesse l’elaborazione della storia di Borkai (ex olimpionico e sindaco pro Orbàn della città di Győr, pizzicato anche lui in un’orgia, stavolta eterosessuale) da “Kisalföld”  il giornale di Győr  – o la storia della vendita e dell’acquisto di terreni selezionati come fabbrica BMW a Debrecen dal “Diario Hajdú-Bihari”; ho paura però che sia un’attesa vana.

Quando il primo ministro ungherese o, più raramente, il ministro degli Esteri parla (per lo più all’estero) della libertà di stampa ungherese che considera inviolabile, di solito vengono proposti due argomenti come prova. Secondo il primo, si può scrivere di tutto qui da noi, tutto può essere pubblicato, mentre il secondo argomento è che in tutti i segmenti dei media (stampa, radio-tv, internet), una pubblicazione di opposizione (o meglio, non dipendente dal governo) è leader di mercato.

Verifichiamo prima il secondo argomento, lo faremo più velocemente. I quotidiani regionali sono esclusivamente pro governo, tutte le pubblicazioni locali sono nelle mani di KESMA (Fondazione stampa e media dell’Europa centrale, potente consorzio che raggruppa i media privati filogovernativi). Due dei tre quotidiani nazionali sono filo-governativi, anche se è vero che  “Népszava” è più grande di entrambi. Tuttavia, la stampa fedele al governo ha ancora una posizione dominante nel mercato dei giornali stampati, con almeno i quattro quinti del numero totale di copie.

Sulla radio nazionale va in onda solo la voce del governo. Tra i più grandi portali di notizie, “Origo” è filogovernativo e KESMA, Index è stato appena acquistato da una società di proprietà di un imprenditore vicino al governo e stanno contrattando costantemente per 24.hu. Delle due principali TV commerciali, RTL Klub è indipendente dal governo, appartiene al gruppo Bertelsmann, ma a livello di gruppi editoriali TV2 è più grande e guadagna costantemente peso grazie a entrate pubbliche illimitate.

Per quanto riguarda l’affermazione che tutto può essere scritto, tutto può apparire, con 26 anni di esperienza giornalistica – 10 dei quali rientrano nel periodo NER (Sistema di cooperazione nazionale, modello politico-comunicativo inaugurato da Orbàn nel 2010) – non sto semplicemente dicendo che non è vero, ma che è la peggiore situazione in cui ci siamo trovati da tanto tempo a questa parte. Più specificamente, se Fidesz (il partito di Orbán) potesse avere sui partiti di opposizione la stessa influenza che ha sul contenuto e la redazione di organi ritenuti d’opposizione, allora in Ungheria sarebbe un sistema monopartitico de facto. Non è che giornali indipendenti come “168 Óra” lodino  costantemente Viktor Orbán come hirado.hu, il “portale di notizie dei media pubblici”, dove nelle ore dello scandalo Szájer che ha devastato la stampa mondiale la notizia principale era che ogni ungherese ama Orbán, ma il governo ha tanti modi per impedire la pubblicazione di notizie scomode.

Gli strumenti a tale scopo sono vari: dove ci sono annunci governativi, puoi ricattare con annunci, dove non ci sono, puoi esercitare pressioni sull’editore, il proprietario o gli inserzionisti di mercato. Faccio un esempio, senza nomi: immaginate una grande casa editrice con pubblicazioni online e cartacee. L’online è apparentemente più difficile da capire – anche se è istruttivo vedere quanta pubblicità di Tesco, Telekom, Audi c’è sui media online non governativi- ma per la stampa è molto facile.

Le Poste dello Stato hanno di fatto il monopolio della distribuzione; giocano con i prezzi, tolgono insediamenti e distretti completi dalla mappa di distribuzione a loro piacimento. E, per così dire, solo Mészáros (imprenditore, fra gli uomini più ricchi d’Ungheria)  ei suoi colleghi hanno una macchina da stampa di giornali ad alta capacità, a maggior gloria della legge sulla concorrenza: non è un caso che i suoi proprietari siano costretti a produrre “Magyar Hango” in una tipografia in Slovacchia. Cioè, ci sono – ancora – editori indipendenti, ma la stragrande maggioranza di essi può essere soffocata in qualsiasi momento dal governo se si pigliano troppe libertà. E le pubblicazioni in cui il potere non poteva penetrare nel contenuto difficilmente si trovano; quelli che resistono non raggiungono le masse e stanno diminuendo.

In realtà, ciò che è incluso nel rapporto sullo stato di diritto della Commissione europea sull’Ungheria riguardo alla situazione dei media è solo una versione della realtà molto offuscata e abbellita. Questi rapporti, come il Rapporto Sargentini in passato, sono redatti in modo tale che la commissione o gli esperti del Parlamento europeo vengano qui, parlino con chiunque  cui valga la pena parlare, prendono appunti e poi attraversano i labirinti burocratici e politici della propria istituzione, fra le pressioni dei governi interessati, sfornando un documento comunitario a costo di molti compromessi.

È stato illuminante per me seguire il colloquio  di due ore con gli esperti veramente del Comitato Sargentini (inchiesta dell’Unione Europea del 2017), con nomi, numeri, descrizioni di casi, background politici di attori chiave, quote di mercato, ecc. , ma quando siamo finalmente arrivati al verbale non c’era praticamente nulla, anche se avevamo parlato, ad esempio, della chiusura forzata di Népszabadság (poi ritenuta infrazione nelle sentenze definitive del tribunale), di cui io, in qualità di ultimo segretario sindacale presente, ho avuto informazioni di prima mano abbastanza precise e uniche, che ho condiviso con i Sargentini. Cito letteralmente quello che è successo:

Reporter Senza Frontiere ha espresso preoccupazione per la vendita e la successiva chiusura di “Népszabadság”, uno dei quotidiani più antichi e prestigiosi dell’Ungheria.

La situazione è in qualche modo simile quella  della relazione sullo Stato di diritto: se ci fossero solo i problemi descrive, saremmo felici di scendere a compromessi senza una parola. “È in gioco l’indipendenza e l’efficacia del Consiglio dei media”. In pericolo? Non si tratta di indipendenza, il consiglio è composto esclusivamente da membri di Fidesz e decide su qualsiasi questione esclusivamente nell’interesse di Fidesz. “La trasparenza della proprietà dei media non è completamente garantita”. Non completamente? La catena di proprietà della più grande TV commerciale termina in una rete di società offshore; Dopo la morte di Vajna, noti oligarchi filogovernativi avevano discusso per mesi su chi avesse un interesse in esso, in modo che loro stessi non capissero cosa stesse succedendo e come tutta la roba fosse finita con Lőrinc Mészáros. “La concentrazione dei media attraverso la creazione della Central European Press and Media Foundation (KESMA) ha aumentato le minacce al pluralismo dei media”. Minacciosi pericoli? Pluralismo? Come ho scritto sopra, non esiste un segmento dei media in cui KESMA e le sue parti annesse non dominino, e in alcuni sottomercati – giornali locali, radio nazionali – non c’è nulla sul campo oltre a loro.

Con una quantità significativa di pubblicità statale per i media filogovernativi, il governo può esercitare un’influenza politica indiretta sui media “. Influenza indiretta? Nei suoi due terzi del suo territorio, può parlare e parla su tutto, dall’indirizzamento all’editing di immagini all’uso delle parole e alla scomparsa dei nomi di persone specifiche (Lőrincz Mészáros, István Tiborcz, ecc. – Vale la pena cercare Tiborcz nel motore di ricerca MTI o hirado.hu: gli uniti risultati sono relativi a politici di opposizione che  parlano del genero del primo ministro, ma per i media statali non esiste come uno dei più ricchi collettori di denaro pubblico ungherese.)

Il lavoro dei media indipendenti è sistematicamente ostacolato”. Questo almeno è praticamente vero, ma non è che lo ostacolano: lo rendono impossibile, non rispondono alle loro domande, intimidiscono i giornalisti, chiudono le loro redazioni. “Di ulteriore preoccupazione è il crescente numero di acquisizioni di tali media”. Il problema si risolverà presto: se comprano davvero 24.hu, come si dice che provino, resta poco da comprare.

Nel 2010-2011, il governo (partito) ha creato un ambiente normativo molto confortevole per sé nella stampa riscrivendo la costituzione e la legge sui media, ma persino violandone le regole su base quotidiana.

E la Commissione europea dispone di informazioni dettagliate su tutto ciò, poiché nel 2016 ha ricevuto un reclamo del mercato dell’autorità alla concorrenza voluminoso e ben elaborato sul comportamento distorcente del mercato nei media pubblici, e nel 2019 un altro sul sostegno illegale dello stato alla stampa del partito Fidesz e al KESMA. Se lo volesse, potrebbe anche difendere la libertà di stampa ungherese (o almeno la libertà del mercato dei media). Il fatto che non lo faccia, e invece passi il suo tempo con rapporti fumosi e procedure farraginose che le servono da alibi, è per me molto indicativo: le manca, o almeno adesso non ha, l’intenzione di farlo. Apparentemente, il diabolicamente astuto György Soros, noto per trascinare l’intera burocrazia di Bruxelles su un filo, non si è ancora reso conto che potrebbe ingannare al meglio gli Orbán liberando gli ungheresi dalla loro prigionia con l’aiuto della legge ungherese ed europea. .

 

L’autore è il presidente dell’Associazione nazionale dei giornalisti ungheresi

(Gli scritti pubblicati nella sezione delle opinioni non sono da considerare la posizione editoriale dell’editore o di Index.)

 

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Sfatiamo sette miti sull’asessualità.

Per la Settimana della consapevolezza dell’asessualità, la modella e attivista aroace Yasmin Benoit risponde alla domanda “cos’è l’asessualità?” e smentisce alcuni luoghi comuni su cosa significhi essere asessuali.

Di Yasmin Benoit, da Teenvogue.com . Traduzione: Intersecta

 

Mi sono resa conto di essere asessuale nello stesso periodo in cui i miei coetanei sembravano rendersi conto che non lo erano. Una volta che gli ormoni sono entrati in azione, ho notato un interesse quasi universale per il sesso da parte delle persone intorno a me. Pensavo che il sesso fosse intrigante, ma mai così tanto da voler esprimere la mia sessualità con qualcun altro. Non avevo alcun desiderio sessuale verso altre persone, non provavo attrazione sessuale e questo non è cambiato.

Non ho saputo che c’era una parola per la mia sessualità fino all’età di 15 anni, dopo essere stata interrogata  per la milionesima volta a scuola sul mio orientamento o sulla mancanza di esso. Dopo aver fatto un po’di ricerca su Google appena sono tornata a casa, ho realizzato per la prima volta nella mia vita che potevo non essere “rotta”, che non ero l’unica nella mia condizione e che non era un difetto che in qualche modo avevo svulippato. Avevo passato l’intera mia vita da adolescente cercando di rispondere alle domande invasive delle persone senza avere il linguaggio per spiegare che ero semplicemente una ragazza asessuale.

Ma anche dopo aver trovato le parole, avevo risolto solo metà del problema. Ci viene insegnato alle elementari che diventeremo sessualmente interessati agli altri, ma mai che non essere attratti sessualmente da nessuno è un’opzione valida. Poiché non ci è stato insegnato nulla, nessun altro sapeva di cosa stavo parlando quando ho cercato di spiegare di essere asessuale.Molti non credono che l’asessualità sia reale e questo rende l’esperienza di vivere nella nostra società eteronormativa e iper-sessualizzata come persona asessuale ancora più difficile. Ho passato la mia vita a combattere idee sbagliate al riguardo e così tante altre persone asessuali. Ora, cerco di usare il mio lavoro di modella e il mio impegno come attivista per aumentare la consapevolezza e cambiare il modo in cui la nostra società percepisce l’asessualità e le persone asessuali. In questa settimana della consapevolezza asessuale, sto sfatando alcuni di quei miti sul mio orientamento. Separiamo i fatti dalla falsa narrazione:

1) Mito: le persone asessuali non hanno sessualità ✘

Realtà: l’asessualità è considerata una forma di sessualità, proprio come la bisessualità, l’eterosessualità e l’omosessualità. Spesso lo definisco come un orientamento sessuale in cui la tua sessualità non è orientata da nessuna parte, perché in realtà non è la stessa cosa che non avere sessualità o impulsi sessuali. Le persone asessuali hanno ormoni come tutti gli altri. Non è raro che le persone asessuali si masturbino e ci sono persone asessuali che fanno anche sesso per vari motivi e ne traggono piacere. Alcune persone asessuali sono romanticamente attratte dagli altri, ma non sessualmente attratte. Poiché l’asessualità è uno spettro, i modi in cui viene vissuta l’asessualità possono variare in modi diversi.

2)  Mito: l’asessualità è una scelta di vita ✘

Realtà:  questo malinteso nasce dall’idea che l’asessualità sia una scelta e non un orientamento sessuale legittimo. L’asessualità viene spesso confusa con il celibato o l’astinenza, probabilmente perché possono manifestarsi in modi simili. Nella società contemporanea, il celibato è spesso definito come astinenza sessuale, spesso per motivi religiosi. Certo, per molte persone asessuali, la loro asessualità significa che non sono interessate a fare sesso con altre persone, ma questo è il risultato del loro orientamento, non delle loro convinzioni sul comportamento sessuale. Il celibato è una scelta di vita, l’asessualità no. E l’asessualità non deve essere neanche confusa con l’essere un incel. Le persone non decidono di diventare asessuali perché non riescono a trovare partner sessuali o per altre circostanze. Non è un modo di essere di chi attraversa un “periodo di aridità”, e non è una scelta più di quanto lo sia essere gay o etero. È solo la nostra identità.

3)  Mito: l’asessualità è una malattia ✘

Realtà: l’affermazione che l’asessualità è un disturbo mentale o fisico è incredibilmente dannosa per le persone asessuali e ha portato a false diagnosi, prescrizioni di farmaci non necessari e tentativi di “convertire” le persone asessuali. Ad esempio,il disturbo dell’interesse sessuale femminile, il disturbo dell’eccitazione e il disturbo da desiderio sessuale ipoattivo – che sono caratterizzati da un desiderio sessuale basso o assente – sono inclusi nel DSM-5 e sono stati ritenuti una diagnosi medica per l’asessualità. Ma la differenza è che le persone che hanno HSDD  mentre le persone asessuali no. Ma anche l’inclusione dell’HSDD come diagnosi è controversa: alcuni sostengono che le persone asessuali potrebbero provare angoscia per la loro mancanza di desiderio sessuale a causa della mancanza di accettazione nella società. La ricerca medica mostra che l’asessualità non è il risultato di una carenza ormonale, di una sindrome o di un disturbo fisico o psicologico. Non abbiamo bisogno di essere trattati o riparati.

4) Mito: le persone asessuali hanno atteggiamenti sessuofobici✘

Realtà: ci sono persone asessuali che sono disgustate dal pensiero del sesso o dal pensiero di fare sesso in prima persona. Rientro in quest’ultima categoria. Tuttavia, quella sensazione non si estende necessariamente a ciò che fanno gli altri. L’idea sbagliata che le persone asessuali siano contrarie ad altre persone che esprimono la loro sessualità e che tutte le persone asessuali non possano sopportare conversazioni sul sesso, è piuttosto alienante. Porta le persone asessuali ad essere escluse da importanti discussioni sulla sessualità. È del tutto possibile e incredibilmente comune avere atteggiamenti sessuali positivi ed essere asessuali.

5) Mito: ci sono pochissime persone asessuali ✘

Realtà: Bisogna non lasciarsi ingannare dalla nostra mancanza di visibilità e rappresentanza. Ci sono molte persone asessuali là fuori, ma molt* di noi non hanno fatto coming out, e alcun* non si sono resi conto che c’è una parola per quello che stanno vivendo a causa di quella mancanza di visibilità. Sebbene la ricerca sulla popolazione asessuale sia carente, si stima che circa l’1% della popolazione sia asessuale, ma ciò si basa su studi in cui i partecipanti hanno probabilmente saputo cosa fosse l’asessualità e sono stati abbastanza consapevoli da identificarsi in quel modo. È probabile che ci siano più persone asessuali di quante ne sappiamo, ma anche se comprendessimo solo l’1% della popolazione, si tratta comunque di decine di milioni di persone asessuali.

6) Mito: gli asessuali non hanno ancora trovato la persona giusta✘

Realtà: L’idea che le persone asessuali abbiano solo bisogno di incontrare la “persona giusta” che sbloccherà il loro desiderio sessuale e “aggiusterà” la loro asessualità è qualcosa che mi ha sempre lasciata abbastanza perplessa. È un argomento che sembra essere applicato all’asessualità più che agli altri orientamenti. Non diresti a un ragazzo etero che semplicemente “non ha ancora incontrato l’uomo giusto” come spiegazione del motivo per cui è attratto dalle donne. Mi piace pensare che la maggior parte non direbbe a un uomo gay che “non ha ancora incontrato la donna giusta “. Questo suggerisce che la nostra sessualità riflette la nostra vita sociale, che nessuno che abbiamo mai visto o incontrato ha soddisfatto i nostri standard, e quindi non abbiamo sperimentato attrazione sessuale nella misura in cui il termine “asessuale” potrebbe essere applicato.Questa ipotesi ignora e invalida tutte le persone asessuali che hanno trovato la persona “giusta”: le persone asessuali in relazioni felici, appaganti e amorevoli o che le hanno avute in passato. Perché, sì, le persone asessuali possono ancora avere relazioni sentimentali o qualsiasi altro tipo di relazione. La validità di una relazione non è e non dovrebbe essere basata su quanto sei sessualmente attratto da quella persona. Questa affermazione gioca anche nel concetto che le persone asessuali si stanno “perdendo” qualcosa e non hanno veramente scoperto il nostro intero io, che siamo incomplet* a causa delle nostre caratteristiche innate o delle nostre esperienze di vita. Neanche questo è vero.

7) Mito: Le persone asessuali appartengono a un gruppo demografico preciso ✘

Realtà: anche se la maggior parte delle persone non sa molto sull’asessualità, ha comunque un’idea abbastanza precisa di come sono le persone asessuali. Ho sentito spesso che, come donna di colore e modella, non sembro asessuale. Siamo stereotipat* come ragazzini bianchi goffi che trascorrono troppo tempo sui social media e probabilmente non sono abbastanza attraenti da trovare un partner sessuale se lo volessimo. E se siamo abbastanza attraenti, allora dovremmo attenuarlo per non “dare segnali contrastanti”. Ma non esiste un modo asessuato di apparire o vestirsi. Le persone asessuali hanno età, background, interessi, apparenze ed esperienze diverse, proprio come quelle appartenenti a qualsiasi altro orientamento sessuale. Quindi, per favore, non usare il termine “asessuale” come aggettivo per descrivere qualcuno che pensi sia sessualmente poco attraente o come un insulto, perché così facendo stai solo perpetuando questo dannoso stereotipo.

 

 

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Le lotte non sono un santino!

Le lotte non sono un santino!

Lotta quotidiana vs movimento stagnante, nell’analisi di Maria Galindo.

da Maria Galindo, “No se puede descolonizar sin despatriarcalizar – Teorìa y propuesta de la despatriarcalizaciòn”. Traduzione e adattamento: Unoka Öcs per Intersecta.

Ci sono molti movimenti stagnanti che allungano e rendono eterno il loro sforzo di enunciazione e autoaffermazione e che rifiutano di considerare che questo sia un momento, un passo, uno stadio di un processo di liberazione e non la liberazione stessa.

È quando l’identità diventa un luogo confortevole, accogliente, auto-vittimizzante e ripetitivo. Il soggetto passa nell’ambivalenza tra posizionarsi come vittima o impostarsi come mito di se stesso. Interpreti socialmente il ruolo della vittima e puoi sempre segnalare la tua debolezza, puoi sempre far notare le responsabilità del sistema, dell’altro potente, ma non metterti mai in una prospettiva davvero sovversiva.

La testimonianza, che è il resoconto vocale personale e diretto di ciò che è stato vissuto e sentito durante e prima del processo di autoaffermazione, passa dall’essere un atto liberatorio a diventare un atto di routine che impedisce di pensare oltre la condizione della vittima. L’esaltazione del dolore, della sofferenza, dello sfruttamento, della violenza o della morte passa dall’essere una denuncia a diventare una glorificazione della propria sofferenza, arrivando in competizione tra chi soffre di più, chi ha l’autenticità o il diritto di parlare sopra gli altri.

L’idea di base è che poiché io ho sofferto, sono diverso dal mio sfruttatore. Questo è ciò che stiamo attualmente vivendo in Bolivia intorno all’universo indigeno che non ammette, né si apre alla minima critica, né dall’interno né tanto meno dall’esterno del suo mondo. La sofferenza diventa costitutiva dell’identità individuale. Questo scatena un processo malato che spoglia il soggetto della responsabilità di se stesso, la responsabilità appare sempre attribuita nel potente “altro” e, per quanto ironico possa sembrare, il posto della vittima diventa un luogo confortevole dove non devo ripensare e da cui non ho bisogno di spostarmi.

Non propongo di relativizzare il peso della discriminazione, ma critico il fatto che un soggetto subordinato non possa o non voglia pensare al di là della propria sofferenza eternalizzata. Ho potuto verificare direttamente che solo le donne che sono disposte a rivedere i propri meccanismi che le pongono come vittime sono quelle che escono da quella condizione e diventano autentiche sovversive.
Come donna conosco ogni angolo della parola vittima, ogni piccolo cono, ogni millimetro del suo significato. La vittima non è una persona o un gruppo, ma piuttosto la vittima è una tomba, è un posto per rannicchiarsi, è un posto per affondare e soprattutto è un posto dove sentirsi accolti, non a causa del loro dolore, non a causa dell’ingiustizia che subisci come vittima , ma per la convinzione ironicamente comoda di essere una vittima, pensi di non essere responsabile di ciò che vivi, semplicemente lo subisci.

Se Evo Morales rappresentava l’occasione per affermare finalmente di essere persone, al suo fallimento gli indigeni ritornano nella tomba della vittimizzazione. Il regresso riduce gli indigeni a testimoni della sofferenza, come se quella testimonianza in sé giustificasse tutto ciò che proviene da lì. Se il percorso regressivo segue questo corso, alla fine avremo la metamorfosi della vittima in un carnefice.

L’altro luogo di oscillazione dei processi di identità autoaffermante è la mistificazione di se stessi. Ad esempio, supponendo che una donna, solo perché tale, è diversa da un uomo e non è violenta. Pensare che una relazione lesbica, per il solo fatto di essere tale, sia diversa da quella eterosessuale, migliore, più benigna, più orizzontale, ecc. In Bolivia, attualmente, stiamo vivendo la mitizzazione degli indigeni dove ogni indigeno, in quanto tale, finge di avere un’etica comunitaria non egoista. Inutile dire che quelli sono tutti miti.

La necessità di chiudere la porta a chiunque non appartenga al collettivo porta al fondamentalismo, al soffocamento e alla frammentazione delle identità all’infinito dove ogni nuovo elemento, anziché arricchirsi, provoca una rottura insormontabile. È importante chiarire che qui non stiamo parlando di posizioni ideologiche, ma di modi di essere e comprensione dell’identità. I movimenti identitari sono precisamente quelli che ammettono meno discussioni ideologiche, si allontanano dalla discussione ideologica per far posto ai decalogisti del comportamento e dell’apparenza. Devi essere così e devi vestirti così. Non puoi essere una donna indigena e vestirti come ti pare.

Oggi né essere un omosessuale, né essere una lesbica, né essere una donna, né essere giovane, né essere vecchio o persino essere una puttana è di per sé un luogo interrogativo sovversivo che è scomodo per il sistema. La frammentazione delle identità in compartimenti stagni ha facilitato la semplificazione dell’analisi delle oppressioni.

Pochi movimenti hanno la consapevolezza della interrelazione tra le oppressioni.

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Golpe, rivolta e caos istituzionale. Il Perù ricambia presidente.

Golpe, rivolta e caos istituzionale. Il Perù ricambia presidente.

Crisi a Lima. Dopo la rimozione di Vizcarra, le proteste represse nel sangue e il forfait di Merino, un Congresso delegittimato elegge Sagasti per portare il Paese al voto dell’11 aprile. E così si torna al punto di partenza.

Di Claudia Fanti, per ilmanifesto

È Francisco Sagasti, portavoce del Partido Morado di centro-destra, l’unica forza politica ad aver votato contro la destituzione di Vizcarra, il quarto presidente del Perù in appena due anni, chiamato a traghettare il paese verso le elezioni dell’11 aprile.

A votarlo è stato un congresso totalmente delegittimato, in mezzo all’ennesima crisi politica, iniziata con l’illegale rimozione di Martín Vizcarra – descritta da più parti come un colpo di stato
parlamentare, ormai largamente sperimentato in America latina – e proseguita con la rinuncia dell’appena insediato Manuel Merino, il cui sogno presidenziale, perseguito negli ultimi due mesi con tanta ostinazione, è durato in tutto 5 giorni.

MESSO SUBITO ALL’ANGOLO dalle proteste di massa contro il golpe appena consumato, Merino è stato infine travolto dalle denunce contro la violenta repressione da
parte della polizia, responsabile della morte di due giovani e del ferimento di decine di manifestanti. Così, dopo la rinuncia di 13 membri del governo da lui appena designato, l’ormai ex presidente si è visto di fatto obbligato domenica a presentare le sue
dimissioni, invocando pace e unità tra tutti i peruviani dopo aver vergognosamente taciuto dinanzi all’uccisione di due manifestanti, Pintado Sánchez, di 22 anni, e Sotelo Camargo, di 24, raggiunti da diversi colpi di arma da fuoco.

Le diverse e variegate forze politiche che hanno posto Marino alla guida del paese, votando in massa per la destituzione di Vizcarra ad appena 5 mesi dalle elezioni generali, gli hanno voltato le spalle in tempi record, una volta preso atto di aver puntato sul cavallo sbagliato per difendere i propri interessi di bottega. E non c’è dubbio che
siano stati proprio tali interessi ad aver portato alla caduta di Vizcarra, dalla richiesta da parte degli ultranazionalisti di Unión Por el Perú di un indulto a favore del loro leader Antauro Humala (fratello dell’ex presidente Ollanta Humala), in carcere per la morte di cinque agenti durante una ribellione militare, fino al rifiuto da parte dei leader di
Podemos Perú e Alianza para el Progreso, proprietari di università private, di una riforma universitaria che andrebbe contro i loro interessi.

MOLTE DI QUESTE FORZE, con l’ennesima giravolta, sono ora tornate sulla propria decisione, a sostenere Francisco Sagasti, la cui proposta è esattamente quella di annullare la destituzione dell’ex presidente Vizcarra per restituire stabilità al paese.
Molto però avrà ancora da dire il popolo peruviano, sceso in strada ogni giorno da martedì scorso in tutto il territorio, non per Vizcarra, anche lui espressione in fondo della stessa oligarchia ripudiata dalle forze popolari, ma per un nuovo progetto di paese.

Molto però avrà ancora da dire il popolo peruviano, sceso in strada ogni giorno da martedì scorso in tutto il territorio, non per Vizcarra, anche lui espressione in fondo della stessa oligarchia ripudiata dalle forze popolari, ma per un nuovo progetto di paese.

Una mobilitazione costituita soprattutto da giovani – «Vi siete messi contro la generazione sbagliata», è uno dei loro slogan più usati – e animata da una richiesta che di giorno in giorno diventa più forte: quella di un processo costituente in grado di coinvolgere l’intera popolazione peruviana.

 

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L’istituzione Famiglia: crescere nella paura.

L’istituzione Famiglia: crescere nella paura.

Come lo scalpore suscitato da fatti di cronaca nasconde spesso paraocchi sul mondo e coscienza sporca. 

di Angry Pollyanna, per Intersecta

Sono nata nel 1966, l’anno in cui Franca Viola rifiutò il matrimonio riparatore da parte del suo violentatore. Ero un’adolescente nei primi anni ’80, quando lo stupro era ancora un delitto contro la “morale pubblica”. Da pochissimo erano stati aboliti dal nostro ordinamento giuridico il delitto d’onore e il matrimonio riparatore. In questo contesto storico gretto e profondamente patriarcale ho iniziato a fare sesso. I miei ne erano al corrente, appoggiarono la mia decisione di assumere la pillola anticoncezionale e se fossi rimasta incinta avrei potuto contare sul loro supporto qualunque fosse stata la mia scelta in merito. La mia era una famiglia sui generis, tutto sommato, perché quasi nessuna tra le mie coetanee poteva contare su una relazione familiare trasparente, non opprimente sulla loro vita sessuale e sentimentale. Sono trascorsi 37 anni dalle mie prime esperienze sessuali e guardandomi intorno vedo che il modello di famiglia di gran lunga dominante è ancora quello coercitivo, moralizzante, giudicante, inospitale, simile a quello delle famiglie delle mie coetanee di allora. Famiglie che tuttora considerano una ragazza di 17 anni che fa sesso una “puttana”, che se rimane incinta si preoccupano di “cosa dirà la gente”. E i muri insormontabili da cui sono circondate le adolescenti di oggi al di fuori della famiglia sono sempre gli stessi: percorsi a ostacoli da effettuare per accedere alla contraccezione standard e di emergenza, ad un’interruzione di gravidanza rispettata e tempestiva. Alcune di loro, nonostante l’apparente modernità, hanno scarse nozioni sul funzionamento del loro corpo, trovandosi addirittura a partorire senza avere avuto alcuna consapevolezza di essere state incinte. È una cosa che può accadere per diversi motivi e l’ignoranza intorno a questa eventualità è pari solo a quella sulle gravidanze biochimiche, ossia aborti spontanei di cui raramente è dato di accorgersi e assai frequenti nell’arco dei circa 35/40 di fertilità. Troppe ragazze si trovano piegate dall’angoscia e dal panico quando sperimentano accadimenti simili. Angoscia e panico notoriamente non sono le migliori condizioni mentali per prendere decisioni lucide e raziocinanti. Possono indurre un’adolescente a compiere un gesto estremo come quello di sopprimere il neonato appena partorito.
La terribile vicenda accaduta di recente a Trapani ne è un esempio eclatante. Non è certo la prima, né purtroppo sarà l’ultima. Del caso specifico non sappiamo quasi nulla. Abbiamo conoscenza però di parte della testimonianza della ragazza rilasciata alle forze dell’ordine, che in modo inequivocabile ha manifestato shock, terrore, disperazione. Personalmente so anche un’altra cosa: che chiunque l’abbia resa terrorizzata è di fatto responsabile del suo gesto. Che al momento non possiamo neanche chiamare infanticidio, perché manca un rapporto autoptico che ci dica con certezza se il neonato era vivo quando è stato gettato dalla finestra oppure se era nato morto.
Parlavo sopra di responsabilità, ma forse sarebbe più opportuno usare un altro termine: mandanti. Chi sono le persone mandanti di atti come questo? Sono coloro che inducono giovani donne a sentirsi colpevoli qualsiasi cosa facciano o non facciano. Sono coloro che non appena letta questa tragica notizia hanno sentito il dovere di condannarla senza appello seduta stante; sono i numi tutelari dell’istituzione famiglia come luogo di crescita nella sottomissione e nella paura; sono coloro che credono che partorire equivalga ad essere madre; sono coloro che ritengono che un’adolescente debba essere la sola responsabile di una gravidanza indesiderata perché “ha aperto le gambe”; sono coloro che pensano che ogni discorso misogino sulla sessualità udito in famiglia non abbia conseguenze pesantissime; sono coloro che vedono una sola vittima, il neonato, ma non la diciassettenne in preda al panico.
È la giornalista che scrive testualmente, il giorno dopo l’ennesimo massacro di migranti nel Mediterraneo, fra cui un neonato: “il primo dovere di un genitore è garantire la sicurezza dei propri figli e far salire un bambino di 6 mesi per attraversare il Mediterraneo è da incoscienti”. Perché questa madre perfetta, dall’alto del suo casuale privilegio, non si è data neanche un minuto di tempo per pensare che tra la probabilità di vedere morire il proprio figlio durante una traversata e la certezza di vederlo morire di fame, di mancanza di cure o sotto una bomba, la prima è di gran lunga la scelta più amorevole e responsabile.
Questi individui sono i veri mostri, non la ragazza di Trapani. Gente che ha un senso completamente distorto di ciò che dovrebbe essere una famiglia, ossia un’aggregazione spontanea di persone che costituiscono uno spazio in cui sentirsi a proprio agio, senza l’obbligo di dover soddisfare aspettative autoritarie, irrispettose di inclinazioni, tempi e modi di essere dei figli.
La famiglia-istituzione è il fondamento microcapillare e speculare dello stato-nazione, con le stesse caratteristiche: controllo, obbedienza, possesso, paura. Caratteristiche molto più simili alla famiglia mafiosa che a quella sociale, teoricamente accogliente e protettiva.
Una famiglia accogliente e protettiva oltre ad insegnare alla sua prole a non infilare le dita nelle prese di corrente s’impegna a crescerla nell’assenza del timore di esprimersi liberamente, di dire ciò che è, cosa e chi desidera.
Educare significa letteralmente “condurre fuori”: cioè il meglio che le persone hanno dentro di loro.
Siamo un paese complessivamente cristallizzato, ancora incernierato tra le peggiori forme di perbenismo, di tradizionalismo bigotto.
La ragazza di Trapani e il suo neonato hanno pagato l’altissimo prezzo di tutto ciò. Abbraccio idealmente lei e rivolgo tutto il mio disprezzo e il mio rancore ai mandanti di questa tragedia, l’ennesima.