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E’ morto un ragazzo nero.

E’ morto un ragazzo nero.

Come parte del femminismo nero accademico fatica ad applicare il concetto di intersezionalità, invalidando la vita e la morte di innocenti.

Di Tommy J. Curry e Gwenetta D. Curry per racismreview.com  Traduzione: Intersecta

Estate 2013
La scorsa settimana, il cuore dell’America nera è stato spezzato e le sue speranze e aspettative di equità, giustizia e uguaglianza sono state distrutte. L’assassino di un giovane ragazzo nero è stato liberato.
George Zimmerman riuscirà a vivere la sua vita da assassino prosciolto, e Trayvon Martin, la sua famiglia e altri uomini e ragazzi neri saranno per sempre marchiati dal fatto che qualsiasi confronto con
uomini e / o donne bianchi può significare la morte.

Uomini e ragazzi neri rimangono invisibili nei discorsi sulla violenza di genere e sugli omicidi razziali. La loro esistenza e sofferenza è sostituita dalla negazione, o dalla problematizzazione di qualsiasi borsa di studio che cerchi di affrontare la loro peculiare esistenza razziale, come marginalizzante della loro controparte femminile nera.

In breve, qualsiasi opera che cerca di parlare dell’oppressione sui ragazzi neri viene accusata di non essere sufficientemente femminista e,
come tale, è degna di silenzio e censura.
Essere nero e maschio non è un privilegio, è una condanna a morte
A pochi minuti dal verdetto, le femministe nere di tutto il web hanno iniziato a pubblicare post e confrontare la vita di Trayvon Martin con quella delle donne nere uccise o incarcerate nell’ultimo anno. Su
Facebook, i post delle femministe nere su Rekia Boyd, Marissa Alexander e Aiyanna Stanley-Jones sono stati condivisi ripetutamente. Rilanciando il pezzo di Jamila Aisha Brown, “Se Trayvon Martin
fosse stata una donna …”, queste blogger femministe hanno insistito sulla differenza di attenzione che la morte di uomini e ragazzi di colore riceve in confronto alle vite di queste donne nere. Tuttavia, quando
si legge effettivamente il pezzo di Jamila Brown si può solo essere stupiti da come la causalità e la storia siano viziate dall’ideologia. Il pezzo di Brown è scritto in risposta a un’intervista a Marc Lamont Hill incui gli è stato chiesto: “Come sarebbero le cose diverse se Trayvon fosse una giovane ragazza nera? Hill ha risposto “[Zimmerman] sarebbe stato condannato, perché abbiamo questa tendenza vedere i corpi maschili neri come pericolosi e minacciosi e sempre strumenti di forza letale “. Hill fa un’osservazione con cui molti uomini e donne neri in tutto il paese concordano, vale a dire che uomini e ragazzi neri
sono in generale vittime di omicidi e violenze sponsorizzati dallo stato e del vigilantismo bianco.

Dire questo non significa negare le donne nere come vittime, ma riconoscere i pericoli di essere neri e maschi negli Stati Uniti.

Un punto recentemente supportato dall’ammissione di Melissa Harris Perry che l’America è così pericolosa per gli uomini di colore, che lei desidera che i suoi figli se ne vadano, un fardello alleviato
solo in qualche modo dal “sollievo che io [lei] ho provato alla mia [sua] ecografia di 20 settimane quando hanno detto io [lei] era una ragazza. ”
Sfortunatamente, i sentimenti che esprimono paura, rabbia e disperazione sono sconosciuti da JamilaBrown e da chi la legge e sostiene. Nonostante l’indignazione della comunità nera, l’impotenza vissuta dai genitori di giovani uomini e ragazzi neri e la paura della morte di cui soffrono uomini / ragazzi neri, Brown sembra concludere che queste emozioni sono semplicemente irrilevanti per la più ampia politicadell’identità che deve essere avanzata.

Per lei, tutte le esperienze di violenza contro le donne di colore
sono esempi da opporre a Trayvon Martin. Inizia la sua discussione dicendo che le donne nere sono state linciate, un fatto che non è passato inosservato agli storici o persino agli militanti anti-linciaggio
nel 19 ° secolo data la catalogazione dei nomi di donne e ragazze nere e presunti reati in opere come quelle di Ida B .Wells-Barnett’s Red Record (1895) e John Edward Bruce’s A Blood Red Record (1901).
Secondo Brown, tuttavia, le vite di queste donne sono state cancellate e dimostrano che se “Trayvon Martin fosse una giovane donna nera, non sapremmo nemmeno il suo nome”.
Già da subito, questo ragionamento sembra sciocco. Tutta la violenza non è la stessa, quindi suggerire che le donne di colore che hanno subito un linciaggio o violenza sponsorizzata dallo stato di polizia non hanno avuto attenzione o che un’adolescente disarmata uccisa da un uomo bianco con la scusa dell’autodifesa non sarebbe presa in considerazione dalla comunità nera è un’asserzione falsa.

Già a Ida B. Wells-Barnett era chiaro che il linciaggio era inteso come arma contro la presunta “virilità della razza” e per scoraggiare l’indipendenza economica dei neri. Contrariamente a quanto si dice sul suo attivismo anti linciaggio, Ida B. Wells-Barnett comprendeva la particolare vulnerabilità degli uomini di colore, perché confessa di avere in un periodo lei stessa considerato il linciaggio degli uomini di colore come giustificabile. Come racconta in Crociata per la giustizia “… avevo accettato l’idea che si intendeva trasmettere – che sebbene il linciaggio fosse sbagliato e contrario alla legge e all’ordine, la rabbia irragionevole per il terribile crimine di stupro poteva portare al linciaggio; che forse il bruto meritava comunque la morte e la folla era autorizzata a togliergli la vita”.

Dopo la morte del suo amico Thomas Moss, Ida Wells iniziò a capire che il linciaggio era una punizione guidata dal desiderio di uccidere
uomini di colore. Quando la folla bianca ha fatto sapere a Ida B. Wells-Barnett che il suo “sesso non l’avrebbe salvata”, se fosse tornata a Memphis, ha riaffermato l’ontologia maschile alla base del
linciaggio. Fu la degradazione di Wells-Barnett allo status di uomo nero a minacciare la sua vita e cancellare il suo sesso. Nonostante le prove storiche che danno ampio sostegno all’opinione che la
violenza omicida anti-neri (linciaggio, violenza di stato della polizia ed esecuzioni pubbliche) sia diretta principalmente agli uomini neri, alcune femministe nere non possono ammettere concettualmente una
realtà in cui la mascolinità nera è una vulnerabilità di genere che porta gli uomini di colore ad essere capri espiatori del razzismo americano.
Brown sostiene che le morti di Rekia Boyd, Deanna Cook, Aiyana Stanley Jones e Tarika Wilson, nonostante abbiano suscitato proteste, siano state prese in considerazione dalla NAACP e abbiano portato ad
azioni legali, vengono ignorate a causa del “privilegio del maschio nero” o del l’idea che “la vittimizzazione delle giovani donne è inclusa in un pozzo generale di dolore nero che è ampiamente definito dalle lotte degli uomini afro-americani”. Ah, è cosi? Non vengono invece ignorate dal rapporto di potere asimmetrico tra le comunità nere impoverite e lo stato di polizia, o dall’apatia generale per la vita nera?
Affermando l’esistenza di “un privilegio maschile nero” che in qualche modo rimane inalterato dalle morti esponenziali, incarcerazioni, disoccupazione e povertà di uomini e ragazzi neri, condizioni che
meritano particolare attenzione, queste autrici rendono il riconoscimento del privilegio maschile nero assiomatico e indiscutibile.

In breve, queste femministe affermano che indipendentemente dalla morte violenta storicamente associata all’essere un uomo di colore, questi uomini di colore godono del privilegio politico di essere maschi e di essere riconosciuti anche nella morte rispetto alle donne di colore, alcune delle quali vivono e respirano ancora. Piuttosto che essere un’analisi seria di come gli uomini di colore hanno concretamente privilegi (istruzione, ricchezza, mortalità, salute), questa tesi è intrisa di una ideologia che mira più al riconoscimento accademico limitato ai blog che uno studio empirico che offra informazioni sulle tragedie che hanno effettivamente un impatto sulla Comunità nera.

Alla morte di Trayvon Martin, questo uso che si fa di un concetto reale e valido come quello del privilegio del maschio ha come scopo il tentativo di demonizzare una comunità che ha perso padri, figli e mariti neri insieme a madri, figlie e mogli perché non è abbastanza femminista.

Queste femministe nere sostengono che, nonostante la tragedia di perdere un ragazzo nero di 17 anni, poco più che un bambino, spetti a loro il diritto di decidere ciò che la sua vita dovrebbe significare per la comunità nera, o cosa significherebbe la sua vita se la comunità nera non fosse accecata dal patriarcato.

Mentre la sinistra nera e le agenzie di stampa indipendenti nere si sono preoccupate della morte di uomini e donne neri, così come di ragazzi e ragazze neri, alcune femministe nere non hanno reso la
morte di donne nere uccise dalla violenza di stato, brutalità della polizia, profilazione razziale, o razzismo il loro obiettivo centrale, a meno che, naturalmente, quelle donne non siano state uccise o
brutalizzate per mano di uomini neri, il che rende la loro sofferenza perfettamente adatta al loro modello (Duluth) di violenza domestica. Voxunion ha presentato prove di uomini e donne di colore che muoiono ogni ora, Redding News Review ha coperto la morte di Rekia Boyd e Aiyana Stanley Jones, così come l’arresto di Marissa Alexander; commentavo costantemente queste morti nei miei interventi radiofonici, e Black Agenda Report ha riportato le morti di donne e bambini neri insieme ai loro omologhi maschi neri.

Ma data l’ideologia dominante in alcuni ambienti universitari, queste femministe nere si sentono più che a proprio agio nell’usare la morte di queste donne e bambini per sostenere che la morte di Trayvon Martin non dovrebbe essere valutata meno perché era un ragazzo.

I maschi neri sono vittime del razzismo e del sessismo.
È disgustoso che queste persone ora affermino di poter decidere come valutare la morte di Martin, ma non dicono nulla contro i suprematisti bianchi e le istituzioni che hanno svalutato la vita dei neri. La
domanda centrale posta da Piers Morgan nel chiedere cosa sarebbe successo “Se Trayvon Martin fosse una ragazza nera”, è se un vigilante bianco avrebbe potuto o meno affermare di temere per la sua vita e
usare l’autodifesa come giustificazione per ucciderla. Molti commentatori pensano semplicemente che Zimmerman sarebbe stato arrestato per aver ucciso una donna nera, e le commentatrici non hanno offerto alcuna ragione per smentire questa ipotesi.

Quindi, nel tentativo di ridimensionare la morte di un uomo nero, questi commenti costruiscono delle ipotesi che chiedono al pubblico di immaginare una vittima donna nera che viene violentata e aggredita sessualmente piuttosto che essere semplicemente assassinata a sangue freddo. Intendiamoci, queste ipotesi vengono accolte come un fatto, qualcosa che sarebbe necessariamente accaduto alla vittima femmina nera e solo a lei, nonostante Rachel Jeantel abbia detto al pubblico americano che in realtà Trayvon Martin aveva il fondato timore che Zimmerman fosse uno stupratore di adolescenti neri.

L’elemento sessuale e sessualizzante della violenza razzista
viene completamente ignorato quando si parla di uomini e ragazzi neri. Eric Glover e Terrence Rankin sono stati assassinati per soddisfare il feticcio della necrofilia di tre adolescenti bianchi, e come previsto
non c’è stata nessuna analisi “femminista” sulla particolare vulnerabilità di genere di questi uomini neri.
Ma questa paura, la paura che un ragazzo nero può avere di essere violentato, viene ignorata, perché come spiega Greg Thomas, “per un certo tipo di femminismo accademico, il genere vale solo per le femmine” e come tale, solo le donne possono temere di essere aggredite, di essere vittime di stupro.

Perché queste femministe nere non fanno il confronto tra la vita di uomini, donne e bambini bianchi dopo la morte di queste donne nere? Perché le morti di uomini e ragazzi neri sono gli unici esempi
comparabili?  Perché non stanno criticando i loro portavoce come Beverly Guy Sheftall per aver annunciato pubblicamente i programmi del femminismo nero in luoghi popolari come The Root, ma
escludendo gli assassini razziali delle persone nere di ogni genere? Perché queste femministe nere non scrivono nei loro giornali e blog delle storie di queste donne nere uccise come esempio della sofferenza
provocata dall’odio contro le persone nere piuttosto che come reazione scomposta alla morte di un ragazzo nero? Perché quando una comunità nera piange, la risposta femminista accademica  è quella di spogliare il
significato che ha assunto la vita di un maschio nero – una vita abbracciata da uomini, donne e bambini neri allo stesso modo, una vita tolta alle famiglie nere in tutto il mondo, e una vita che continua a essere sporcata dalla paura di morire pima di diventare adulti? Questa paura della morte non garantisce un’organizzazione politica intorno alle questioni e alle cancellazioni dei diritti dei maschi neri?
In questo caso, il femminismo nero non è migliore del suprematismo bianco che nega le possibilità politiche detenute dai neri di genere maschile. La virilità nera non è una patologia, non è una malattia da
curare con la morte o con il femminismo escludente. Angela Davis, che non è sicuramente meno femminista delle commentatrici astiose, è chiara in Women, Race & Class quando dice che gli uomini di
colore non avevano privilegi maschili durante la schiavitù, perché questo avrebbe danneggiato il sistema schiavista, né lo avevano durante il movimento per i diritti civili nonostante la tesi di Michelle Wallace
sul il mito dello stupratore maschio nero.

Le femministe come Brown stanno usando questo tragico
incidente per attirare ulteriormente l’attenzione sui loro programmi politici. L’articolo di J. N. Salter, “Sono un traditore della razza? Trayvon Martin, i discorsi sul genere e l’invisibile donna nera” sostiene
che alle donne nera si chieda di “anteporre la loro razza al loro genere e di ignorare i problemi che le donne di colore hanno all’interno delle nostre comunità”, ma questo non è vero poiché molte donne nere
da Ida B. Wells-Barnett a madri come Sybrina Fulton hanno risolto questo problema senza rinunciare a nessuna delle due identità.

Questa corrente femminista sostiene che per essere nere e donne metta a riparo da ogni critica, nonostante il fatto che la politica dell’identità in agguato dietro la loro idea di femminilità tragga beneficio dalle loro alleanze politiche con donne bianche. Non dovremmo
concentrarci solo sul fatto che la persona nera colpita sia una donna o un uomo, ma anche e soprattutto sulla protezione delle nostre comunità dalla violenza si sistema. E in casi come questo, legati al
vigilantismo bianco, uomini e ragazzi neri meritino gran parte della nostra attenzione, perché sono le prime vittime, anche se non le uniche.

Conclusione
Degli oltre 300 neri uccisi nel 2012 da violenze extra-legali, quanti nomi conosciamo? Ogni anno, centinaia di neri vengono uccisi dalla polizia, la maggior parte di loro uomini, non sappiamo chi siano
tutti e non per tutti si fanno marce; alcuni nomi non vengono mai pronunciati. I bambini neri, maschi e
femmine vengono uccisi e nessuno piange, urla o marcia per loro. Un vigilante bianco uccide un adolescente disarmato e improvvisamente la paura e il dolore provocati dalla morte di un giovane ragazzo nero si trasformano in “l’unica morte di cui i neri si preoccupano”.

Certo femminismo nero non ha problemi a trasformare il dolore e la tortura di una comunità – le sue famiglie –
in un metro che misura limportanza della morte nera e articola questo spettacolo disumanizzante nelle morti “significative” delle donne nere e poi di tutti gli altri; la comunità nera, i morti uomini neri, “noi”.
L’ideologia (politica, morale o altro) non è il barometro della verità.
L’indifferenza per la morte di uomini e donne di colore da parte di settori del mondo accademico femminista nero, l’assenza di questioni come la violenza di stato, la violenza antinera e l’omicidio dai
loro discorsi vertano essi su intersezionalità, amore o istruzione, sono un dato di fatto.

Consiglierei ad alcune femministe nere di smettere parlare alle donne bianche e agli uomini bianchi per ottenere il riconoscimento accademico, e di scrivere invece delle morti delle persone nere che dicono di avere al centro della coscienza. Questi post che continuano a reagire in termini negativi all’importanza che la comunità nera
ha attribuito alla morte di Trayvon Martin, invece di suggerire un’analisi delle condizioni che l’hanno provocata, dimostrano la spinta negativa della politica dell’identità femminista nera contro uomini /
ragazzi neri, piuttosto che un’analisi concreta della vulnerabilità delle persone di colore alla violenza sessuale e all’omicidio (con modalità diverse per genere, certo, ma entrambe gravi) e di come questo
riconoscimento aiuti la comunità nera.

Questi post mostrano che fare la caricatura della mascolinità nera è accademicamente redditizio, più di quando sia tragica la morte di un ragazzo nero

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Un dente di Patrice Lumumba verrà riconsegnato alla famiglia e al suo paese.

Un dente di Patrice Lumumba verrà riconsegnato alla famiglia e al suo paese.

da dw.com  traduzione: Intersecta

Uno dei denti di Patrice Lumunba verrà restituito alla sua famiglia e al suo paese.

Il Belgio, ex potenza coloniale in Repubblica Democratica del Congo, ha dichiarato di voler finalmente restituire un dente appartenuto a Patrice Lumumba, leader socialista dell’indipendenza congolese assassinato dai servizi segreti belgi e dalla Cia il 17 Gennaio del 1961. La figlia Juliana Lumumba, aveva scritto al  Re del Belgio proprio per avere l’ultima traccia fisica del padre, il cui corpo era stato fatto sparire.

Il dente era stato sequestrato alla famiglia di un poliziotto belga, ora morto, che aveva contribuito a fare sparire il corpo di Lumumba.

La giustizia belga consente a restituire parte delle spoglie di Patrice Lumumba alla sua famiglia, e questa notizia ha fatto la prima pagina dei giornali belgi il 10 Settembre. Sono più di  50 anni che la famiglia aspetta questo momento.

Il 20 Giugno 2020 Juliana Lumumba aveva scritto una lettera al re in cui domandava che i resti del padre potessero essere sepolti nel suo paese.

Il giudice di istruzione ha deciso che un dente poteva essere restituito alla famiglia. Ricordiamo che Lumumba dopo essere stato ucciso fu sciolto nell’acido, e dalla distruzione si salvarono solo dei denti. Durante gli anni 2000 in un documentario tedesco il commissario belga Gerard Soete aveva dichiarato di avere conservato come cimeli dei denti, mentre tagliava il cadavere a pezzi per poi farlo corrodere dall’acido.

Juliana Lumumba: “E’ morto in una maniera atroce”.

La figlia dichiara: “ La mia prima reazione è evidentemente di soddisfazione e vittoria. Perché dopo 60 anni i resti di mio padre che è morto per il suo paese, l’indipendenza e la dignità degli esseri umani neri, torneranno alla terra dei suoi antenati. E’ chiaro che è una cosa buona.  Però dopo aver letto la dichiarazione sulla stampa aspettiamo  una risposta ufficiale e di conoscere le condizioni della restituzione.”

DW: A quanto pare per il momento restituiranno un solo dente. Che ne pensate, visto che avete chiesto molto di più?

Juliana Lumumba: “Come sapete, cerchiamo la verità da più di 40 anni. E’ morto in maniera atroce, ma per anni non sapevamo se fossero rimasti dei resti. Poi sappiamo dai media, non dal governo belga, che sono rimasti dei denti e che un commissario li teneva per ricordo. E adesso la giustizia belga ce ne concede uno.

La cosa più importante, come figlia, è per me potere seppellire mio padre. Le nostre tradizioni ci insegnano che la maniera in cui si seppelliscono i propri cari dice tanto su di noi, ed è importante. E’ tempo di provare a medicare le ferite. Al momento posso dire solo questo”.

 

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Perché all’antispecismo non servono le signorine Rottenmeier.

Perché all’antispecismo non servono le signorine Rottenmeier.

Riflessioni contro il purismo intollerante in ambienti vegani.

Dal blog antispeciesistaction.com , Traduzione: Intersecta

 

L’antispecismo, inteso qui come corrente di pensiero, è in costante evoluzione. Non notare l’abisso che separa un testo come “Liberazione animale” di Singer da uno come “Liberazione totale” di Best è piuttosto difficile (differenza che, del resto, è già chiara a partire dai titoli). L’evoluzione che si è avuta, in questo caso in appena cinquant’anni, non è da intendere come un semplice superamento, che elimina il vecchio lasciando spazio al nuovo. Essa va invece intesa come differenziazione: di pensiero, di proposte, di pratiche, di finalità. Ciò è di fondamentale importanza. Perché questo si verifichi, è necessario alimentare quel processo che porta alla messa in discussione delle teorie fin qui sostenute, e alla conseguente formulazione di nuove proposte. E poiché l’antispecismo è politico e come tale si pone degli obiettivi concreti, è allo stesso modo necessario valutare l’efficacia delle proprie azioni.
Questo è l’antidoto contro ogni purismo. Non tenendo conto della diversità, non producendo diversità ma conservando e imponendo una purezza pratica e ideologica fine a se stessa, si rimane inevitabilmente in posizioni stagnanti che non aiutano nessun*.

A tal proposito, traduciamo e condividiamo con voi questo articolo scritto dal collettivo Antispeciesist Action.

E se fossero umani?

Chiedersi “e se fossero umani?” in una cultura profondamente specista è quasi sempre un modo efficace ed emotivo per verificare se qualcosa o qualcuno è specista o no. Ad esempio: è moralmente giusto allevare e massacrare persone umane per la loro carne? La risposta è no, è immorale, e questo presenta quindi il palese pregiudizio nel caso delle persone non umane. È moralmente giusto intrappolare e uccidere gli umani per i loro capelli? Ancora una volta, la risposta è ovvia. Questa domanda permette anche di svelare importanti incongruenze e ipocrisie all’interno della cultura dominante, e anche all’interno di  ambienti vegani.

Ma ecco un esempio interessante e insolito per cui questa domanda non è sufficiente: un gioco kink (BDSM) in cui le persone umane si travestono da persone non umane (come i cani) e ne traggono gratificazione sessuale, sociale ed emotiva è da intendersi come una sorta di appropriazione di comportamenti, corpi e comunicazione non umani, e siccome i non umani sono oppressi, è necessariamente specista / oppressivo? Senza un’analisi accurata e una comprensione sociologica del BDSM, rischiamo di avere un approccio sex negative e di definire il kink come specista. Jeff Mannes, un sociologo queer e sex positive, sostiene che il “gioco degli animali” voglia sovvertire lo specismo e non  perpetuarlo, e ciò è dimostrato dalla filosofia che sta dietro il kink.  Il  kink nasce quindi  come”anti-habitus” (sovversione di tabù) e nel caso del “gioco degli animali”, è la reazione alla separazione degli umani dalla loro animalità. Questa teoria  eccitante e multidimensionale mostra che spesso le risposte a queste domande sono più sfumate di quanto non appaiano inizialmente, e quindi dovremmo stare attenti prima di emettere sentenze.

Nel complesso, la domanda iniziale può aiutare a orientarci nella direzione di ciò che le nostre azioni, immagini e linguaggio dovrebbero essere e come dovrebbero essere. Sfortunatamente, questa domanda è stata usata anche come arma per fare gaslighting  da parte di coloro che si aggrappano alle convinzioni speciste, e accusano gli antispecisti di essere puritani.

“E se fosse un cane?”

Come discusso in un precedente articolo dal titolo “il problema  delle analogie con i cani nell’antispecismo”, la domanda “e se fosse un cane?” riguardo l’assassinio di mucche o maiali è stata usata per rafforzare lo specismo più che per sovvertirlo. L’argomento principale contro questa frase era che i cani sperimentano anche lo specismo violento, e il loro “status speciale” (in “Occidente”) è superficiale e apparente, in quanto questo “status speciale” è esso stesso una forma di specismo che si esplica nella violenza sistemica dell’industria degli animali domestici o di altri tipi di sfruttamento. Questa frase alla fine pone i cani su un falso piedistallo “amorevole” e diminuisce la loro esperienza vissuta senza far luce sull’ideologia specista.

Quindi l’alternativa non specista è “e se fossero umani?”?  Insomma…

La definizione di veganismo / antispecismo che noi usiamo  è: “rifiutare e combattere lo specismo per quanto possibile e praticabile”. E in termini semplici, “specismo” significa che le persone umane si considerano moralmente superiori alle persone non umane, e quindi riecheggiano questo in tutti i sistemi umani, le culture umane e le relazioni interpersonali.

“Il Liberation Pledge”

Il “Liberation Pledge” (pegno di liberazione) è il processo mentale e militante per cui un essere umano si impegna a non sedersi a tavoli dove vengono consumati corpi e secrezioni non umane, per il proprio benessere emotivo, per una protesta sociale o per entrambi i motivi. E’ come se l’antispecista dovesse “pagare pegno”, altrimenti non sarebbe più tale.

Stiamo usando il “Liberation Pledge” come esempio di possibile purismo vegano a causa della sua (legittima) associazione con il pensiero vegano. Lo diciamo a mo’ di disclaimer, noi non mangiamo ai tavoli non etici né ci impegniamo in situazioni sociali dirette in cui viene consumata carne, latte di mucca, ecc.

Ma non consideriamo ciò come un “pegno” di purezza vegana come quando si indossa un braccialetto a forchetta,  ma come un uso tattico del rifiuto sociale per protestare contro le norme speciste violente. Lo facciamo perché è specista consentire situazioni socialmente speciste. Ad esempio, se la carne di maiale sul tavolo fosse invece carne umana, non ci siederemmo a tavola e mangeremmo piante. In particolare, usiamo questa tattica perché possiamo e siamo socialmente, emotivamente e fisicamente in grado di farlo. È specista mangiare ai tavoli dove c’è carne non umana? Assolutamente. Ogni vegano può usare questa tattica? No. È pericoloso chiedere ad altri vegani di usare questa tattica senza un loro consenso adeguatamente informato sui rischi sociali, emotivi e professionali di tale azione? Assolutamente sì.

Il fatto è che l’antispecismo non è un club esclusivo che concede o revoca tessere in base a meriti o infrazioni. E’ qualcosa di molto più serio.

Specismo nel cinema

Il problema principale è quando chiediamo che tutti debbano rifiutare lo specismo nella sua interezza e ci aspettiamo gli stessi stardard da tutti (purismo), dimentichiamo che il veganismo (rifiutare e opporsi allo specismo) riguarda ciò che è praticabile e possibile per le persone umane. Quando guardiamo film e programmi TV, dimentichiamo facilmente che le persone non umane avrebbero potuto essere sfruttate come attori, la loro carne e le loro secrezioni come oggetti di scena per il cibo, la loro pelle e i loro capelli come vestiti, ecc. È specista guardare e pagare per questi film che ci divertono , quando se ci fossero umani trattati in quel modo non lo faremmo? La risposta è sì, è specista, ma ciò non significa che sia emotivamente o socialmente possibile boicottare ogni film in cui vi è violenza specista nella produzione o, altrettanto peggio, ideologia specista nel messaggio morale del film. Guardare “Il Trono di Spade”, ad esempio, non significa che condoni la schiavitù letterale dei cavalli o lo sfruttamento fittizio dei draghi nella serie.

Anonymous for the Voiceless , ovvero intersezionalità questa sconosciuta.

Qualche tempo fa, gitrava un post razzista creato da AV (Anonymous for the Voiceless) su una persona di colore che usava la testa mozzata di un maiale come sostegno (sottintendendo che i poliziotti sono maiali) durante una protesta di Black Lives Matter. Il post stava minando il movimento BLM prendendo di mira lo specismo palese di un antirazzista nero, ma non era critico nei confronti dello specismo dei sistemi di polizia violenti che schiavizzano cavalli e cani e li armano per la repressione del movimento. Una persona ha commentato questo post spiegando che si trattava di “una persona”, che stava usando uno specismo scioccante contro la polizia, e che il post era per i razzisti l’equivalente di un fischietto per cani. La risposta: “e se fossero tua madre? …” (i resti del maiale) “… avresti detto questo?”, Questa è una variazione della famosa domanda “e se fossero umani?”, e in questo caso è stata usata come artificio per convincere (in retorica si chiama “argomento dello spaventapasseri”) il commentatore a pensare di essere specista. Questa domanda può ed è stata usata da destra ed eco-fascisti per controllare la narrativa e richiamare coi fischietti per cani altri esseri umani malvagi e sfruttatori.

“Non lo diresti se fossero umani !?”, la risposta è spesso probabilmente “no, non lo farei”, ma viviamo in una cultura profondamente specista e ci sono molteplici sfaccettature e sfumature nelle vite umane. A volte le persone umane devono sedersi ai tavoli e mangiare cibo vegano con esseri umani che mangiano carne, perché da un punto di vista sociale non hanno scelta, poiché si sentirebbero isolati e non riuscirebbero a far fronte mentalmente al mondo senza questo meccanismo di supporto emotivo, quindi, è impossibile per loro evitare la partecipazione a questa pratica specista. Alcuni potrebbero essere più a loro agio emotivamente  e in grado di usare questa tattica in modo efficace e sicuro, e quindi se possono e vogliono è giusto che lo facciano, come è giusto che chi può e voglia seguire una dieta a base vegetale o smettere di usare un linguaggio specista, lo faccia.

Quando discutiamo di rifiuto sociale come tattica (e questo è, una tattica) con attivisti, in particolare giovani / nuovi attivisti ideologicamente vulnerabili, non dobbiamo pretendere una purezza irraggiungibile. Questo non vuol dire che il rifiuto sociale non sia una tattica potente, se usata bene, che non permette di raggiungere buoni risultati, ma quando si tratta di purezza, allora è inutile e diventa una sorta di religione.

Organizzazioni problematiche

Un altro modo in cui la purezza, sotto forma di cultura dell’annullamento dell’altro, può esprimersi si verifica quando un’organizzazione (luogo di lavoro, per esempio) è specista, gerarchica o oppressiva in qualche modo e coloro che protestano contro queste organizzazioni ( i professionisti dell’antispecismo) richiedono alle persone umane coinvolte (di solito i neo-vegani ideologicamente vulnerabili e i volontari non pagati) di rompere immediatamente con queste organizzazioni, in modo puritano. Dobbiamo essere consapevoli che gli esseri umani possono avere sistemi di supporto sociale, emotivo e finanziario in atto legati a queste organizzazioni e dobbiamo riconoscere che non è sempre praticabile e possibile allontanarsi immediatamente e radicalmente da qualcosa in cui è coinvolta la propria vita.

“Animali di servizio”

“E gli umani ciechi o ipovedenti che sfruttano i cani come” animali di servizio “? Questi cani sono indubbiamente ridotti in schiavitù, la loro autonomia fisica e il loro consenso possono essere violati, ma non è nemmeno possibile o praticabile per molte di queste rinunciare ai cani per sopravvivere in questo mondo fondato sull’abilismo. Rispondiamo ignorando lo specismo? No, riconosciamo che è specista, ma riconosciamo anche che attualmente non è possibile per tutti non prendere parte a questa forma di sfruttamento. Non attacchiamo le persone malate che assumono farmaci che sono stati testati attraverso la vivisezione; combattiamo le industrie della vivisezione. Non colpevolizziamo gli umani ciechi per aver sfruttato i cani per sopravvivere; combattiamo per un mondo non abilista che si adatti alle varie capacità, specie e corpi che lo abitano.

Infine:

Lo scopo di questo contributo è chiedere a tutti di lasciar perdere il purismo vegano. Il purismo “un tanto al chilo” è probabilmente la qualità meno attraente  (e più di destra) del moderno “veganismo” mainstream probabilmente e il nostro ostacolo numero uno per ottenere una forte solidarietà da altri movimenti socio-politici (di sinistra e libertari). Siamo puristi riguardo alla nostra dieta, alla nostra ideologia, al nostro stile di vita, al nostro linguaggio, alle nostre azioni; costruiamo le nostre mura molto alte e ci aspettiamo che molti vengano da noi. Detto questo, essere contro il purismo non deve essere confuso con il modello “welfarista” “vegetariano” o col modo essere “vegan-ish”, che condona la violenza specista per il “bene superiore”, ad esempio, raccomandando ai vegani di mangiare un po’ di carne di pesce di fronte ai non vegani per apparire “meno estremi”, (yikes). Quello che stiamo dicendo suona in qualche modo simile a quello, ma è profondamente  diverso in quanto stiamo dicendo che lo specismo è completamente inaccettabile, ma che trovarsi coinvolti nello specismo a vari livelli è a volte inevitabile per alcune persone umane in alcune situazioni, e che essere puritani e intolleranti con questi umani non aiuterà né noi né loro.

 

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Indovina chi viene a cena stasera.

Indovina chi viene a cena stasera.
I “cugini” del Partito, ultima arma di repressione degli Uiguri.

da Le Canard Enchainé, Traduzione: Intersecta

Li chiamano “cugini”, questi simpatici quadri del regime che si intrufolano, senza schiamazzi, a casa delle famiglie uigure, etnia turcofona e musulmana che vive nel nordovest della Cina.
Arrivano, dormono lì, si piazzano in cucina al momento della preparazione dei pasti. “Una sorveglianza nel cuore dell’intimità”, denuncia il quotidiano Le Monde.
Cosa fanno, questi cugini? Niente di che: parlano del più e del meno, della vita del villaggio, del tempo che fa, gettando al contempo un occhio sui telefono sulle foto, osservando la minima reazione del padrone di casa, e anche la maniera in cui cucina.
Tu mangi il maiale, vero? Ne sei sicuro? Fammi vedere quanto ti piace, te ne servo un altro po’ se vuoi. Dai, continua così che sembri proprio un bravo ragazzo.
Gli Uiguri dovevano già subire la dittatura della famigerata applicazione Ijop, installata obbligatoriamente sui loro cellulari, da cui raccoglie tutti i dati possibili, classificando gli individui in funzione del loro comportamento e trasmettendo tutto a Pechino in giornata. E guai agli sciagurati che scaricano WhatsApp!
Raccolta di DNA, riconoscimento facciale grazie a migliaia di telecamente, scomparsa misteriosa di oppositori, deportazioni di massa, persecuzione di intellettuali: tutto ciò non basta al regime cinese. Ormai è tempo di ricorrere ai vecchi sani metodi staliniani di sorveglianza a domicilio, per registrare anche il minimo scambio di sguardi.
Eh, il contatto umano è importante, e al Partito sono degli inguaribili romantici.

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Sull’incoerenza patriarcale.

Sull’incoerenza patriarcale.
Ovvero: come due irruenti cagnoni capiscono la cultura del consenso meglio di tanti compagni
di Angry Pollyanna, per Intersecta.
Succede che il famoso “se l’è cercata” continui a imperversare in ogni dove.
Parliamo di uno dei capisaldi di quella che la sociologia femminista ha denominato cultura dello stupro decenni fa e potremmo sintetizzarlo così: una donna che si aggira in luoghi pubblici con svariati centimetri di pelle esposta, magari pure non del tutto sobria, è una che va a cercarsi molestie e stupro.
Se non di proposito, comunque fa in modo di attirare su di sé l’attenzione, le mani e tutto il resto di uomini etero che non riescono a contenere la propria eccitazione sessuale. Mettendo da parte per un momento il fatto che da sempre, ad ogni latitudine, le donne subiscono molestie e stupri anche se girano intabarrate come palombare e completamente sobrie e che molte violenze sessuali avvengono tra le pareti domestiche, e visto e considerato che non si riesce a far comprendere universalmente che le donne non sono prede da cacciare, che occorre il loro consenso per averci a che fare con relazioni di qualsiasi tipo, mi concentrerei su questi uomini “provocati”.
Mi si dice da oltre cinquant’anni che noi donne dobbiamo essere realiste, prudenti, che dobbiamo essere in grado di difenderci dalle aggressioni sessuali o addirittura prevenirle. Il che mi andrebbe anche bene (ovviamente scegliendo noi il modo più opportuno, nel mio caso girare coperta per quasi quarant’anni e con un coltello a scatto sempre nello zainetto, piu’ tardi sostituito da elegantissime shopper, secchielli, borse a mano, pochette, clutch, ma sempre con il mio compagno fedele all’interno) se contemporaneamente si fosse sviluppata una sana controcultura il cui principio fondante fosse l’educazione al rispetto. Che tradotto significa: insegnare ai maschi a non molestare né tantomeno a stuprare.
Invece, nisba. Ossia: la mentalità di gran lunga dominante è quella che t’impone di considerare tutti i maschi etero dai 15 ai 75 anni (ma con i nuovi ritrovati medici anche oltre) come dei potenziali violentatori da cui DEVI difenderti e che non puoi provocare con il tuo vestiario discinto o con la tua mancanza di lucidità dopo aver ceduto colpevolmente a un paio di bicchierini di limoncello.
Gli uomini etero per fortuna non sono tutti dei predatori da tenere a bada, ma tant’è, è esattamente questo il messaggio che le ragazze di alcune generazioni successive alla mia devono sorbirsi ancora oggi.
Dunque mi concentrerei a questo punto su come la società vede i maschi etero e su come la maggior parte di loro vede sé stessi. Da un lato come leader autorevoli, cavalieri serventi, pilastri della pubblica discussione su tutto lo scibile umano al punto di diventare “blastatori”, spesso e volentieri minchiaritori che in un confronto sul femminismo, per esempio, ti spiegano loro cos’è, cosa dovrebbe essere, quali finalità dovrebbe avere. Il tutto accompagnato da lodi sperticate nei confronti delle gesta di grandi uomini della storia che hanno fatto la differenza nel loro campo di azione. E il progresso culturale, bla bla bla, e l’incredibile superiorità dell’ingegno umano (maschio soprattutto) bla bla bla, e le incredibili scoperte scientifiche bla bla bla, e l’arte dei grandi maestri bla bla bla. Ovviamente ti sciorinano tutto ciò come fossero loro conquiste e creazioni personali.
Dall’altro lato però, questi mostri dell’evoluzione, del tronfio orgoglio di specie, della superiorità intellettuale rispetto a tutti gli altri animali non umani, sostengono, purtroppo insieme a molte, troppe donne, che davanti a una minigonna o a una scollatura femminili “provocanti” tutto quanto sopra va a ramengo. A causa della natura che governa il loro istinto. Cioè ci dicono espressamente che le loro azioni cessano di essere controllate da cervello, educazione, ingegno e cultura, che nulla possono di fronte allo strapotere del testosterone. Il cui comando, innescato dalla di lei di turno provocazione, è incontrastabile. Beh, decidetevi: delle due l’una. Dobbiamo trattarvi da fari nella notte della conoscenza e dell’autorevolezza o come incapaci di intendere e di volere?
Io ho avuto due cani, meravigliosi, con alcuni atteggiamenti aggressivi ma fondamentalmente dei tontoloni adorabili, Scooby e Giotto. Erano sempre infoiati in presenza di cagne tutte, nessuna esclusa, anche quelle non in calore. Eppure, nonostante il loro corteggiamento a volte insistente e fastidioso, poi si ritiravano in buon ordine davanti ai dinieghi delle belle creature con cui ambivano ad accoppiarsi. Quindi cosa dobbiamo fare con questi fini intellettuali/infoiati, campioni di autodisciplina nelle arti marziali/infoiati, esempi di rigore militare/infoiati, leader maximi della sinistra/infoiati? Dobbiamo trattarli come esseri intelligenti o come ormoni incontrollabili a tre gambe? Dobbiamo considerarli come interlocutori credibili o dobbiamo considerarli come Scooby e Giotto, solo infinitamente più imbecilli e irrispettosi?
Una cosa è certa: fossi un uomo questa rappresentazione demenziale del genere maschile mi farebbe incazzare come non mai. Solo questo sarebbe un ottimo motivo, oltre a quello fondamentale dell’autoeducazione al rispetto, per imparare a non molestare e a non stuprare. Il fatto di non rispettare l’inviolabilità del corpo di una donna, cioè non considerare la mancanza del suo consenso, passa inevitabilmente dal considerarsi incapaci di intendere e di volere. Oppure intendono, vogliono, prendono.
E la tragicomica è che si considerano più evoluti dei cani. Di certo non di Scooby e di Giotto
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La favola del maiale e del pipistrello.

La favola del maiale e del pipistrello.

Quando la bramosia umana e il capitalismo globalizzato rendono possibili incontri improbabili. E a pagarne le conseguenze siamo noi.

di Jean-Luc Porquet, per Le Canard Enchainé. Traduzione: Intersecta

“Come ha fatto un virus che circolava tranquillamente fra le popolazioni di pipistrelli in qualche parte dell’Asia a riuscire a decimare popolazioni umane in tutto il pianeta?
E’ la domanda che si pone Serge Morand, ecologo al CNRS (Il CNR francese) e specialista di malattie infettive. E anche se le condizioni esatte che hanno portato alla comparsa del coronavirus a Wuhan non sono ancora del tutto chiare, secondo Morand la risposta a questa domanda ce la può dare una favola, di quelle vere, come quelle di Esopo o di La Fontaine: “C’erano una volta un pipistrello e un maiale che, a dispetto di ogni probabilità, si incontrarono in un meraviglioso paese dove, per motivi religiosi, gli abitanti non mangiavano i suini, ma li allevavano per gli altri. Tuttavia, dopo questo improbabile incontro, la gente di questo paese fu colpita da una strana malattia”.
Nel Settembre del 1998, una temibile epidemia è riscontrata in un allevamento di maiali in Malesia, e la sua origine è presto rintracciata: il virus Nipah, che circola abbondantemente fra i pipistrelli. Gli allevatori contraggono delle febbri emorragiche molto gravi, e l’epidemia si propaga fino a Singapore. Per circoscriverla, viene abbattuto un milione di maiali e migliaia di esseri umani e di animali vengono isolati. L’epidemia verrà dichiarata sotto controllo nel Marzo del 1999, con un bilancio di 105 vittime umane, e numeri molto più alti per gli altri animali. Ok.
Ma perché questo virus è passato dai pipistrelli ai maiali, e poi dai maiali agli esseri umani, in un paese in cui la stragrande maggioranza della popolazione è musulmana e non mangia carne di suino? E come ha fatto poi a raggiungere un altro paese?
La risposta è semplice. Nel 1998, la grande isola del Borneo vede le sue foreste distrutte da incendi dolosi, che hanno come scopo rimpiazzare la vegetazione pluviale con palme da olio. Vedendo il loro territorio rimpicciolirsi, i pipistrelli (che in quella parte del mondo sono frugivori) partono alla ricerca di nuove zone per vivere e nutrirsi, e le trovano nei frutteti intensivi della Malesia, che ospitano anche enormi allevamenti di maiali. E qui comincia il giro, perché i maiali allevati in Malesia sono destinati all’importazione, e così il virus arriva a contagiare il personale dei macelli di Singapore.
L’improbabile incontro fra pipistrelli e maiali non è quindi frutto del caso, ma è stato determinato dal contesto socio-economico.
“E’ tutto dovuto alla deforestazione, all’agricoltura intensiva, alla globalizzazione degli scambi che porta al commercio in tutto il mondo di animali vivi e di prodotti dell’agricoltura intensiva”, ci spiega Morand. Dire che oggi ci sono delle epidemie mondiali perché ci sono sempre state, come si è sentito da diverse fonti quando è apparso il Covid19, significa non voler capire niente. L’ecologo francese afferma che, se è vero che le epidemie sono sempre esistite, esse si moltiplicano sempre più velocemente a partire dagli anni quaranta del ventesimo secolo, e acquistano una dimensione globale con l’inizio degli anni sessanta. Guarda caso, gli anni del boom economico mondiale e della “rivoluzione verde”.
Per rispondere alla minaccia pandemica, conclude Morand, ci propongono vaccini e sorveglianza biomedica degli esseri umani, scegliendo di concentrarsi solo sui sintomi e di non chiedersi quali siano le cause della malattia. Cause “intoccabili” nel mondo di oggi, come l’allevamento industriale, la globalizzazione ineguale degli scambi, la corsa distruttrice verso una sempre maggiore produzione…
Ma a qualcuno interessa?

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L’intersezione tra femminismo ed egoismo stirneriano.

L’intersezione tra femminismo ed egoismo stirneriano.

Riflessioni femministe su una possibile liberazione non eterodiretta.

pubblicato in inglese su abissonichilista   Traduzione: Intersecta

 

È un ossimoro dichiararsi contemporaneamente egoista e femminista se si intende femminismo in senso giuridico e politico, e anche di più se ci si ispira all’egoismo come elaborato da Max Stirner. L’individualismo presentato da Max Stirner rifiuta ogni “ismo” collettivo. Non desidero dare l’impressione di suggerire il contrario, né essere interpretata erroneamente come una “femminista stirneriana”, cosa scomoda per costituzione. Tuttavia, sia che ci si riferisca a se stessi principalmente come femministi o come egoisti, c’è ancora molto da dire sul punto in cui i due princìpi si intersecano.

L’egoismo di Stirner enfatizza il bisogno fare svanire qualunque autorità esterna, sia essa religiosa, politica o sociale; l’egoista stirneriano guarda solo al sé come autorità esistenziale e sovrana. Non sono un Dio superiore né tendenze socio-politiche che determinano il sé dell’individuo. Sebbene Stirner parli di egoisti involontari che non sono egoisti veri e propri, perché il loro Ego cerca la conferma di un’autorità esterna, anche la ricerca di una conferma può derivare dall’egoismo. In altre parole, è il sé che decide che c’è qualcosa che deve essere cercato esternamente, ed è il sé che soddisfa questo requisito poiché ha orchestrato l’intera cosa.

È stato detto che l’individuo è sia prigioniero che carceriere.

Da questa applicazione della sovranità individualista, traggo molteplici critiche al movimento e all’ideologia femminista di oggi. Questo non è un tentativo di abbattere o ridefinire, ma una sorta di operazione di “raffinamento del grezzo”. Per quanto riguarda il femminismo, quello che io chiamo “outsourcing” è una grave passo indietro. Esternalizzare significa appaltare un particolare lavoro o ruolo a un’entità esterna. Le prime ondate di femminismo furono le prime a porre il problema dell’outsourcing.  La donna non cercava più il permesso dell’uomo o della Chiesa, ma iniziava a guardare a se stessa nel  fare le proprie scelte e decidere il proprio destino.

Alcuni criticano il femminismo di oggi, e la popolazione in generale, per essere troppo egocentrici nelle decisioni. Non lo trovo del tutto vero, o forse è  vero solo al livello più superficiale. È più corretto affermare che le persone tendono ad affidare il processo decisionale a una pletora quasi infinita di forze esterne. Che si tratti del desiderio ardente di convalida da parte dei colleghi, delle riviste di moda che dettano l’immagine che ciascuno deve avere di sé, della società che decide cosa bisogna attendersi dal futuro di ciascuno; ciò che normalmente chiamiamo egoismo tende ad essere in realtà il comportamento risultante a causa di questo dilagante outsourcing. Ci diciamo egoisti ma non siamo noi che decidiamo.

Se il sé guarda al sé come autorità sovrana, allora è lui che prende le decisioni, non la linea infinita di entità esterne che cercano di assumere il manto del decisore. Si può pensare al liberalismo, al libero pensiero secolare, alla narrazione del contributo alla conoscenza collettiva dell’uomo e ad altri ideali illuministi simili che continuano ancora oggi, sebbene mascherati con un marchio pesantemente commercializzato e simile a un branco. In effetti, Max Stirner ha sottolineato questo punto. Anche la tensione verso l’ “umanesimo del libero pensiero” o quello che alcuni chiamano “progressismo” oggi è ancora un “fantasma” intangibile che è fin troppo pronto ad assumere il ruolo di arbitro ultimo al posto dell’individuo.

In breve, uno “spettro” è un astratto intangibile che ha un potere solo perché questo potere gli è dato da una collettività, che lo impone ai singoli, mentre è praticamente privo di esistenza concreta. Quello che viene chiamato “progressismo” o “giustizia sociale” o anche “femminismo” è davvero un fantasma. Questo non li rende negativi o cattivi o indesiderabili, solo che un sé che designa il sé come sovrano non esternalizzerà l’autorità a queste costruzioni semantiche e ideologiche. Se si decide che il concetto di Dio o di religione non è padrone del sé, come si può permettere che movimenti sociali figli di contingenze storiche  e sistemi di pensieri che riducono gli individui a gregge diventino padroni? Una femminista che sostituisce un’autorità esterna con un’altra autorità esterna ha fatto ben poco per farsi strada.

Una femminista dichiara l’auto-liberazione e l’autonomia personale,  afferma il diritto di esistere in quanto se stessa, libera e unica come qualsiasi essere umano. Ovviamente questo deve essere considerato nel contesto. Nessuna persona è un’isola. Viviamo in una contingenza costante e piena di fattori interdipendenti. Comunque sia,  anche nell’interdipendenza si può ancora raggiungere un particolare grado di separazione e isolamento ontologico o esistenziale. Dora Marsden è stata una delle prime femministe che si è ispirata a Max Stirner, ma sappiamo poco della sua analisi al lavoro di Stirner,  solo che l’ha trovata profonda. Il suo attivismo si svincola dall’uso dell’etichetta femminista, poiché non le piaceva la sua disposizione reattiva. In modo stirneriano, comprese la liberazione del sé nel “qui e ora”, nel senso che il sé era già sovrano e non necessitava di un’entità esterna per emanciparlo. Pertanto, è il sé per primo che ha realizzato la propria sovranità, e qualsiasi “attivismo” riguardante un mondo femminista che potrebbe verificarsi in seguito è un dettaglio secondario.

“È arrivato il momento in cui le donne mentalmente oneste sentono di non avere alcuna utilità per il trampolino di lancio di grandi promesse di poteri redimibili in un lontano futuro. Proprio come sentono di poter essere “libere” ora, così come hanno il potere di essere, sanno che le loro opere possono dare prova ora di qualunque qualità esse decidano di dar loro. Tentare di essere più libere di quanto il proprio potere garantisca produce un curioso paradosso: la libertà e l’abilità riconosciute “a credito” a una donna perché è donna, sono libertà e abilità “protette”, riconosciute per autorizzazione, e quindi  privilegi che ritengonon possano servire a nessuno scopo utile in un cammino di liberazione. ”

-Dora Marsden

Ispirata da Stirner, Marsden distingue l’autoliberazione dall’emancipazione, o meglio coloro che riconoscono il proprio potere rispetto a coloro che richiedono che gli altri concedano loro dei diritti.

Qui risiede anche la differenza fra il reattivo e l’attivo. Il reattivo è colui che infuria contro l’Altro, chiedendo l’emancipazione, condannando l’Altro come l’oppressore, il trasgressore, considerando se stesso moralmente buono e oppresso. “Coloro che regnano, che hanno una posizione di potere, sono i cattivi, e quindi questo fa di me il buono”. C’è poco potere autonomo nella posizione reattiva, anzi qualsiasi potere è acquisito attraverso il negativo, come reazione all’attivo. L’egoismo di Stirner si occupa di ciò che è attivo, a cui Stirner si riferisce come proprietà o auto-godimento. Non è la crociata per la libertà o la giustizia sociale, l’oggetto della sua analisi, ma la proprietà del singolo, dell’unico, costituita dal suo potere intrinseco e dalla sua autonomia irripetibile.

Si può esser di fronte a un’ingiustizia o a un’indecenza, e questa situazione certamente danneggerà l’individuo, ma il vittimismo perpetuo e idealista è uno stato mentale reattivo che pone permanentemente il sé alla mercé dei capricci esterni. Questo vulnus si trova comunemente nel femminismo così come in generale nel liberalismo;  una incessante ricerca del martirio, il glorificare gli oppressi (che rimarranno tali) piuttosto che lodare i forti. Proprio come la Madre Maria, la donna secolare è ricettacolo e ricevente, colei che deve sopportare il peso. Per la femminista questo è inaccettabile. La femminista è definita dal positivo, dall’affermazione, e solo quando vuole accetta di rivestire altri ruoli. La femminista non è una preda da cacciare, è lei che caccia.

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Genere e potere di governo – Solidarietà femminista dal basso.

Genere e potere di governo – Solidarietà femminista dal basso.

da roarmag.org   Traduzione di Unoka Öcs per Intersecta

Quinta parte

MODALITÀ PROMETTENTI DI CURE RIVOLUZIONARIE

Chia-Hsu Jessica Chang, Lais Gomes Duarte e Vanessa Zettler di Colectiva Sembrar

Le donne in tutto il mondo, oltre ad avere a che fare con sistemi intersezionali di oppressione, spesso fanno il lavoro invisibile di prendersi cura dei più vulnerabili. La pandemia ha esacerbato la vulnerabilità di molte donne coinvolte nel lavoro di cura, attivando contemporaneamente reti di mutuo soccorso focalizzate proprio su questi temi. Nel nostro progetto internazionale per raccogliere storie sull’aiuto reciproco per il COVID-19, Colectiva Sembrar ha trovato modelli di speranza di cure rivoluzionarie dal Brasile al Portogallo, Taiwan e oltre.

A Hsin-Kang, una comunità rurale di Taiwan, la popolazione è in gran parte invecchiata e la maggior parte delle sue famiglie sono povere famiglie di contadini. In una sala da pranzo comune a Hsin-Kang, dove si riuniscono gli anziani, una donna sulla sessantina contribuisce ogni giorno cucinando per la gente. Nonostante abbia una grave artrite reumatoide e un dolore fisico costante, insiste ancora per provvedere a coloro che nella sua comunità sono più anziani e più vulnerabili.

Esempi simili di lavoro di comunità in prima linea si possono trovare anche a Lisbona, in Portogallo. Le donne di Lisbona si sono unite per formare Plataforma Geni, una piattaforma online per responsabilizzare le donne migranti la cui vulnerabilità è stata esacerbata durante la pandemia. Poco dopo che il governo portoghese ha annunciato che Lisbona sarebbe stata bloccata, queste donne hanno avviato una campagna online che metteva in contatto donne che potevano offrire servizi legali e di consulenza gratuiti con donne bisognose di questi servizi.

Le pratiche femministe decolonizzanti di Plataforma Geni ci mostrano un futuro più equo costruito sulla ridistribuzione del potere e in cui le disuguaglianze strutturali di razza, genere e nazionalità che sostengono il colonialismo non prevarranno.

Finora, i governi di Taiwan e Portogallo hanno contenuto il COVID-19 relativamente con successo. Tuttavia, altri governi, come quello brasiliano, hanno completamente fallito, rendendo le reti di assistenza ancora più importanti.

In Brasile, ancora una volta, queste reti sono guidate da donne. Suzi Soares, che proviene da un collettivo artistico nella periferia di San Paolo, ha mobilitato migliaia di famiglie. Helena Silvestre, anche lei di San Paolo, ha usato il potere di Abya Yala , una scuola femminista che aveva precedentemente fondato, come hub per fornire supporto materiale, psicologico e legale per la maggior parte delle donne nere e indigene nelle periferie e nelle favelas della città.

In tutti i casi, questo lavoro di assistenza reciproca è svolto principalmente dalle donne e spesso rimane nascosto nell’ombra. Tuttavia, questo lavoro rappresenta la possibilità di un futuro comune e migliore. Non solo deve essere reso visibile, ma anche ridistribuito e decolonizzato.

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Genere e potere di governo – Uno sguardo di insieme sulle lotte femministe internazionaliste.

Genere e potere di governo – Uno sguardo di insieme sulle lotte femministe internazionaliste.

da roarmag.org   Traduzione di Unoka Öcs per Intersecta

Quarta parte

ALLEANZA DI BASE, SOLIDARIETÀ INTERNAZIONALE

Alleanza internazionale delle donne

In quanto alleanza internazionale di organizzazioni femminili di base, l’ Alleanza internazionale delle donne ha visto i suoi membri combattere con tutte le contraddizioni che il COVID-19 ha smascherato e intensificato. La violenza statale e domestica contro le donne ha raggiunto proporzioni pandemiche poiché la pressione sulle famiglie, sull’occupazione e sui mezzi di sussistenza aumenta e le chiusure confinano le donne a casa con partner violenti.

Allo stesso tempo, le donne sono state costrette a raddoppiare e triplicare il loro carico di lavoro di lavoro riproduttivo non riconosciuto, assumendosi la cura della famiglia, dei bambini e dei parenti anziani poiché i blocchi sospendono scuole e servizi pubblici.

COVID-19 non è stato un ostacolo alle continue guerre di aggressione da parte di potenze imperialiste come gli Stati Uniti e i loro alleati, compresa l’annessione pianificata da parte di Israele della Cisgiordania e della Valle del Giordano e la crescente occupazione indiana del Kashmir. Mentre i sistemi sanitari e di istruzione di base sono indeboliti, i paesi della NATO stanno spendendo miliardi per prepararsi alla guerra e a nuovi modi di dividere il mondo. In questi luoghi le donne sono in prima linea nella resistenza.

Per le donne, la militarizzazione in risposta alla crisi del COVID-19 significa anche che saranno a rischio di subire maggiore violenza attraverso stupri, sfollamenti forzati, accaparramento di terre e politiche e atteggiamenti apertamente misogini promossi da autoritari come Trump, Bolsonaro, Duterte e Modi . In America Latina la violenza contro le donne, che è collegata al traffico di droga e alle industrie delle maquiladoras , ha raggiunto proporzioni femminicide. Le campagne per fermare questa violenza vengono coordinate a livello transfrontaliero e stanno acquisendo visibilità.

Allo stesso tempo, COVID-19 ha rivelato il ruolo chiave che le donne che lavorano svolgono nella società.

Nel Sud del mondo, i piccoli agricoltori, in particolare le donne, sono la maggioranza dei produttori di cibo. I blocchi di COVID-19 hanno impedito le loro attività produttive. Pur annunciando la scarsità di cibo e la fame per se stessi e per il pianeta, la monopolizzazione dell’agrobusiness continua senza sosta.

Nel nord del mondo, COVID-19 ha rivelato in modo netto il ruolo cruciale e in prima linea delle lavoratrici migranti come assistenti e nella produzione e distribuzione di cibo e agricoltura. Anche la loro situazione e la loro precarietà come lavoratori migranti e rifugiati sono state messe a nudo e hanno scatenato lotte e solidarietà da altri settori anche sotto le regole di reclusione.

Di fronte a tutto questo, le donne stanno trovando nuovi modi per andare avanti nella lotta attraverso l’aiuto reciproco, l’assistenza sanitaria e la preparazione e distribuzione di cibo su base comunitaria. L’IWA – che presto festeggerà il suo decimo anniversario – si sta collegando dal basso per formare forti alleanze internazionali, costruire solidarietà più forti, scambiare analisi e condividere campagne.

I membri dell’IWA sono in prima linea nelle lotte per la sovranità alimentare sia attraverso la difesa che le organizzazioni di base. Mano nella mano con l’Alleanza Internazionale dei Migranti e altri, stiamo aiutando a coordinare le lotte che richiedono protezioni e diritti fondamentali per i lavoratori migranti in tutto il mondo.

Le stesse difficoltà della crisi del COVID-19 stanno spingendo in avanti la nostra Alleanza. I movimenti delle donne progressiste continuano come una parte vibrante delle lotte per la giustizia e l’uguaglianza dei popoli del mondo.

 

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Il problema è la fede cieca, qualunque essa sia.

 Il problema è la fede cieca, qualunque essa sia.     

Conversazione a St. Mary Mead su emergenza sanitaria, insipienza dei governi e follia della masse.

Jane Marple e Elspeth McGillicuddy, per Intersecta

St. Mary Mead, interno giorno. Miss Marple riceve la sua amica scozzese Elspeth McGillicuddy, che già una volta l’aiutò a risolvere un caso. Aspettando il thè delle cinque, guardano un telegiornale alla TV italiana (Zia Jane ha voluto che le installassimo un’antenna parabolica), e commentano quello che vedono.

Miss Marple: L’irritazione che mi provoca l’obbedienza cieca all’indignazione pianificata non riesco ad esprimerla, cara. Si sono adunate 1500 persone in una piazza. Un numero irrilevante ai fini di qualsiasi movimento. Era una manifestazione senza obiettivi, senza richieste specifiche e controllata in qualche modo da gruppi fascisti. Una sceneggiatura che segue sempre lo stesso copione: personaggi facilmente risibili tipo Brigliadori, “mamme” ignoranti e confuse, presunta riunificazione di istanze le più disparate tra di loro (no vax, “vegani”, fascisti, qualunquisti, no mask, etc). Ma che peso politico trainante può avere una manifestazione simile? Zero. Il peso ce l’ha perché viene usata come strumento di antagonismo (inesistente e improponibile), di leva per far sentire migliore chiunque, compresa la gente accecata da altre forme di fideismo. Quella sì con un peso mastodontico a livello socioculturale. Sono passati pochi mesi e già la popolazione “credente” si è scordata della ridicolizzazione iniziale di tutte quelle persone che avevano paura ad uscire di casa senza mascherina. Oms e sudditanza varia in coro dicevano: “non vi serve!”. Per non parlare della polemica infinita e demenziale tra provax e novax. Tra i cavalli di battaglia dei provax c’era l’efficacia dei vaccini e la loro mancanza di effetti collaterali in quanto testati per decenni e immessi sul mercato dopo lunghe e meticolose procedure mediche e burocratiche. Ora si aspettano un vaccino a breve per un virus di cui non esiste neanche un protocollo di cura condiviso a livello internazionale nonostante sia pandemico. Tanta gente dalla memoria cortissima, che magari sgrana rosari, crede all’oroscopo e alla cartomanzia, ma in questo caso specifico si sente particolarmente razionale e concreta. Quella piazza non è che non fa schifo. Fa schifo e tristezza. Ma personalmente mi suscitano questi sentimenti anche altri milioni di persone con il razionalismo a compartimenti stagni, che fa patti di fede e non di fiducia con le istituzioni. Che usano il loro drappo rosso per far infuriare con uno schiocco di dita le compagini più dedite alla sudditanza verso di loro non solo per ottenere consensi, ma anche per nascondere tutte le contraddizioni, l’inadeguatezza, l’incertezza che contraddistinguono il mondo in questo momento.  Scusami per questa  filippica, cara, ma io vedo solo fifa mal gestita e condizionata in ogni dove e zero cautela, in tutti i sensi.

Signora McGillicuddy: Io ho tanta voglia di ridere perché è stato così shockante l’avvenimento che gli stessi medici sembrano non considerare che si tratta di un coronavirus. Più che la malattia in sé mi spaventa il buco nero nella mente di tanti. Non c’è un protocollo di cure condiviso, non ci possono essere studi sugli effetti a lungo termine, e siamo tutti sclerati con una classe di virus il cui comportamento è studiatissimo. Il guaio è precedente, è stato nella semplificazione di concetti complessi. Noi conosciamo in maniera molto superficiale un concetto, quello di “influenza”, che in realtà racchiude famiglie di virus molto differenti che hanno in comune una certa velocità di modificazione propria ma effetti diversi sull’organismo.

Miss Marple: Esatto cara. Anche a seconda dei singoli organismi.

Signora McGillicuddy: Tipo, i corona virus notoriamente non rispondono al vaccino come che ne so, il morbillo. E non pigliano genericamente i polmoni. Può essere una modalità di infezione ma non necessariamente la sintomatologia. Che può andare dallo scolo al naso all’ictus.

Miss Marple: No, anzi. Addirittura possono innescarli negli organismi più fragili.

Signora McGillicuddy: Esatto, non si ragiona però. Il problema è la fede. Già gli effetti li vedo nella gestione scolastica, totalmente demente. Un secondo mega lockdown la vedo dura, ma solo perché non c’è possibilità di sopravvivere e tante persone rischierebbero la morte di inedia, che sarà anche non contagiosa ma non la prenderei sottogamba sinceramente, anche se non fa chic. La cosa più sensata da fare è evitare i posti chiusi ahimè, il più possibile.

 Miss Marple: È tutto lì, cara, è tutto lì. E indossare mascherine in luoghi chiusi e affollati tipo gli aeroporti è una pratica decennale per molti orientali, a prescindere dalle epidemie.

Signora McGillicuddy: Già… Ma è il fischio della teiera quello che sento?

Miss Marple: Certo, sono le cinque in punto, del resto. Ti faro provare un thè nero nuovo che mi ha regalato Raymond, una prelibatezza, vedrai.