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Le radici arabe dell’Occidente cristiano.

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(La Scuola d’Atene, di Raffaello Sanzio, realizzato fra il 1509 e il 1511. Fra i grandi filosofi greci, sulla sinistra, riconoscibile dal turbante, possiamo individuare l’arabo-berbero Averroè, con buona pace della Fallaci)
Di GiuRo, per Intersecta

Negli anni ottanta del 900 era diffusa l’idea che presto le religioni sarebbero scomparse, che saremmo andati verso un futuro di unità e armonia senza più che fedi o pregiudizi razziali dividessero i popoli. Nella musica Michael Jackson scriveva testi come  “We are the World”e parlava del sogno di un mondo pacificato; in tv, in Star Trek, si parlava di un mondo con un unico governo e noi bambini e ragazzi eravamo sicuri che il futuro fosse quello; la caduta del muro di Berlino e dell’impero sovietico sembrava darci ragione. Poi, a un passo da casa nostra, avvenne l’impensabile. La dissoluzione della Jugoslavia portò la guerra etnica nel cuore dell’Europa, i lager, stupro etnico e l’uccisione sistematica di intere popolazioni. Le principali vittime del conflitto furono gli abitanti della Bosnia Erzegovina. Un’altra canzone di Michael Jackson è sintomatica del clima che cambiava e, nel video, in una natura devastata, si affacciano le immagini di questa novità, di qualcosa che sembrava dimenticato: il conflitto etnico, come al tempo della Shoah. Adesso il sogno di unità di “We are the World”è infranto, il mondo non diventerà un “posto migliore” e l’artista statunitense potrà chiedersi stupito e smarrito “What about sunrise/What about rain/What about all the things that you said/We were to gain/What about killing fields/Is there a time/What about all the things/That you said were yours and mine”. Tutto è cambiato, e le principali vittime del primo conflitto etnico in Europa dopo la Seconda guerra mondiale, sono i Musulmani.

Per chi sia vissuto in quegli anni, è forte il ricordo delle stragi, dell’assedio di Sarajevo. Ai nostri occhi di occidentali ancora freschi di guerra fredda, i cattivi erano ancora i serbi, in pratica dei quasi russi; le vittime  i musulmani. Oggi forse quello stesso conflitto sarebbe letto in chiave diversa e, con ogni probabilità, larghissima parte dell’opinione pubblica vorrebbe il genocidio dei bosniaci. Già il nostro atteggiamento era mutato al tempo dell’intervento della Nato in Kosovo; già allora si parlava di NOI e di LORO  e qualcuno parlava delle radici cristiane dell’Europa, si evocavano grandi battaglie contro l’avanzare dell’islam e si proiettava il passato sul presente. Poi una lunga gestazione con la pessima gestione dell’integrazione in Francia e UK, la creazione del “mostro di origini arabe” che minacciava “la donna bianca”, e, in fine, l’11 settembre, le torri che cadono, Oriana Fallaci che scrive libri farneticanti ed ecco che ormai è pronta la narrativa dello scontro di civiltà, dell’Occidente che starebbe soccombendo davanti all’invasione dell’Islam,  una civiltà violenta ed estranea ai nostri valori al punto da essere del tutto inconciliabile. Oggi è divenuto normale per uomini politici come Salvini, Pillon e Fontana innalzare il vessillo del cristianesimo, porsi come nuovi crociati e contrapponendosi a quella che definiscono “la barbarie islamica” ( quando non usano termini ben più coloriti); in pochi anni, l’intera Europa è diventata una grande Jugoslavia sul punto di iniziare una guerra etnica e, benché ai fondamentalisti cristiani piaccia dipingerla altrimenti e parlare di accerchiamento, di genocidio bianco o dell’Europa, le vittime principali di questa campagna d’odio sono proprio i migranti, spesso di fede musulmana. L’idea dell’assedio è usata per richiamarsi alle radici cristiane e in questo stato di emergenza, sono gli europei stessi e le conquiste laiche degli ultimi decenni ad essere quasi travolti. I fondamentalisti cristiani, ormai al potere in molti paesi europei e americani,  minacciano il diritto all’aborto, quello della donna ad autodeterminarsi ; tutto deve essere messo in pericolo davanti a un “ritorno” al cristianesimo, dipinto come elemento distintivo e costitutivo dell’Europa.

Se è vero che oggi esiste un radicalismo islamico e un fortissimo pensiero reazionario, è altrettanto vero che questo stesso fenomeno è osservabile in tutte le religioni attualmente esistenti: in India, l’induismo fondamentalista porta i fedeli a fare autentiche caccie al musulmano; nel mondo ebraico abbiamo movimenti che spingono per l’edificazione del terzo tempio e per un ritorno all’ebraismo sacerdotale; in sud America gruppi evangelici hanno iniziato una politica di cancellazione di cultura nera ed indigena; in Russia e USA abbiamo Trump e Putin che fondano il loro potere sui fondamentalismi dei rispettivi Paesi e, in Italia, abbiamo i tristi esempi di Pillon, Salvini e Fontana. Parliamo quindi di un fenomeno globale. Sarebbe lungo trattare delle cause ma è molto probabile che questo aspetto del presente sia riconducibile a un altro fenomeno tipico dell’oggi,  ossia la guerra etnica come mezzo per garantirsi la gestione del potere. È come se il mondo sovrappopolato del presente fosse in qualche modo tornato a uno stato tribale e a una divisione in clan. Le divinità, un tempo tendenti all’universalita’, oggi sono tornate ad essere quello che erano le divinità pagane in alcuni contesti e in determinati periodi storici, e la guerra è pensata per bruciare il tempio altrui. Ma, per tornare al tema, una radicalizzazione dell’Islam è presente; questa però non è tipica dell’islam ma del mondo contemporaneo. Si dice anche che l’islam sarebbe costituzionalmente violento e che tenda a cancellare le realtà altre da sé : questo pensiero è semplicemente una proiezione del cristianesimo. È il cristianesimo che, giunto nelle Americhe, cancello’ le religioni precolombiane e gli stessi popoli; è il cristianesimo che, conquistate la penisola iberica e la Sicilia (e, molto più tardi, la Grecia e i Balcani) ne espulse o convertì con la forza gli abitanti. Il genocidio, su basi religiose, è caratteristico del cristianesimo, non dell’Islam. Basti guardare ai Copti in Egitto, alle comunità cristiane di Palestina e Siria, all’India. L’Islam diede sempre la possibilità di mantenere la propria religione; il cristianesimo mai; neppure ora, e dove ciò avviene, non è per via dei valori cristiani ma di quelli laici.

Ci si potrebbe porre adesso una domanda :quando avvenne la radicalizzazione dell’islam? La risposta è molto semplice : nell’Ottocento, a causa della colonizzazione inglese e francese e della pretesa che le popolazioni del nord Africa e dell’Asia adottassero costumi occidentali. Ciò avvenne per una parte della popolazione che trovò vantaggioso sposare i valori degli occupanti ma un’altra parte della popolazione trovò più vantaggioso costruire nuove radici e radicalizzare un discorso religioso che, a causa del dominio delle grandi potenze, stava per perdersi. Attorno a questa ricostruzione radicale si creò il nucleo nazionalista che guidò l’insurrezione e la cacciata di inglesi e francesi e la nascita dei vari Paesi arabi.

La questione della costruzione o ricostruzione delle radici è una questione centrale in questa nostra analisi e nel nostro presente e non è certo qualcosa di tipico o che caratterizzi soltanto quei paesi islamici anzi, l’Italia è oggi campione di questa narrativa distorta e tossica che parla di radici e origini.

Le radici sono sempre intese come qualcosa che ci sarebbe sempre stato e a cui basterebbe fare appello per porsi in una continuità diretta con gli antenati; le radici sono invece un artificio, una costruzione, figlia del proprio tempo e della propria cultura tesa a creare identità.

L’Italia è un Paese estremamente recente, nato da neppure due secoli e con una storia incredibilmente breve rispetto a Paesi come la Francia o l’Inghilterra. Per costruirsi una narrazione, una identità, gli italiani ricorrono all’artificio di prendere la storia di regni e repubbliche  distrutte dall’unificazione italiana e costruire con questo una propria storia: il Rinascimento sarebbe un fenomeno italiano e non, come invece fu, un fenomeno fiorentino-veneziano-romano; il barocco sarebbe italiano mentre in realtà fu napoletano-romano. Anche i grandi italiani, italiani non lo furono affatto: Leonardo e Michelangelo erano fiorentini, Galileo  pisano, Tiziano e Canaletto veneziani. Si arriva addirittura a rivendicare la storia romana come inizio della storia italiana e con un totale non senso culturale, ci si appropria di una cultura (quella latina) completamente altra ( pochi italiani capirebbero un discorso fatto da un militare romano), con usi, costumi e tradizioni assolutamente estranei ai nostri (nessun italiano capirebbe l’aruspicina o andrebbe alle terme; nessun italiano sa cosa sia un trionfo o a un matrimonio insulterebbe gli sposi). Inoltre, anche uno spagnolo, un portoghese o un francese sono assolutamente legittimati a fare lo stesso richiamo alle origini romane, visto che anche le loro culture sono derivate da quella di Roma (si parla sempre di origini culturali anche perché, da un punto di vista etnico, di “sangue romano” a Roma ce ne fu davvero pochissimo, caratterizzato da mescolanza, e fu qualcosa di cui ai romani importò sempre pochissimo). Ancora, questa ricostruzione arriva al ridicolo quando si rivendicano contemporaneamente le origini cristiane e romane: Roma fu sempre una realtà profondamente pagana e l’affermarsi del cristianesimo fu dovuto proprio al tracollo dell’impero e della capacità di mantenere un controllo sul territorio.  Il cristianesimo è la fine stessa di Roma e l’inizio del processo che avrebbe portato, appena tre secoli dopo, alla nascita della prima Nazione : la Francia. Oltretutto, il cristianesimo permise proprio che il processo oggi demonizzato (l’immigrazione di massa. Fenomeno neppure allora della portata biblica che spesso si lascia credere) avvenisse in modo indolore. L’Europa occidentale è il risultato di una migrazione, più o meno forte, di popolazioni provenienti dall’Est europeo che, grazie alla mediazione delle istituzioni cristiane, generarono un sincretismo e, dunque, qualcosa di nuovo.

Per guardare a quanto sincretica fosse la cultura del medioevo basta guardare al più grande poeta di quel tempo, il fiorentino Dante Alighieri e la sua opera più importante: la Divina Commedia. Non entrando nel merito di una analisi del testo, vediamo subito che la Commedia ha una struttura derivante dalla poesia francese, riferimenti culturali greco-latini (con cui Dante si sente in continuità ma che sono altro da sé) e una matrice filosofica che, per quanto ciò possa ributtare ai fondamentalisti dei nostri giorni, è pressoché integralmente di origine araba. Si potrebbe parlare di quanto la stessa letteratura fiorentina dovesse alla letteratura araba, di quanto i poeti toscani presero dalla scuola poetica siciliana (e la Sicilia era terra islamica fino a pochi anni prima) e del fatto, evidente, che la struttura del Decameron di Boccaccio siano prese di peso da “le mille e una notte” ma per tornare a Dante, è sufficiente forse soffermarsi sulla costruzione filosofica che permette di scrivere il poema e subito notiamo che all’origine dell’Europa contemporanea c’è l’Europa islamica e il mondo islamico più in generale.

Per Dante come per ogni autore medievale, la massima autorità da un punto di vista filosofico era Aristotele, tanto che bastava dire “Ipse dixit “perché una affermazione avesse autorità. Ma il medioevo occidentale non conosceva il greco e la filosofia greca era arrivata ai nostri autori nella lettura fatta da Averroé (che Dante considera un gigante) e nelle traduzioni fatte nella Spagna e nella Sicilia islamiche. Averroé poi, così caro a Dante, è tra coloro a cui si deve la separazione tra religione e scienza, tra mondo religioso e mondo laico che solitamente l’Occidente pensa essergli propria e caratteristica. In una polemica con Al-Ghazali che parlava de “L’incoerenza dei filosofi”, Averroè rivendica il primato del pensiero speculativo e della scienza sulla teologia. Secondo Averroé e la scuola islamica che da lui si sviluppa esiste una Ragione sovraindividuale a cui l’uomo tende a ricongiungersi; l’uomo dovrebbe coltivare questa Ragione per trovare la beatitudine congiungendosi con la Ragione ultima. È abbastanza chiaro ed evidente quanto questa concezione di origine araba si sia mossa in contesto Europeo arrivando poi agli sviluppi dei secoli successivi. Caratteristico sarà poi il fatto che anche i filosofi occidentali, proprio come Averroé, contendano ai teologi il diritto di parlare di dio.

Lo scambio Oriente/Occidente non fu unidirezionale. Chiaramente, Averroé, commentando Aristotele, commenta un pensatore occidentale ma esistono anche esempi più sorprendenti che mostrano come cristianesimo e islam siano sempre stati un tutt’uno.  Una delle prime università al mondo fu la grande moschea di Al-Azhar al Cairo. L’università e il Cairo stessi furono fondati da Jawhar al-Siqili, uno dei maggiori generali della storia Islamica; come dice il cognome (in realtà soprannome), quest’uomo era in realtà originario della Sicilia.

Purtroppo oggi si appella di continuo a presunte radici culturali chi, volutamente o in malafede, ignora la lunga e complessa storia di commistione del pensiero umano che ha dato origine all’attuale assetto socioculturale dell’occidente. Chi si rifugia nell’escamotage della difesa delle proprie radici vive e pensa unicamente attraverso la più stretta e limitata attualità, in una specie di bozzolo di conservazione del privilegio coloniale, spacciando per ataviche radici semplici ragioni contingenti e funzionali alla situazione odierna.

 

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La sinistra è la mano del Diavolo.

La sinistra è la mano del Diavolo. La costruzione psicologica, culturale e politica del concetto di “naturale”.

di GiuRo, per Intersecta 

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Il più grande inganno partorito dalla nostra mente è forse quello di pensare che “le cose siano sempre andate così” e, dunque, di appiattire il passato sul presente; questo modo di pensare è falso e pericoloso perché ci fa dimenticare che il presente è un fatto contingente, un fatto culturale che, come ogni fatto culturale, è fortemente mutevole e, in buona parte, determinato da chi ha le leve del potere in mano. Spesso si tende a chiamare il presente e i suoi luoghi comuni Natura, e si stabilisce che sia naturale ciò che, invece, è semplicemente normale ed è normale perché così è stato imposto dalla cultura dominante. Si parla per esempio di “famiglia naturale”, intendendo con questo termine famiglia composta da un maschio e una femmina; si dimentica che questo tipo di costrutto sociale nacque nel ‘600, che la famiglia prima era molto differente. Si ritiene che l’omosessualità non sia naturale, quando è chiaro che simili giudizi non tengano presente dei greci, della Firenze del Rinascimento, dei vari esempi nella cultura mondiale in cui nessuno avrebbe stigmatizzato un comportamento omosessuale. Normale per noi è distinguere in maschio e femmina, dimenticando che questo tipo di divisione non è naturale ma culturale e che non solo i generi ma anche i sessi non sono affatto due. Oggi gente come il leghista Pillon e la cricca conservatrice portano avanti una crociata contro un fantasma inventato da loro e colpiscono con la loro campagna di odio chiunque non si conformi alla loro visione del mondo. La loro narrazione e persecuzione, che parla di teoria gender, di indottrinamento dei bambini, è una campagna d’odio che si fonda su conformismo e su fondamentalismo cristiano e, come le vecchie campagne cristiane, è sempre incline a bruciare come strega chiunque sia considerato diverso perché non conforme ai canoni. Oggi l’opinione pubblica e molti cristiani (non tutti ovviamente) insistono sul fatto che l’islam sarebbe una religione di odio ma l’Islam non ha mai avuto un Tribunale della Santa Inquisizione che bruciasse vive streghe, ebrei, rom; l’Islam non ha sterminato le popolazioni indigene delle Americhe o inventato, a cadenza di circa ogni 100 anni, una persecuzione degli ebrei; nell’Islam non esisteva una preghiera contro gli ebrei.

Una persecuzione oggi dimenticata ma non così lontana nel tempo è quella contro i mancini, pregiudizio che oggi assume tutta la sua dimensione grottesca (come speriamo presto accadrà per la persecuzione di trans, intersex, omosessuali, donne, migranti) ma che, fino a non più di 40 anni fa, era ancora viva. Oggi è come se la società stesse tentando di riparare ai danni fatti inventando addirittura una narrazione che esalta i mancini ritenendoli più intelligenti, più creativi, diversi ma nel senso del genio; fino a poco tempo fa, qui da noi, non era così. La mano sinistra era ritenuta la mano del diavolo e chiunque utilizzasse quella mano doveva essere corretto ;la correzione era una vera persecuzione perché, ovviamente, doveva correggere comportamenti istintivi e imporre addirittura piccoli movimenti quotidiani.

Sono nato mancino circa 40 anni fa da un padre estremamente conformista. Lui, per sua natura, è sempre stato incline al più totale assecondare le convenienze, a fare quello che dicono gli altri. Era ed è anche stato un uomo poco speculativo per cui il pensiero passava dalle mani : per lui pensare era ed è far cose con le mani. Io ero un mancino abbastanza rigido, non uno di quelli che apprendono facilmente a usare anche la destra, ma questo era forse dovuto all’aggressivita’ di mio padre che, cercando di spiegarmi come fare le cose e non rendendosi conto del fatto che io “vedessi le cose al contrario”, perdeva subito la pazienza, arrivando alle mani. In realtà, che io “ragionassi al contrario” lo vedeva benissimo ma era per lui un mio limite, una accusa. Mi considerava un albero storto, una persona tendenzialmente stupida che non riusciva a stargli dietro. Ricordo che a tavola, ogni sera, sedevo di fianco a lui e, ogni sera, prendevo un sacco di botte perché prendevo le posate con la mano sbagliata. Le correzioni erano continue e maniacali e forse ciò che è peggio, è che io non capivo il motivo della correzione. Cosa non andava? Perché non riuscivo? E perché continuavo a sbagliare?

Ciò nonostante, a scuola iniziai a scrivere con la mia mano, e andava tutto benissimo, finché, in seconda elementare, non cambiai maestra. La nuova maestra era molto anziana, in odor di pensione negli anni 80 (epoca in cui frequentavo le elementari), fascista, tanto fa farci cantare “faccetta nera” in aula. Lei si rese conto con orrore che scrivevo con “la mano sbagliata” e pose rimedio imponendomi la mano destra per scrivere. Mi picchiava sul viso con le mani o sulla mano sinistra con una bacchetta e io mi trovai ad essere l’ultimo della classe dovendo ricominciare da capo a scrivere. Era un martirio. A casa o a scuola qualcuno mi diceva letteralmente come pensare, come muovermi e io non capivo dove fosse il mio errore, mi sentivo radicalmente sbagliato; mi chiedevo spesso “sono un bambino cattivo? “ e, quasi automaticamente, la risposta era sì. In quegli anni divenne anche chiarissimo che fossi dislessico: non riuscivo ad imparare a leggere; stare in piedi e cercare di leggere era impossibile e diventava un lungo farfugliare in cui io mi sentivo sprofondare e morire; ovviamente, non capivo una sola parola di quanto leggevo ma, agli occhi della maestra e di mio padre questi erano ulteriori dimostrazioni del fatto che fossi un idiota; anche questo lo risolvevano perseguitandomi, prendendomi in giro; ero fra gli ultimi della classe, il somaro che andava spesso dietro la lavagna e che doveva vergognarsi della propria incapacità.

Avendo poco chiaro come calciare e come muovermi, anche a calcio ero molto poco bravo, gli altri non mi volevano in squadra e io ero costretto a pensare ogni movimento, a meditare anche sul braccio da allungare per prendere un oggetto. La mia profonda incapacità di fare ciò che mi era imposto, la mia resistenza e scarsa bravura con le mani suggerirono a mio padre che io non fossi abbastanza virile, così “frocio”prese ad essere uno degli insulti più ripetuti, tanto che a volte credevo quasi fosse il mio nome. A casa, poi fuori, questo insulto era continuo e io sapevo di essere una persona sbagliata; in adolescenza, trovata una lametta da sarte di mia madre, presi a usarla per scavare nella mia carne. Mi ferivo, sanguinavo; volevo morire ma non avevo in coraggio di recidere di netto tutte quelle vene.

Era la mia natura essere mancino ed essere dislessico  ed ero condannato per quello. Mi credevo sbagliato, non all’altezza degli altri, un errore. È ciò che accade spesso a trans, intersex, donne a cui la società mina costantemente la fiducia in se stess*. Delle costanti campagne d’odio attaccano il loro essere, vogliono conformare queste persone con ogni forma di violenza e questo devasta dentro, specie quando sei giovane. Ma ad essere sbagliato non è chi è perseguitato, chi la società vuole conformare e non riesce; ad essere sbagliata è la società, il conformismo che cerca di annientare l’individuo per farne altro da sé. Spero che presto anche queste persecuzione fondamentalisti siano un ricordo e che preso una donna trans o una persona intersex possano ricordare queste persecuzioni presenti con stupore dicendo “che cosa strana, e che epoca oscura è stata quella. Ma menomale che è così lontana!”

 

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Giornalismo o Gogna? Lettera a Marco Damilano.

Lettera del Collettivo Intersecta a Marco Damilano, inviata in seguito ai fatti del Pride di Treviso.

Caro direttore,

ti scriviamo perché sappiamo che sei sensibile ai temi dei diritti delle persone, e che pensi, come noi, che il giornalismo vada esercitato seguendo delle regole etiche, che separano nettamente un reportage da una gogna. Il quotidiano “la tribuna di Treviso”, che appartiene, come il settimanale che dirigi, al gruppo editoriale Gedi, ha pubblicato, la settimana scorsa, sul suo sito e sui social network, senza il consenso dell’interessata, un’immagine di una ragazza che partecipava alla sfilata del Pride che si teneva nella città veneta. In questa foto, la ragazza era a petto nudo, e con il viso ben visibile, e aveva scritto sulla pelle un messaggio di solidarietà con la comandante e l’equipaggio della nave “sea watch”. Questo è bastato per scatenare, contro una giovane donna completamente ignara dell’uso che si faceva della sua immagine, una valanga di insulti omofobi, misogini e razzisti da parte di utenti di social network, che hanno ripetutamente inneggiato al suo stupro, perché rea di essere donna, gay friendly, svestita e “amica dei neri”.

L’autore della foto e il direttore del giornale che l’ha pubblicata, non immaginavano che l’epilogo sarebbe stato questo? Quale dovere di informazione può spingere a dare in pasto ai “leoni da tastiera” la foto molto dettagliata, senza il suo consenso, di una ventenne che da qualche giorno vive un inferno e ha paura di uscire? È questo il ruolo del quarto potere? Vogliamo sperare che tu non l’avresti mai pubblicata, e ci piacerebbe riflettere con te sull’opportunità che un gruppo editoriale che pubblica giornali che conducono battaglie di libertà prenda posizione in merito, e riconosca l’errore fatto.

Speriamo in una tua risposta.

Collettivo Intersecta, intersezioni contro il dominio sul vivente.

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Storicizzare la razza. Metodi e concetti

STORICIZZARE LA RAZZA. METODI E CONCETTI.

di Julio Arias e Eduardo Restrepo                          traduzione: Intersecta

Questo articolo è la traduzione di un saggio de Julio Arias e Eduardo Restrepo. « Historizando raza: propuestas conceptuales y metodológicas ». pubblicato sulla rivista colombiana Crítica y Emancipación, nel 2010, e in francese, a cura del Réseau d’études décoloniales (Thibaut Rouchon e Claude Bourguignon Rougier), nel 2018.

Il concetto di razza affascina, nei due sensi del termine. Produce un’attrazione irresistibile, delle reazioni estreme, che lo si rigetti o lo si adotti. Allo stesso tempo è ingannevole, perché anche se sembra fare rifermento ad un’unica realtà, le sue definizioni sono numerose e la sua apparente univocità è un’illusione, risultato di « politiche concettuali » che autorizzano alcune definizioni a scapito di altre.

 

Introduzione.

Quando nel 1997 Peter Wade pubblicò un libro sulle dinamiche razziali in Colombia, intitolato “Gente negra, naciòn mestiza” , sentì il bisogno di spiegare perché impiegasse il concetto di razza. Nel suo pamphlet, indirizzato soprattutto a un pubblico composto da ricercatori colombiani, che tendevano a accogliere con diffidenza questa nozione, l’autore affermava la necessità di conservare la categoria analitica di razza. Questa precisazione era indispensabile, visti i malintesi causati dall’uso di un termine che dava delle crisi di orticaria ai lettori colombiani. Oggi, tale chiarimento non sarebbe probabilmente più necessario, e anche se le incomprensioni non sono ancora sparite completamente, si sono comunque considerevolmente attenuate.

Durante gli anni ’80 e per gran parte degli anni ’90, tutti cercavano di non usare la parola “razza”, e gli antropologi colombiani più di tutti gli altri, perché l’uso di questo termine sembrava indissociabile da una prospettiva razzista. Bisognava dunque evitare questa parola, che come era stato ben dimostrato dalla scienza, non aveva alcun fondamento biologico. Per rimpiazzarla, si utilizzavano termini come “etnie”, “etnicità”, “gruppo etnico” “cultura”. Spesso si è attribuita questa diffidenza al mito della “democrazia razziale” latinoamericana; ciò spiegherebbe il rifiuto da parte di intellettuali di questo continente di considerare la razza come un termine analitico, e la loro preferenza per termini come “gruppo etnico” e “cultura”.

Anche se ancora oggi si può osservare questa attitudine, circolano sempre di più delle analisi che utilizzano la nozione di razza, soprattutto grazie all’influenza crescente di intellettuali provenienti da orizzonti in cui essa è comunemente accettata. L’uso frequente di questo termine come comodo strumento di analisi teorica da parte di universitari statunitensi provoca così il fastidio di alcuni intellettuali latinoamericani.  In effetti è vero che i ricercatori che, ciascuno col proprio stile e la propria personalità, si formano nelle università nordamericane, tendono a proiettare tale termine nelle loro interpretazioni sull’America Latina[1], a volte con fin troppa disinvoltura.

Questi elementi di tensione, che portano al rigetto totale o all’uso sistematico della razza come strumento di analisi teorica e politica, mettono in evidenza uni degli aspetti della fascinazione che evocavamo in epigrafe.

Un altro aspetto di questa fascinazione è la mistificazione prodotta da alcune politiche e prassi concettuali che autorizzano delle definizioni del concetto occultandone altre. Di fatto, questa duplicità sembra fondarsi su un vecchio “trucchetto”: si tratta di presentare la razza come un fenomeno costruito storicamente e socialmente per disconoscerla immediatamente nelle analisi sulle differenza fra passato e presente.

In questo, articolo, abborderemo alcuni aspetti teorici e metodologici necessari alla storicizzazione del concetto di razza, con l’intento di superare l’opinione diffusa secondo cui la razza sarebbe una costruzione storica, per suggerire invece che essa debba essere pensata in maniera concreta nella sua singolarità, in maniera da favorire la molteplicità delle sue dimensioni e articolazioni.

Parole, concetti contesti.

Nel suo saggio “Adieu cultura, A new duty arises”, l’antropologo haitiano Michel-Rolph Trouillot precisa che è necessario stabilire una distinzione analitica fra le parole e i concetti. Una stessa parola può fare riferimento a diversi concetti e, all’opposto, un solo concetto può fare riferimento a più parole. Tuttavia, bisogna non confondere la presenza o l’assenza di una parola con la presenza o l’assenza di un concetto. “Una concettualizzazione può sopravvivere alla scomparsa della parola che la rivestiva. Le concettualizzazioni, ricoperte o meno da parole, acquistato il loro pieno significato solo nel  contesto in cui si sviluppano” (Trouillot, 2003: p98).

 

Questa distinzione elementare diventa fondamentale quando si prova a storicizzare il concetto di razza, e potremmo evitare molta confusione e tanti dibattiti se riuscissimo a stabilire una distinzione la presenza (o meno) della parola “razza” e quella del concetto di razza (o, più precisamente, delle concettualizzazioni della razza). Per esempio, la presenza della parola “razza” nei registri linguistici storico e etnogeografico è sicuramente un indizio, ma non garantisce in alcun modo che quello di razza sia un concetto operativo. E’ vero anche il contrario: l’assenza di questa parola non significa necessariamente che non ci sia il concetto dietro. Espressioni come “negro” o “purezza del sangue” possono contenere concettualizzazioni razziali senza che la parola “razza” sia visibile.  Tuttavia, il concetto di razza non è presente automaticamente solo perché si usano tali espressioni. Siamo coscienti del fatto che sia più facile comprendere la prima accezione che la seconda, proprio perché tutti noi tendiamo a stabilire l’equivalenza fra la parola “razza” (o “negro” o “purezza del sangue”) e il concetto di razza.

Nell’introduzione alla loro opera collettiva su razza e nazione in America Latina, Appelbaum, Macpherson e Rosemblatt propongono una distinzione fra razza come fatto sociale, cioè come fenomeno storico contingente che varia nel tempo e nello spazio, e razza come categoria analitica, strumento teorico che permette di rendere conto di queste diverse articolazioni significative. Per evitare le confusioni che l’uso di un solo termine potrebbe generare, tali autori propongono di utilizzare la parola “razza” solo per “indicare i fenomeni che sono identificati come tali dai loro contemporanei”, e precisano in seguito che non pensano “che la razza sia sempre stata usata in riferimento alla biologia, l’ereditarietà, l’apparenza o le differenze fisiche intrinseche, ma (sono) soprattutto attenti alle maniere in cui gli attori utilizzano il termine”. D’altro canto, suggeriscono che il processo di “razzializzazione”  è  un processo di “elaborazione e segnalazione di differenze umane  legato ai discorsi gerarchici radicati nei rapporti coloniali e perpetuati con le varie storie nazionali”.

Questa distinzione fra razze e razzializzazione “permette quindi di mostrare l’ubiquità di entrambi i termini, sottolineando la specificità dei contesti che configurano il pensiero e le pratiche razziali” (Appelbaum e al. 2003: pp2-3).

Come Appelbaum, Macpherson e Rosemblatt, noi pensiamo che sia importante stabilire la distinzione fra i fatti storici e sociali legati alla razza, nella sua doppia dimensione di parola e di concetto, e la categoria analitica della razzializzazione, come strumento operativo. Bisogna prendere coscienza della differenza che separa, da una parte le categorizzazioni incarnate nelle pratiche o le rappresentazioni sociali dei differenti attori nelle varie epoche, in diversi luoghi, e dall’altra parte, le categorie d’analisi attraverso cui i ricercatori rendono conto di queste pratiche e rappresentazioni. Confondere il piano dei fatti sociali con quello degli strumenti analitici con cui i fatti vengono pensati non è il prezzo da pagare per una maggiore leggibilità dei fenomeni; anche se è vero che questa distinzione è di carattere analitico, perché questi strumenti sono a loro volta dei fatti sociali difficilmente dissociabili dagli strumenti con cui sono esaminati.

 

Appelbaum, Macpherson e Rosemblatt, ci incoraggiano a storicizzare la razza nella sua diversità e densità spaziale e temporale. È una iniziativa importante, a cui anche noi facciamo riferimento, anche se manteniamo le distanze dal loro approccio riguardo al contenuto attribuito alla categoria di “razzializzazione”. Secondo loro, qualunque processo di gerarchizzazione delle differenze (che si instaura negli “incontri” coloniali e nelle storie nazionali), implicherebbe la razzializzazione. Dal nostro punto di vista, ciò avrebbe per effetto di aprire questa categoria a dei processi di costruzione di gerarchie che sarebbe però possibile distinguere da quelli che entrano in gioco nella razzializzazione. Il potenziale analitico di questo concetto sta infatti, secondo noi, proprio nella sua specificità, su cui ritorneremo più avanti.

 

Anteriorità.

A prima vista esiste un consenso , fra diversi specialisti, riguardo i concetti razziali. Si tratterebbe di costruzioni storiche, e i loro molteplici prolungamenti non si limiterebbero al “razzismo scientifico” e alla sua reificazione, alla fine del XIX e all’inizio del XX secolo, sotto forma di determinismo biologico. Per alcuni le idee, di razza e di razzismo sono associati ai processi di differenziazione e inferiorizzazione che caratterizzano l’emergenza e il consolidamento del sistema capitalista. In questa prospettiva, l’apparizione del pensiero razzista/razziale e l’espansione del colonialismo europeo, almeno a partire dal XVII secolo, sono due processi interconnessi.

Così, nel suo libro di inizio anni ’80, intitolato “Il capitalismo storico”, Wallerstein spiega perché il razzismo costituisce una delle dottrine che fanno da pilastri ideologici al capitalismo storico, segnalando che è stato “la giustificazione ideologica della gerarchizzazione della mano d’opera e della distribuzione estremamente ineguale dei suoi prodotti” (Wallerstein, 1998: 68): “l’etnicizzazione” della mano d’opera a livello globale, momento chiave della costituzione del mondo globalizzato, trova nel razzismo un’ideologia globale che giustifica l’ineguaglianza: “Questi discorsi si sono costruiti sull’idea che i tratti genetici e/o culturali siano la principale causa della ineguale distribuzione dei ruoli nelle strutture economiche”   (Wallerstein, 1988: 69).

 

D’altra parte, Aníbal Quijano ha sviluppato il concetto di colonialità del potere, associandola alla razzializzazione delle relazioni di potere. Quijano sostiene che questa razzializzazione è “il tratto più specifico del modello di potere capitalista mondiale eurocentrico e coloniale/moderno”. In questo senso, tale autore considera che questa razzializzazione si è ramificata a partire dall’America, diffondendo una classificazione mondiale della popolazione in “identità razziali, che si basano sulla divisione fra dominanti/superiori/europei e dominati/inferiori/non europei”. Così “le differenze fenotipiche sono state interpretate come l’espressione esteriore delle differenze razziali”. In un primo tempo, sono stati considerati il colore della pelle e dei capelli, la forma e il colore degli occhi; più tardi, fra il XIX e il XX secolo, si identificarono altri tratti, come la forma del viso e le dimensioni del cranio, la forma e le dimensioni del naso” (Quijano, 2000: 374)

Così, per questi autori, queste classificazioni implicano senza dubbio una concettualizzazione razziale, anche se la parola “razza” ricorre poco. Per Quijano, le differenze fenotipiche sono centrali, mentre per altri autori, come Walter Mignolo, ci sono dei momenti in cui la classificazione razziale non è ancorata al fenotipo ma all’”inferiorizzazione della differenza”:

“Verso la metà del XVI secolo, Las Casas propose una classificazione razziale, che era tale anche se non teneva conto del colore della pelle. In effetti, disponeva gli essere umani su una scala discendente, i cui criteri di distribuzione dipendevano dagli ideali occidentali e cristiani. La categorizzazione razziale non si riduce a semplicemente a dire: <<Sei negro o indiano, e quindi inferiore>>, ma a dire invece: <<Non sei come me, quindi sei inferiore>>. (Mignolo, 2005: p43)

In un testo precedente, Mignolo considera che può esserci una classificazione razziale anche quando la parola razza non c’è, dal momento che i criteri di distinzione sono “fisici”, o “biologici”, che è la stessa cosa. In un passaggio in cui analizza l’idea di colonialità del potere elaborata da Quijano, Mignolo scrive:

“Dovremmo tenere in considerazione che la categoria di razza non esisteva nel XVI secolo, e che le persone erano classificate in funzione della loro religione. Ciò nonostante, il principio di base era razziale. La “purezza del sangue” che aveva permesso di differenziarsi dai Moreschi e dai Giudei si riferiva alla religione, ma in realtà si fondava su un’<<evidenza>>biologica. Nel XIX secolo, quando la scienza rimpiazzò la religione, la classificazione razziale passò dal paradigma del <<miscuglio di sangue>> a quello del  <<colore della pelle>>. Quali che possano essere state le sue configurazioni, il paradigma del mondo moderno/coloniale in materia di classificazione epistemologica di persone si basava sulle distinzioni razziali, che si trattasse della pelle o del sangue. I tratti discriminanti erano sempre fisici”. (Mignolo, 2001: p170)

Due operazioni simultanee, la distinzione – gerarchizzazione dei luoghi e delle persone sottomesse alle tecnologie di dominazione, e la legittimazione dei processi di  esclusioni e tramite lo sfruttamento del lavoro e dei territori, hanno indubitabilmente reso possibile l’espansione coloniale europea. Alcune di queste distinzioni e gerarchizzazioni sono state razzializzate, ma lo sono sempre state e lo sono ancora? In altri termini, l’unica modalità di differenziazione di gerarchizzazione associata al colonialismo è la razzializzazione? Per gli autori sopra menzionati la risposta è, senza esitazioni, sì. Tuttavia, se si esaminano in dettaglio i fondamenti dei loro argomenti e si confrontano alle informazioni dirette che provengono da fonti antiche o recenti, si può constatare che non si tratta sempre di razzializzazione, anche quando sono in gioco degli aspetti che noi tendiamo a vedere come tali, come il colore della pelle o l’impiego di alcune parole (negro o bianco).

Per essere più precisi, la storicizzazione della razza come termine e come concetto, come noi la concepiamo, implica fondamentalmente che si storicizzino anche le nostre categorie analitiche. Il colore della pelle o la nozione di purezza del sangue non sono necessariamente “biologiche”, o naturalmente “fenotipiche”. La biologia e il fenotipo, come la cultura, sono dei prodotti, hanno una storia relativamente recente e non sono fenomeno pre-discorsivi (Stocking,1994; Wade, 2002)[i]. L’inferiorizzazione degli altri, la negazione della loro umanità, non sono dei fenomeni obbligatoriamente collegati alla razza, non presuppongono necessariamente una tassonomia razziale, ma piuttosto un fenomeno peraltro molto diffuso che l’antropologia chiama etnocentrismo.

E’ necessario introdurre quello che Marisol de la Cadena ha chiamato anteriorità della razza, cioè i processi di sedimentazione di lunga durata che precedono le concettualizzazione di razza propriamente dette. Le concettualizzazioni di razza non compaiono dall’oggi al domani: “Nel concetto di razza entrano in gioco elementi diversi, che sono anteriori alla sua comparsa; tali elementi si formano e si trasformano durante lunghi periodi, interagiscono in permanenza con i cambiamenti per meglio adattarsi a luoghi e tempi distinti, e finiscono per lasciare un sostrato. Tuttavia questi elementi non possono essere confusi con le concettualizzazioni razziali vere e proprie, anche se, oggi, distinguere questi e quelle ci obbliga a effettuare un intenso lavoro intellettuale di lettura dei documenti di archivio. Fare questa distinzione suppone il possesso di una strategia che Foucault chiama “événementalisation”[2].

In questo senso, Kathrin Burns (2997 : p51) suggerisce che :

“Storicizzare la razza non significa negare le continuità che esistono fra la pratiche passate e contemporanee. Evidentemente esistono. Ma imporre dei significati contemporanei di razza per interpretare le forme di discriminazione coloniali, ci può portare a ignorare il processo di creazione di differenze e separazioni che vogliamo comprendere”.

Questo però non significa nemmeno che si debba tornare a una concezione del termine e del concetto di razza legata solo al determinismo biologico della scienza di fine XIX e inizio XX secolo. Infatti quello che vogliamo evitare è la riduzione del determinismo biologico alle sue versioni “razziste scientifiche” o “eugenetiche”.

 

Uscire dal determinismo biologico .

Circoscrivere la razza allo scientismo e alle articolazioni del determinismo biologico di fine ‘800 e inizio ‘900. Significa lasciare da parte una serie di concettualizzazioni razziali che non operano necessariamente tramite questo determinismo. A questo proposito, Wade sostiene che non è possibile limitare le classificazioni razziali (come parole e come concetti) a dei criteri strettamente biologici, perché i criteri che costituiscono queste classificazioni sono spesso di ordine culturale. Così “sostenere il contrario porterebbe a definire come non razziali la maggior parte delle identificazioni razziali prodotte in America Latina, perché è raro che esse dipendano unicamente da criteri biologici” (Wade, 2003: p271).

Tuttavia, la propensione a stabilire una distinzione categorica fra il biologico e il culturale è una variabile che non si può sottrarre all’analisi. Da un lato, quando si parla di biologia o di natura, ci si riferisce a qualcosa di molto meno stabile di quanto non sembri al principio, e questo richiede uno studio approfondito di queste nozioni  (Wade 2002). Dall’altro lato, quello che qui consideriamo come culturale o proveniente dalla cultura, si mescola a volte in maniera sottile con dei discorsi relativi al sangue, all’eredità, ai corpi, all’ambiente e alla parentela.

 

Wade mette in evidenza i problemi legati all’impiego della categoria di “razzismo culturale”, e nota che tale categoria presuppone l’esistenza del suo contrario, cioè di un “razzismo biologico” che si esprimerebbe nel “razzismo scientifico e eugenetico del XIX e XX secolo, e anche nel principio di derivazione statunitense secondo cui “una goccia di sangue nero” definisce una persona come nera. (Wade, 2022: p272). Inoltre, quando supponiamo che il razzismo non sia limitato al dato biologico, ma dipenda anche da riferimenti culturali, la domanda che sorge è la seguente: cosa differenzia una classificazione razziale da una in funzione dell’etnia, della classe o semplicemente della “cultura”? (Wade, 2002: p272). E su questo punto aggiunge:

“La mia intenzione qui è di andare oltre la biologia per osservarla da lontano, come un artefatto culturale. Da questo momento in poi, la frontiera, apparentemente evidente, stabilita fra la cultura e la biologia diventa porosa, fluida, come anche la distinzione fra razzismo culturale e razzismo biologico” (Wade, 2002: p272).

Siamo d’accordo con questa strategia metodologica che consiste nel pensare il biologico e la natura come un artefatto culturale, e ci sembra necessario anche ricorrere alla storia e all’etnografia per vedere in quale maniera concreta il biologico e la natura si costituiscono, come operano, attraverso quali pratiche e quali narrazione razziali localizzate spazialmente, socialmente e temporalmente.

In più, riteniamo che questo approccio implichi il pensare anche la cultura come un artefatto culturale”. Per riprendere le parole di Claudia Briones (2005), si tratta di elaborare una prospettiva “metaculturale”. In effetti, quello che consideriamo come “la cultura” a un momento dato è di fatto un’articolazione contingente a un regime di verità. Tale regime di verità non stabilisce solo una frontiera fra ciò che è culturale e ciò che non lo è, ma produce anche i criteri a partire dai quali si pensa e si costruisce la differenza o l’identità culturale; è l’espressione di relazioni di sapere e di potere specifiche, in lotta permanente per l’egemonia, che a sua volta, più che un semplice rapporto di dominazione è lo spazio in cui si elaborano i termini stessi attraverso cui il mondo è pensato e messo in questione. In questo senso, Claudia Briones è molto chiara quando afferma che:

“La cultura non si limita a quello che le persone fanno né a come lo fanno, né alla dimensione politica delle pratiche e dei significati alternativi che sono prodotti. Prima di tutto, è un processo sociale di significazione che, nello stesso tempo in cui si costruisce, genera la sua propria metacultura […], il suo proprio regime di verità su ciò che è culturale e ciò che non lo è (Briones, 2005: p16).

Insomma, la metacultura si riferisce a ciò che può emergere a un momento dato come differenza culturale ( o non culturale), prodotta culturalmente, nella stessa maniera della nozione stessa di cultura (e questo è vero anche per quello che non è culturale ma biologico). Questi due fenomeni, dunque, sono il risultato di operazioni culturali che solo in rari casi sono oggetto di esami approfonditi.

Trouillot (2003) indica che nel campo accademico, le categorie di biologia e di cultura si sono costituite durante la prima metà del XX secolo come se l’una fosse il negativo dell’altra, nel senso che la cultura era quello che non era la razza, e la razza quello che non era la cultura. La cultura rinviava a due postulati interconnessi: l’idea che il comportamento umano seguisse certi percorsi o regolarità, indipendentemente dagli individui, e quella che cultura si potesse trasmettere. All’inverso, la razza era innata, fissa, inalterabile, ereditaria.  Una della prime reazioni fu quella di Boas, che spostò la teoria verso la politica con la sua critica dei legami fra razza, cultura e linguaggio. Pur facendo mancare di fondamenti scientifici i postulati razzisti dell’epoca, Boas manteneva comunque l’idea che la razza esistesse biologicamente.

Nel corso del tempo, come precisa Trouillot, questo impedì all’antropologia di studiare la razza e gli effetti continui del razzismo nella realtà; d’altra parte, la nozione di cultura prodotta dal pensiero antropologico americano perde la sua storicità e il suo legame con i rapporti di potere e di classe. Questo fenomeno la interessò per alcune decine di anni. Sulla stessa linea argomentativa, Kamala Visweswaran conclude:

“Il tentativo di Boas di circoscrivere la razza alla biologia, che non si articolava come un’analisi della biologia come campo di significati sociopolitici (…), mette l’antropologia nell’incapacità di sviluppare una teoria della razza come qualcosa di storicamente e culturalmente costruito (Visweswaran, 1998).

Questa ipotesi, che gli autori citati applicano a un caso particolare di concettualizzazione della razza, in un dato momento e luogo, ha due conseguenze importanti. La prima e la più visibile è legata ai discorsi sulla cultura che si configurano come degli anticoncetti rispetto alla razza ma che di fatto riproducono una matrice di pensiero razzial-culturalista, in cui i due concetti si configurano mutualmente. Così, parlare di cultura in questi termini porta necessariamente a parlare, implicitamente, della razza. Ciò fa entrare il discorso degli specialisti (dove la cultura opera come non-razza) nello spettro analitico dello studio delle concettualizzazioni razziali.

La seconda conseguenza si percepisce meno facilmente, ma è altrettanto importante. Sembra che pensiamo la formazione discorsiva in termini foucaultiani, la biologia, mutazione della storia naturale, emerge come oggetto (con una serie di concetti, di prese di posizione da parte di soggetti, di tattiche, cfr: Foucault, 2005) e come condizione di possibilità di un’altra maniera di pensare (con la comparsa di campi – la morale, la politica, l’economia politica e, evidentemente, la civiltà o la cultura – che sono nettamente separati dalla biologia). Tuttavia le posizioni più interessanti di Foucault, per l’interiorizzazione della categoria di razza, si trovano nei suoi ultimi lavori, quando dimostra che col regime del biopotere, la popolazione diviene l’oggetto della biopolitica, cioè è sottoposta a una serie di tecnologie di securitarie che mirano al suo benessere tramite un intervento regolativo, perché la vita diventa il nuovo campo di esercizio delle relazioni di potere (Foucault). È il famoso regime del “fare vivere e lasciare morire”, che si sostituisce al “fare morire, lasciare vivere” del regime della sovranità classica. Nella sua dimostrazione, Foucault mette in evidenza che con la produzione di popolazione come oggetto della biopolitica, simultaneamente è prodotta una esteriorità rispetto a quest’ultima, un insieme di esseri umani che diventano non indispensabili e quindi “gettabili”; si può lasciarli morire, o anche farli morire, se ciò permette di fare vivere gli altri. Questa logica è ciò che Foucault chiama razzismo di Stato[3].

Questa posizione che afferma la genesi comune della biopolitica e del razzismo di Stato ci interessa molto: essa rinvia a un periodo anteriore all’emergere della biologia come disciplina, e del razzismo scientifico propriamente detto, e pone la razzializzazione sul terreno della governabilità, intesa in questa caso come governo sugli altri da sé. In maniera più circoscritta, ciò ci rimanda all’emergere degli specialisti e della modernità, quando la natura e la storia appaiono come noi li comprendiamo oggi, attraverso quello che Timoty Mitchell (2000) ha definito “effetto della realtà”.

Secondo noi, è su questo punto che andrebbe stabilita la singolarità della razzializzazione, anche se ciò non implica che vadano a limitare le molteplici articolazioni concettuali della razza. La razzializzazione implicherebbe quindi un processo di costituzione e messa in evidenza di differenze gerarchiche fra popolazioni (nel senso foucaultiano) a partire da diacritiche biologizzanti che si rifanno al discorso degli specialisti, e che si inscrivono nel soggetto corporeo  o morale, sempre nel quadro delle tecniche di governo sulle popolazioni razzializzate.

Da queste considerazioni derivano tre conseguenze strettamente correlate. In primo luogo, pensare in termini razziali presuppone una trasformazione antropologica fondamentale: la distinzione di due entità nella definizione dell’umano. Il concetto di razza non è possibile che nella misura in cui l’umano è diviso in due parti, una parte psico-materiale e un’altra, come l’anima, lo spirito, la ragione, la coscienza, termini che corrispondono a storie diverse, sovrapponibili o meno, e rinviano a una dimensione immateriale,  che darebbe del senso all’umano rispetto agli altri esseri viventi . Come dimostrato da Todorov (1989), verso la metà del XVIII secolo, il riferimento razziale comincia ad emergere nel momento in cui l’ordine del discorso consacra la separazione fra il fisico e il morale, per servire poi da passerella fra i due aspetti e riunirli. È così che le categorie razziali finiscono per legarsi fra loro e definire reciprocamente due entità che erano state artificiosamente separate. D’altra parte, uno degli elementi che ci permettono di insistere sulla modernità di questa concezione si trova proprio nel senso conferito da questa separazione.

In secondo luogo,  è stato necessario il prodursi di un cambiamento sostanziale nella maniera di concepire la relazione fra queste due entità. Il concetto di razza che diventa cruciale con l’avvento della modernità fa più spazio alla fisicità. Il pensiero razzista/razziale mette quasi allo stesso livello la costituzione fisica e quella morale, poiché è partendo dalla prima che si arriva a definire la seconda. Così, se è innegabile che la razza passa per una gerarchia-opposizione tra il corpo fisico e quello immateriale, in cui primeggia concettualmente questa immaterialità che si ritiene propria dell’umano, essa lo fa mettendo comunque l’accento sulla dimensione fisica. È altrettanto chiaro che questa nuova attenzione verso la costituzione fisica costituisce il punto comune a tutte le costruzioni concettuali razziste/razziali del XIX secolo, in quanto l’apparenza esteriore gioca il ruolo di un segnale visibile e la composizione interna determina da parte sua la costituzione morale dell’individuo e il suo posto nella società.

Un terzo elemento ancora più significativo è quello che, parafrasando Wade, possiamo chiamare “biologicizzazione  delle differenze naturali” (1997b: p13). È il momento in cui il concetto di razza diventa ricorrente nella spiegazione delle differenze in termini biologici. La costituzione umana, sotto l’aspetto della sua fisicità (esterna e interna), è comprensibile e spiegabile in termini biologici (Stoler, 1995; Wade, 1997b). Qui ci riferiamo soprattutto all’emergere di una serie di saperi e discorsi, che a partire dalla storia naturale della seconda metà del XVIII secolo, cercano di comprendere tramite leggi e operazioni scientifiche il mondo naturale. Leggi che, anche se possono coesistere con la credenza in un Rettore del mondo, che sarebbe Dio, si costituiscono come conoscenze secolari, come “altro” rispetto alla religione.

Una trasformazione questa, che Foucault (2000) identifica chiaramente nella sua genealogia del razzismo e della biopolitica, che implica il vedere il mondo naturale come un’entità le cui differenti manifestazioni possono essere conosciute, limitate, segmentate, modificate, grazie all’uso della scienza e della tecnica. Questa biologicizzazione ha degli effetti importanti su un amplificatore di differenze che in passato, e in contesti di razzializzazione diversi, era già presente: l’apparenza fisica esterna, o meglio quello che, inteso nelle concettualizzazioni sopra menzionate, noi concepiamo come  esteriorità e apparenza.

Non solo i gruppi, il colore della pelle, l’altezza, la forma dei capelli o altro cominciano a essere biologicizzati, ma soprattutto diventano, in funzione di ciò, i segnali amplificatori di differenze più potenti e più significativi. Dalla prospettiva naturalista, che rende possibile il razzismo, questi tratti diventano più evidenti e più chiari, e lo sguardo su di essi diventa più acuto e preciso.

Così, il concetto di razza può entrare nel discorso solo nel momento in cui la scienza moderna si costituisce come regime privilegiato di produzione di conoscenza. È a partire dalla conoscenze specialistiche naturalistiche e biologiche che emergono le categorie e tassonomia razziali. È la razza che permette alla scienza moderna, dall’alto della sua pretesa autorità e grazie alle risorse di cui dispone, di passare le lunghe storie di discriminazione e di gerarchizzazione fra i popoli al setaccio del discorso specialistico. A questi titolo, sono i saperi specialistici che rendono possibile questo nuovo sguardo sulla natura, queste molteplici opposizione e le relazioni fra differenti entità naturali e biologiche.

 

Geopolitiche concettuali

Il concetto di politiche concettuali in generale e quello di geopolitiche concettuali in particolare è proposto da Marisol de la Cadena (2007:p13) per sottolineare che “le definizioni di razza sono dialogiche, e questi dialoghi sono articolati tramite relazioni di potere. La razza risponde a delle geopolitiche concettuali locali, nazionali e internazionali”. Marisol de la Cadena non si limita a segnalare che le categorie non si costituiscono come entità epistemiche astratte fuori dalle relazioni sociali che le producono (una maniera di seguire l’esempio di Marx, in fondo), e insiste anche sul processo di naturalizzazione di alcuni significati a scapito di altri.

In questo senso è importante considerare che a un preciso momento diversi sistemi di classificazione razziale possono sovrapporsi e coesistere. È per questo che non si succedono in maniera circolare; si possono, in maniera concreta, in uno spazio e un momento dati, trovare le sovrapposizione più varie fra differenti sistemi, che lottano per imporsi gli uni sugli altri. Ciò significa che gli studi delle categorizzazioni razziali, passate o presenti, devono prestare un’attenzione particolare a queste sovrapposizioni, e non dare per scontato che le vecchie classificazioni spariscano all’emergere delle nuove, o quando alcune di esse s’impongono ufficialmente come le uniche legittime.

Nel già citato testo di Appelbaum et al. (2003), gli autori suggeriscono che sarebbe pertinente stabilire una distinzione analitica fra le visioni razziali/razziste sviluppate dalle élites e quelle che vengono fuori dalle pratiche e dalle narrazioni delle classi subalterne. Dal punto di vista metodologico, è necessario affermare che i sistemi di classificazione razziale propri ai settori subalterni non sono la semplice proiezione o l’appropriazione meccanica di quelli elaborati dalle élites e vice versa, anche se sono comunque sistemi non del tutto indipendenti, e in costante interazione. Bisogna dunque esaminare la specificità di questi sistemi e le loro strette relazioni, essendo coscienti del fatto che le classificazioni razziali dei gruppi subalterni sono state meno studiate, sia perché la letteratura maggioritaria si limita allo studio di quelle stabilite dalle élites, sia perché sono di più difficile accesso, e gli archivi di tal genere sono rari. La lettura dei dati esistenti deve farsi in modo obliquo, a partire da frammenti, quando non siano completamente scomparse le informazioni relative alle categorie razziali subalterne del passato.

Se si sottoscrive la nozione di “geopolitica concettuale” proposta da De la Cadena, le classificazioni razziali elaborate dalle élites di una data località devono essere viste come il risultato del “dialogo” che queste élites hanno stabilito con le categorie razziali diffuse a livello globale. Non sono comunque una semplice riproduzione meccanica a livello locale, ma piuttosto il risultato di appropriazioni e rielaborazioni che avvengono in contesti concreti e con significati e implicazioni specifiche:

“Non può esserci una definizione monolitica della razza in grado di rendere conto di quello che essa è nel processo della storia mondiale. In quanto strumento di produzione di differenze e soggettività, la razza si realizza come concetto per mezzo di dialoghi e relazioni politiche fra i soggetti qualificanti e i soggetti qualificati (processo invertibile). In quanto concetto politico, la razza ha una caratteristica particolare: prende vita “nella traduzione”, nelle relazioni i cui significati coincidono parzialmente ma i cui eccessi (intesi come non coincidenze), continuano a circolare, con il loro effetto perturbante  (De la Cadena, 2007: pp12-13).

È per questo che l’analisi deve prendere in conto le coesistenze, le tensioni  e gli assemblaggi che possono avere luogo fra i differenti sistemi di classificazione razziale in un luogo e un momento dati. Bisogna anche pensare e ricostruire il processo attraverso cui le élites locali si appropriano di categorizzazioni globali e le trasformano applicandole al contesto locale, poiché le categorizzazioni razziali popolari non sono un mero riflesso di quelle delle élites e del loro processo di dominio. Ciò implica il prendere in considerazione le esternalità dei processi di concettualizzazione razziale, “cioè, le conseguenze di un concetto al di là di se stesso”  (De la Cadena, 2007: p8).

Una sorta di conclusione

Non basta affermare che la razza è un prodotto culturale e che le differenze culturali sono razzializzate, ma è necessario stabilire delle genealogie e delle etnografie concrete della nascita, dello sviluppo e della dispersione delle differenti articolazioni razziali di una formazione sociale determinate, su differenti piani. Consideriamo anche che le concettualizzazioni sono anche dei fatti situati storicamente, in contesti enunciativi che danno loro un senso. L’obiettivo di questa storicizzazione radicale è apportare un contributo concettuale alla lotta contro il pensiero razziale/razzista, un pensiero che ha tutt’ora un suo peso, ed è sempre all’opera attraverso dei  processi di “ristrutturazione” multipla, compresi i casi in cui la dimensione è culturale, essendo il concetto di cultura di fatto imparentato a tale pensiero. Per quanto possa sembrare paradossale, quando i ricercatori e gli attori sociali impiegano certi termini per evitare la parola razza, rimettono, loro malgrado, in circolazione delle categorie legate alla razza in maniera molto forte.

Come abbiamo spiegato, la nostra idea non è quella di proporre una definizione concreta della razza per provare a imporla e a misurare attraverso essa le differenti variazioni o interpretazioni.  È invece su questa attitudine che si fonda la politica concettuale omogenizzatrice e scientista di un certo tipo di razzismo. Quello che si dovrebbe fare, è cercare di fare apparire i presupposti e le cornici concettuali in cui il pensiero razziale si iscrive in un dato momento, presupposti che hanno reso possibile il suo attecchimento e la sua egemonia negli ultimi due secoli.

La genealogia fouacaultiana è una strategia metodologica pertinente, che ci può aiutare perché permette di esaminare le continuità, le ri-articolazioni, le molteplici linee di emergenza, e di concentrarsi sulle particolarità, gli avvenimenti-espressioni  specifici che “rompono il gioco” delle letture generalizzanti. In questa maniera, si possono proiettare nozioni “naturalizzanti” come il fenotipo, il sangue o la razza, dal passato al nostro presente storico, o introdurre una violenza epistemica nell’attualità ,considerando anche il nostro “senso comune” come una razzializzazione.

La posta in gioco, è la coscienza dell’esiguità del nostro margine, che ha per limiti da un lato la storicità del pensiero, dall’altro quella dei possibili interventi. Questa relazione può essere formulata come una doppia interrogazione. Per cominciare: come riflettere, a partire da questo irrimediabile presente che è la nostra condizione, su un passato così lontano, considerando che la distanza non riguarda solo il tempo ma anche l’orizzonte specifico delle esperienze che hanno avuto luogo? Ma anche: come pensare il nostro presente immediato utilizzando delle categorie che sono state elaborate in un passato recente, e che non sono necessariamente le più adeguare ad “afferrare” concettualmente quello che è del tutto nuovo e di difficile comprensione?

Queste due domande ci portano a meditare su due punti inestricabilmente legati: il peso della storicità del “nostro” pensiero e la possibilità di conoscere altre esperienze storiche (quelle che costituiscono l’esteriorità del pensiero, il suo “al di fuori”).

 

 

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Wallerstein, Immanuel.( 1983). Le capitalisme historique, México DF, Siglo XXI.

[1]  Per un’analisi dei differenti contesti di produzione delle categorie razziali, cfr. Segato (2007). Cfr. anche Bourdieu et Wacquant (2001) per il noto dibattito sulla geopolitica della conoscenza e il suo rapporto con gli studi sulla razza.

 

[2] Questa questione di metodo in Foucault, su cui purtroppo non possiamo fermarci a parlare diffusamente qui, è stata studiata da uno degli autori in un altro contributo (Restrepo, 2008)

[3] Su questa questione, l’opera di Foucault è cruciale (1997). Le sue posizioni hanno dato luogo a molteplici analisi, e sono state oggetto di nuove interpretazioni, che le connettono a tematiche razziali. In particolare il libro di Stoler (1995), che rappresenta una delle prime rivalutazioni dell’approccio foucaultiano. Stoler critica l’assenza dell’ordine coloniale nell’analisi del razzismo, della biopolitica e della sessualità che fa Foucault, accusandolo di essere eurocentrico. È evidente che il pensatore francese, focalizzato sull’Europa borghese e industriale del XVIII secolo, non aveva tenuto molto in considerazione la dimensione coloniale nelle sue analisi. Tuttavia, le sue analisi concettuali ci danno delle piste utili a comprendere anche la relazione fra l’ordine coloniale e il razzismo.

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Gli ormoni come l’LSD.

Gli ormoni come l’LSD.

Una femminista radicale di fronte alla “dissoluzione della civiltà”.

di Evo Pan Witch, per Intersecta

Secondo una sedicente “femminista radicale” italiana, l’acutizzazzarsi dei fenomeni omotransintersexfobici che attraversano l’Occidente non sarebbe l’effetto della mobilitazione reazionaria, cripto e neofascista in atto da Washington a Mosca, che riattiva in maniera strategicamente forsennata le risorse del regime ciseteropatriarcale in stato di panico. Sarebbe invece colpa degli omosessuali maschi «sempre più misogini»[1] e soprattutto delle transgender mtf che pretenderebbero di essere donne, o, peggio, di mettere in discussione il binarismo di genere, minacciando di mistificare e colonizzare l’irrecusabile nocciolo duro dell’essenza femminile[2]. Secondo questa giornalista militante il vero fronte di resistenza all’assalto gay-trans-queer non sarebbero però Trump, Fontana, Pillon, il World Congress of Families e la galassia alt-right, ma le giovani donne adolescenti americane che non ne possono più di Gender Theory, politicamente corretto e dibattiti scolastici sulle transizioni di genere.

«Nella subcultura giovanile» scrive «il cambio di sesso è l’apice della libertà. Gli ormoni – meglio se autoprodotti – e il queer stanno alla generazione Z come l’Lsd stava alla Beat Generation. Ma ogni fenomeno, raggiunto il climax, genera fatalmente i suoi anticorpi: di questa roba “da college” Abi [personaggio di una serie tv che sarebbe altamente rappresentativa della “svolta” delle giovani americane] non ne vuole sapere. Sostiene Amnesty International, le interessano i progetti collettivi e non le peripezie libertaristiche individuali».

Le lotte e le pratiche LGBTQI sarebbero insomma espressione malcelata di una vocazione per un invidualismo filo-anarco-capitalista, climax delle logiche neoliberali: non si tratterebbe allora solo della colonizzazione de “il femminile”, ma della minaccia stessa alla tenuta della società in quanto tale, fondata sul patto (che nessuno ha firmato) di reciprocità e solidarietà, e dei ruoli (di genere, ma non solo) che esso assegna. Non sfuggirà che questa narrazione ripete la solfa secondo la quale il ’68, e ancora prima hippy, beat e cappelloni, con le loro droghe e le loro “subculture” (sono “sub” sempre quelle de* altr*) sarebbero all’origine dell’odierna “atomizzazione” neoliberale in cui tutti ci riduciamo a consumatrici/tori indebitat* e produttrici/tori precar*, imprenditrici/tori di noi stess* e, in definitiva, merce[3]. Non la controffensiva disciplinare capitalista post-fordista con le strategie di downsizing, esternalizzazioni a costo zero e pulviscolarizzazione del lavoro, la privatizzazione del welfare e i processi d’indebitamento collettivo e individuale, ma l’LSD e “la fantasia al potere”, la controperformazione del genere, la decastrazione dell’ano e il commercio di ormoni autosomministrati[4]. A far da cerniera i «fratelli gay che nel loro percorso di normalizzazion-omologazione hanno abbandonato ogni tratto femminile per aderire al modello della virilità etero». Ma la femminilità non era il bastione intoccabile delle donne, il loro segreto che, secondo la lezione differenzialista, a nessun maschio potrebbe mai essere comunicato?[5] Di fianco alle transgender mtf che credono di diventare donne “amputandosi i genitali” – diventando non donne, ma maschi coi genitali amputati – ci sono quindi i gay che sono maschi, e quindi il patriarcato (o l’omopatriarcato, sempre secondo lezione differenzialista), ma che dovrebbero femminilizzarsi: prendere lezioni non tanto dalle donne, ma delle femministe differenzialiste. “Ancillare” però è il femminismo che partecipa ai pride, che sostiene le lotte trans, queer, intersex, nonché quelle delle/i migranti (perché, secondo la nostra, le migrazioni sono la testa di ponte per la penetrazione del fascismo islamico che vuole mettere il burqa a tutte, ma le femministe “ancelle”, stranamente in questo non lontanissime da Amnesty Internazional, non lo vogliono capire: infatti il migrante sarebbe il “mito” che sostituisce l’operaio nell’immaginario maschile della sinistra). Insomma, se siete fr0ci, trans mtf, transfemministe queer, intersex non corrett* o qualsiasi altro tipo di soggettività non conforme, e siete marginalizzat*, perseguitat*, res* abiett*, e magari uccis*, la colpa è vostra. Naturalmente le femministe differenzialiste o “radicali”, alcune delle quali alleate esplicitamente con il Vaticano, o come nel caso della nostra, simpatizzanti di Salvini e del Forum delle Famiglie (benché PD-embedded), restano potenzialmente vostre amiche, a patto che rinunciate «alla pretesa di occupare il centro delle politiche, di negoziare ogni sorta di diritto, di fare della fluidità il paradigma dell’umano – il Neutrum Oeconomicum di cui trent’anni fa il filosofo Ivan Illich preconizzava la venuta». Lo dice una femminista differenzialista che sta nel PD e occhieggia a Salvini e Pillon. Ma voi fidatevi. L’eteropatriarcato è una vostra fantasia (che brama il potere). Piegatevi alla norma, dismettete ogni assurda pretesa di affermazione pubblica della vostra soggettività, ogni folle e bizzarra velleità di traduzione politica delle vostre istanze, ricacciatevi da sol* ai margini e nell’invisibilità, e, finalmente, quando ognun* sarà al suo posto e il patto sociale salvo, vi accoglieremo.

 

 

[1] Quel “sempre di più” occulta completamente, in maniera strumentale, la storia del dibattito interno ai movimenti di liberazione omosessuale “maschile” e quella dei conflitti con i movimenti femministi e lesbici. Lo scopo è quello di autorappresentarsi come “amica” di prima data del movimento di liberazione gay, e quindi di imputare la propria recente omofobia ai gay stessi

[2] Benché l’acronimo TERF (Trans-Exclusionary Radical Feminism) sia di conio relativamente recente, la storia di questo curioso attivismo finalizzato all’esclusione e al diniego delle soggettività trans è di lunga data. The Transsexual Empire, in cui l’autrice, Janice Raymond, accusa i transessuali tutti di stuprare i corpi femminili tentando di ridurli a meri artefatti colonizzandone identità, cultura, spazio politico e sessualità, è del 1979.

[3] Naturalmente il riferimento occulto è alla Gpa e al biolavoro femminile in generale. Da cui è però esclusa, ovviamente, la maternità, considerata parte della mera sfera “naturale”. Non una prestazione di lavoro gratuito ideologicamente naturalizzata che fornisce la manodopera (sempre più precaria) al mercato del lavoro capitalista e contemporaneamente sigilla la dipendenza economica femminile dai maschi, come il femminismo materialista ci spiega da decenni.

[4] Non è estraneo a tutto questo discorso nemmeno il nesso fra omosessualità “maschile”, queerizzazione del genere, compravendita di uteri e neonati e pedofilia. In un’accelerazione analogica degna dei difensori della famiglia naturale i primi tre fenomeni e la loro evoluzione porrebbero le condizioni di possibilità per il quarto. Perché chi strappa neonati dall’utero materno per appropriarli al cosiddetto omopatriarcato, probabilmente educandoli a vestirsi con gli abiti del sesso opposto, non potrebbe, giunto a questo livello di snaturalizzazione della norma biologica e dei sacrosanti tabù che essa eroga, avventarsi sessualmente su di quegli stessi infanti? Una volta denegata quella divinità che è la Natura, non è tutto permesso?

[5] È sostanzialmente la tesi essenzialista di molte femministe della differenza, da Luce Irigaray a Luisa Muraro.

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La pseudoscienza, ultimo rifugio delle radfem italiane.

La pseudoscienza, ultimo rifugio delle radfem italiane.

Ideologia, non biologia

di GiuRo con la collaborazione di Brie Morbien, per Intersecta 

(in foto: una farfalla con un’ala maschile e una femminile)

Sarebbe inutile cercare di negare un fatto purtroppo abbastanza evidente: oggi quelle che si definiscono femministe radicali (le femministe escludenti in pratica) sono egemoni all’interno dell’eterogenea galassia femminista. Ciò non avviene affatto per la validità delle loro argomentazioni (che, anzi, sono molto facili da smontare e che, il più delle volte, non sono affatto argomentazioni ma prese di posizione moralistiche e di opportunismo carrieristico) ma per l’aggressività di chi si riconosce sotto quella bandiera e per le strategie da politica democristiana. In pratica, le sedicenti femministe radicali sono in numero esiguo rispetto alle femministe intersezionali, ma possono contare su importanti agganci politici (arrivano a considerare una di loro l’ex ministra antiabortista Lorenzin) e amicizie nei maggiori partiti politici (in primo luogo il PD) e nei maggiori quotidiani del paese, il che consente loro di dare una visione distorta della reale proporzione delle forze in campo e una visibilità tanto spiccata da essere, purtroppo, spesso il primo “femminismo”in cui ci si imbatta e da cui, il più delle volte, si fugge.

Faremo qui un esempio della totale inconsistenza delle loro argomentazioni, basate su pseudoscienza, riservandoci magari altri esempi per futuri articoli. Una delle posizioni più caratterizzanti dell’ideologia delle sedicenti radfem è lo stigma e la persecuzione di sex workers e persone trans (con annessa la totale obliterazione dell’esistenza delle persone intersex). Se le sex workers vengono sempre e d’autorità ricondotte all’interno di un quadro vittimizzante e, di fatto, vengono trattate come persone affette da un qualche problema psichiatrico serio che le priverebbe della facoltà di intendere e di volere (col beneficio di caricare se stesse in quanto radfem di una autorità quasi sacerdotale di discernere tra il bene e il male), le persone trans vengono ricondotte all’interno di un immaginario cospirazionista in cui il maschio introdurrebbe suoi agenti per sabotare il femminismo e impossessarsi del corpo della donna. Questa visione, settaria e di odio nei confronti delle persone trans, cerca di legittimarsi ricorrendo alla pseudoscienza, in particolare alla pseudobiologia. Si parla di donna biologica, si dice che la distinzione si fonderebbe sulla natura (esattamente come i cattolici parlano di famiglia naturale per quella formata da persone eterosessuali) e viene tirata in ballo come prova inoppugnabile l’esistenza dei cromosomi xx o xy. Qualunque biologo riderebbe di simili distorsioni. La biologia non è un sistema normativo e prescrittivo che dica “la presenza dei cromosomi xx è donna; xy è uomo”; la biologia non si occupa affatto di questo. Se la biologia partisse da assunti di fondo per poi arrivare a delle dimostrazioni, non sarebbe una scienza che studia la realtà ,ma una religione che vuole dimostrare l’esistenza di dio. La biologia è la scienza che studia la vita nei suoi processi chimici e fisici; la biologia studia dunque i cromosomi, il loro funzionamento, ma il dire “xx è femmina” non è biologia; è forzare la biologia a fornire definizioni di genere necessarie per la cultura patriarcale e per la definizione dei ruoli tradizionali.

Se le sedicenti femministe radicali avessero la decenza di studiare un pochino gli argomenti di cui farneticano scoprirebbero che, ad esempio, esistono molte persone intersex che hanno un corredo cromosomico xy, che hanno una produzione di androgeni assimilabile a quella considerata tipica maschile (anche se noi animali umani produciamo tutt* estrogeni e androgeni in quantità variabile), ma il cui corpo non sa impiegare tali ormoni; la sigla identificativa di questa variante è AIS/ CAIS*, e queste persone hanno uno sviluppo fisico associabile a quelle che definiamo donne perché, tramite il processo naturale dell’aromatizzazione, gli androgeni vengono convertiti in estrogeni, e non c’è nulla che differenzi apparentemente questi soggetti dalle altre donne. Esistono poi casi, neppure così rari, di chimerismo**. Questo fenomeno è ancora poco noto in quanto l’endocrinologia è una scienza giovane, ma è un fatto assodato che sta in qualche modo rivoluzionando la biologia. Si scopre con sempre maggiore frequenza che un individuo è dotato di due o più dna. Ciò avviene perché in una prima fase della gravidanza due o più ovuli fecondati vengono a contatto e si fondono formando un corpo solo perfettamente in salute. Gli individui possono essere dello stesso sesso ma anche di sesso differente e, così, ci troviamo davanti a persone con un braccio xx e l’altro xy. E se si sta pensando che questi siano casi sporadici, spiace deludere: attualmente non esistono studi sulla popolazione tanto estesi che permettano di parlare di percentuali. Peggio (dal punto di vista delle femministe escludenti) : alcuni nuovi dati sembrerebbero mostrare che, specie nella donna, la capacità di “ibridarsi” e il chimerismo siano molto molto diffusi ed elevati. Studi sul cervello di donne decedute hanno dimostrato una enorme (maggioritaria) presenza di cellule con cromosomi xy nel loro cervello. È risultato che, durante la gestazione, la comunicazione tra adulto e feto non sarebbe univoca e che cellule staminali del feto entrerebbe in circolo nel corpo femminile; in seguito, queste cellule xy vengono impiegate dal corpo dell’adulta anche per creare tessuti. E queste due varianti appena citate non sono che una stilla del grande spettro di possibilità evolutive degli esseri umani; si stima che le varianti intersex siano superiori alle 40, ed è un numero destinato a salire. Dunque, se volessimo seguire le conclusioni pseudoscientifiche delle sedicenti femministe radicali, dovremmo fare delle analisi a tappeto sulle donne che fanno parte della loro cerchia. In un delirio eugenetico, dovremmo iniziare ad escludere uomini etero, donne trans, intersex. E chissà che, affrontando queste purghe, non siano colpite anche le ispiratrice di questa nuova ideologia della purezza della razza. Prafrasando le fondatrici del femminismo, donne non si nasce ma ci si autodetermina, e non esiste scienza che possa legittimare un determinismo pseudobiologico. Nessuno ha il diritto di affermare “decido io chi è ebreo e chi no”

Fonti:

*AIS/CAIS; Emily Elizabeth [InterAct] https://youtu.be/5vDVUPjBJiM

**Chimerismo; Dr Emily Zarka

References:

  • ABC News. (2006, August 15). She’s her own twin. Retrieved from https://abcnews.go.com/Primetime/shes-twin/story?id=2315693
  • Arcabascio, C. (2007). Chimeras: double the DNA-double the fun for crime scene investigators, prosecutors, and defense attorneys. Akron L. Rev.40, 435. Available at: https://ideaexchange.uakron.edu/akronlawreview/vol40/iss3/1
  • Chan, W. F. N., Gurnot, C., Montine, T.J., Sonnen, J.A., Guthrie, K.A., and Nelson, J.L. (2012). Male microchimerism in the human female brain. PLOS One 7:e45592. https://doi.org/10.1371/journal.pone.0045592
  • Fordham, A.J. (1967). Dwarf conifers from witches’-​brooms. Arnoldia 27(4-5):29–50.
  • Gartler, S.M., Waxman, S.H., and Giblett, E. (1962). An XX/XY human hermaphrodite resulting from double fertilization. PNAS 48:332-5.
  • Gould, S.J. (2006) Intelligenza e pregiudizio: contro i fondamenti scientifici del razzismo; traduzione di Alberto Zan. Milano, il Saggiatore.
  • Lee, J.W. and Chung, H.Y. (2018). Capillary malformations (portwine stains) of the head and neck: natural history, investigations, laser, and surgical management. Otolaryngol Clin N Am 51: 197–211. https://doi.org/10.1016/j.otc.2017.09.004
  • Murgia, C., Pritchard, J.K., Kim, S.Y., Fassati, A., and Weiss, R.A. (2006). Clonal origin and evolution of a transmissible cancer. Cell 126(3):477–87. https://doi.org/10.1016/j.cell.2006.05.051
  • Strakova, A., et al. (2016). Mitochondrial genetic diversity, selection and recombination in a canine transmissible cancer. eLife 5:e14552. https://doi.org/10.7554/eLife.14552
  • Yizhak, K. (2019). RNA sequence analysis reveals macroscopic somatic clonal expansion across normal tissues. Science 364(6444) https://doi.org/10.1126/science.aaw0726
  • Zimmer, C. (2018). She has her mother’s laugh: The powers, perversions, and potential of heredity. New York: Dutton. ]
Risultati immagini per farfalla ermafrodita

(in foto: una farfalla con un’ala maschile e una femminile)

Sarebbe inutile cercare di negare un fatto purtroppo abbastanza evidente: oggi quelle che si definiscono femministe radicali (le femministe escludenti in pratica) sono egemoni all’interno dell’eterogenea galassia femminista. Ciò non avviene affatto per la validità delle loro argomentazioni (che, anzi, sono molto facili da smontare e che, il più delle volte, non sono affatto argomentazioni ma prese di posizione moralistiche e di opportunismo carrieristico) ma per l’aggressività di chi si riconosce sotto quella bandiera e per le strategie da politica democristiana. In pratica, le sedicenti femministe radicali sono in numero esiguo rispetto alle femministe intersezionali, ma possono contare su importanti agganci politici (arrivano a considerare una di loro l’ex ministra antiabortista Lorenzin) e amicizie nei maggiori partiti politici (in primo luogo il PD) e nei maggiori quotidiani del paese, il che consente loro di dare una visione distorta della reale proporzione delle forze in campo e una visibilità tanto spiccata da essere, purtroppo, spesso il primo “femminismo”in cui ci si imbatta e da cui, il più delle volte, si fugge.

Faremo qui un esempio della totale inconsistenza delle loro argomentazioni, basate su pseudoscienza, riservandoci magari altri esempi per futuri articoli. Una delle posizioni più caratterizzanti dell’ideologia delle sedicenti radfem è lo stigma e la persecuzione di sex workers e persone trans (con annessa la totale obliterazione dell’esistenza delle persone intersex). Se le sex workers vengono sempre e d’autorità ricondotte all’interno di un quadro vittimizzante e, di fatto, vengono trattate come persone affette da un qualche problema psichiatrico serio che le priverebbe della facoltà di intendere e di volere (col beneficio di caricare se stesse in quanto radfem di una autorità quasi sacerdotale di discernere tra il bene e il male), le persone trans vengono ricondotte all’interno di un immaginario cospirazionista in cui il maschio introdurrebbe suoi agenti per sabotare il femminismo e impossessarsi del corpo della donna. Questa visione, settaria e di odio nei confronti delle persone trans, cerca di legittimarsi ricorrendo alla pseudoscienza, in particolare alla pseudobiologia. Si parla di donna biologica, si dice che la distinzione si fonderebbe sulla natura (esattamente come i cattolici parlano di famiglia naturale per quella formata da persone eterosessuali) e viene tirata in ballo come prova inoppugnabile l’esistenza dei cromosomi xx o xy. Qualunque biologo riderebbe di simili distorsioni. La biologia non è un sistema normativo e prescrittivo che dica “la presenza dei cromosomi xx è donna; xy è uomo”; la biologia non si occupa affatto di questo. Se la biologia partisse da assunti di fondo per poi arrivare a delle dimostrazioni, non sarebbe una scienza che studia la realtà ,ma una religione che vuole dimostrare l’esistenza di dio. La biologia è la scienza che studia la vita nei suoi processi chimici e fisici; la biologia studia dunque i cromosomi, il loro funzionamento, ma il dire “xx è femmina” non è biologia; è forzare la biologia a fornire definizioni di genere necessarie per la cultura patriarcale e per la definizione dei ruoli tradizionali.

Se le sedicenti femministe radicali avessero la decenza di studiare un pochino gli argomenti di cui farneticano scoprirebbero che, ad esempio, esistono molte persone intersex che hanno un corredo cromosomico xy, che hanno una produzione di androgeni assimilabile a quella considerata tipica maschile (anche se noi animali umani produciamo tutt* estrogeni e androgeni in quantità variabile), ma il cui corpo non sa impiegare tali ormoni; la sigla identificativa di questa variante è AIS/ CAIS*, e queste persone hanno uno sviluppo fisico associabile a quelle che definiamo donne perché, tramite il processo naturale dell’aromatizzazione, gli androgeni vengono convertiti in estrogeni, e non c’è nulla che differenzi apparentemente questi soggetti dalle altre donne. Esistono poi casi, neppure così rari, di chimerismo**. Questo fenomeno è ancora poco noto in quanto l’endocrinologia è una scienza giovane, ma è un fatto assodato che sta in qualche modo rivoluzionando la biologia. Si scopre con sempre maggiore frequenza che un individuo è dotato di due o più dna. Ciò avviene perché in una prima fase della gravidanza due o più ovuli fecondati vengono a contatto e si fondono formando un corpo solo perfettamente in salute. Gli individui possono essere dello stesso sesso ma anche di sesso differente e, così, ci troviamo davanti a persone con un braccio xx e l’altro xy. E se si sta pensando che questi siano casi sporadici, spiace deludere: attualmente non esistono studi sulla popolazione tanto estesi che permettano di parlare di percentuali. Peggio (dal punto di vista delle femministe escludenti) : alcuni nuovi dati sembrerebbero mostrare che, specie nella donna, la capacità di “ibridarsi” e il chimerismo siano molto molto diffusi ed elevati. Studi sul cervello di donne decedute hanno dimostrato una enorme (maggioritaria) presenza di cellule con cromosomi xy nel loro cervello. È risultato che, durante la gestazione, la comunicazione tra adulto e feto non sarebbe univoca e che cellule staminali del feto entrerebbe in circolo nel corpo femminile; in seguito, queste cellule xy vengono impiegate dal corpo dell’adulta anche per creare tessuti. E queste due varianti appena citate non sono che una stilla del grande spettro di possibilità evolutive degli esseri umani; si stima che le varianti intersex siano superiori alle 40, ed è un numero destinato a salire. Dunque, se volessimo seguire le conclusioni pseudoscientifiche delle sedicenti femministe radicali, dovremmo fare delle analisi a tappeto sulle donne che fanno parte della loro cerchia. In un delirio eugenetico, dovremmo iniziare ad escludere uomini etero, donne trans, intersex. E chissà che, affrontando queste purghe, non siano colpite anche le ispiratrice di questa nuova ideologia della purezza della razza. Prafrasando le fondatrici del femminismo, donne non si nasce ma ci si autodetermina, e non esiste scienza che possa legittimare un determinismo pseudobiologico. Nessuno ha il diritto di affermare “decido io chi è ebreo e chi no”

Fonti:

*AIS/CAIS; Emily Elizabeth [InterAct] https://youtu.be/5vDVUPjBJiM

**Chimerismo; Dr Emily Zarka

References:

  • ABC News. (2006, August 15). She’s her own twin. Retrieved from https://abcnews.go.com/Primetime/shes-twin/story?id=2315693
  • Arcabascio, C. (2007). Chimeras: double the DNA-double the fun for crime scene investigators, prosecutors, and defense attorneys. Akron L. Rev., 40, 435. Available at: https://ideaexchange.uakron.edu/akronlawreview/vol40/iss3/1
  • Chan, W. F. N., Gurnot, C., Montine, T.J., Sonnen, J.A., Guthrie, K.A., and Nelson, J.L. (2012). Male microchimerism in the human female brain. PLOS One 7:e45592. https://doi.org/10.1371/journal.pone.0045592
  • Fordham, A.J. (1967). Dwarf conifers from witches’-​brooms. Arnoldia 27(4-5):29–50.
  • Gartler, S.M., Waxman, S.H., and Giblett, E. (1962). An XX/XY human hermaphrodite resulting from double fertilization. PNAS 48:332-5.
  • Gould, S.J. (2006) Intelligenza e pregiudizio: contro i fondamenti scientifici del razzismo; traduzione di Alberto Zan. Milano, il Saggiatore.
  • Lee, J.W. and Chung, H.Y. (2018). Capillary malformations (portwine stains) of the head and neck: natural history, investigations, laser, and surgical management. Otolaryngol Clin N Am 51: 197–211. https://doi.org/10.1016/j.otc.2017.09.004
  • Murgia, C., Pritchard, J.K., Kim, S.Y., Fassati, A., and Weiss, R.A. (2006). Clonal origin and evolution of a transmissible cancer. Cell 126(3):477–87. https://doi.org/10.1016/j.cell.2006.05.051
  • Strakova, A., et al. (2016). Mitochondrial genetic diversity, selection and recombination in a canine transmissible cancer. eLife 5:e14552. https://doi.org/10.7554/eLife.14552
  • Yizhak, K. (2019). RNA sequence analysis reveals macroscopic somatic clonal expansion across normal tissues. Science 364(6444) https://doi.org/10.1126/science.aaw0726
  • Zimmer, C. (2018). She has her mother’s laugh: The powers, perversions, and potential of heredity. New York: Dutton. ]
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La I di intersex non serve a darsi un tono.

La I di intersex non serve a darsi un tono.

“Eh ma il movimento intersex è un movimento giovane”.

di Brie Morbien, per Intersecta.

Eh ma il movimento intersex è un movimento giovane.

Questa è la frase che sento più ripetere negli ambienti attivi e con tematica lgbt+ quando si parla del silenziamento delle istanze intersex.

Quella I, spesso aggiunta in discorsi e nella sigla, ottiene ancora poca attenzione da parte delle associazioni più (e meno) rodate e presenti sul territorio italiano. Non è una novità nemmeno per l’estero, ma a differenza nostra all’estero la comunità intersex può contare su organizzazioni dedicate (ricordo che quella I di intersex non è necessariamente legata ad un contesto lgbt+ ma è ad esso trasversale, in quanto si parla di variazioni naturali dello sviluppo del sesso, e in questo senso l’ambiente scientifico è più avanti del comune sentire) e su iniziative sicuramente più centrate.

“Il movimento intersex è un movimento giovane”, dicono.

Ma questo assunto ha un radicamento reale in una concezione del tempo ragionevole o è il frutto di un certo modo di intendere il delicato ambito dei diritti umani da parte nostra?

È questo il dubbio che sovviene, nel momento in cui si realizza che la concezione dei diritti delle donne (per fare l’esempio più eclatante) è ancora estremamente limitata: niente parità salariale, niente parità nei doveri di accudimento familiare, doppio standard estetico e morale. A svantaggio di tutt*. C’è, e non è un mistero, una larga maggioranza di persone che considerano il femminismo una manifestazione di ingratitudine nei confronti di ciò che ormai è assurto ad un simbolismo del potere: l’uomo cis, abile, bianco (ma qualcosa avrebbero da dire le femministe di colore e in merito si è espressa benissimo l’immensa Angela Davis).

Era il 1946 quando alle donne fu CONCESSO il diritto di voto in Italia. Sono passati esattamente 73 anni. Il diritto all’aborto sicuro è continuamente sotto attacco, e sostenere che sia stato garantito fino ad adesso in quello che è uno dei paesi con il più alto tasso di obiezione di coscienza da parte medica è una (mi si conceda) poracciata.

Il delitto d’onore e il matrimonio riparatore sono stati aboliti nel 1981.

Ancora oggi, c’è chi sostiene il femminicidio sia una sorta di delirio di massa, un’invenzione per sovvertire un “ordine naturale” che di naturale non ha nulla e moltissimo invece di politico.

Avrebbero tanto da dire anche le persone trans, cui le altre sigle del movimento lgbt+ dovrebbero molta riconoscenza. Sono passati 50 anni dai moti di Stonewall e a tutt’oggi è proprio la comunità trans a dover costantemente temere per la propria incolumità.
Non si parla di sciocchezze, si parla di morti. Di uno stigma sociale difficilissimo da superare.

Non mi soffermerò sulla questione razzismo: sostenere anche solo lontanamente che si sia lontani dalle logiche colonialiste e dal razzismo è di una scorrettezza e di una falsità senza rimedio. In qualunque parte del globo ci si volti il razzismo è BEN LUNGI dall’essere un fatto dimenticato. Nativi, POC (people of color), minoranze etniche e religiose vivono di una precarietà criminale fatta di stupri, morti, abusi continui da parte della popolazione, della polizia e degli organismi governativi.

Non sono bastati secoli a garantire ad una enorme fetta di popolazione terrestre i più basilari diritti umani. Secoli.

In tutto questo, si può ben capire che il panorama è desolante. Che la politica “dei piccoli passi” non sta dando i risultati sperati e che parlare di giovinezza dei movimenti attivi per la tutela dei diritti umani è quantomeno paraculo. Che non è sano e nemmeno concepibile che servano 10, 20 30, SETTANTATRE ANNI per arrivare ad un’egualità che non ha niente a che fare con una redistribuzione miope e piatta dell’educazione e delle risorse. In quest’ottica è chiaro che il movimento intersex, che esiste e vive da (esagero VOLUTAMENTE per difetto) metà degli anni novanta, non può che essere considerato giovane, nonostante sia letteralmente il tempo di una generazione bella grandicella e dotata di discernimento.

Ritorno al punto, il punto di partenza. Quello che voglio dire è molto semplice. Il movimento intersex ha in sé l’esperienza e la forza di una rivoluzione: rovescia lo stesso concetto cementato di binarismo, di conformità dei corpi, di quanto il controllo capitalista e abusivo permei e contamini tutti i nostri spazi di esistenza. Ed è qualcosa che è stato compreso da molt* attivist* lgbt+, ma spesso senza una modalità che portasse un’autentica differenza per le persone intersex. Questo ha creato diffidenza e sconforto, e a ragione; non vogliamo essere usat* come esempio di liceità delle politiche queer, se continuiamo senza problemi ad essere macellat* con la chirurgia cosmetica genitale o costrett* a terapie ormonali senza consenso o senza informazioni. Quella I implica responsabilità, impegno, scambio. Aggiungerla non è e non può essere una manovra “polite” e politica di aprirsi a non ben definite “differenze”. Ed è questo quello che chiedo a noi tutt*. Una denuncia che vada oltre il singolo evento informativo. Proposte politiche comprensive delle nostre istanze. Le minoranze diventano maggioranza quando, al contrario dell’inerzia della politica mainstream, TUTTE le richieste vengono ascoltate, valutate e promosse, ASSIEME.

Accogliete e promuovete, denunciate, mettetele in statuto.Vogliamo l’abolizione della pratica della chirurgia cosmetica non consensuale e delle terapie ormonali senza consenso informato. Siate la nostra forza e noi saremo la vostra.

O resteremo sempre e indistintamente una frammentazione manipolabile alla mercé di poch* e potentissim*.

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I chiodi nella testa.

I chiodi nella testa.

La vita di un essere umano, oltre i pensieri.

Di Caio Gracco, per Intersecta.

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Chi mi ha messo i chiodi nella testa, e quando?

Me ne sono poste di domande in vita mia, e ad alcune o ho anche trovato una parvenza di risposta. A questa no, e ormai non credo neanche più che una risposta basti a togliere i chiodi, o a spuntarli. Anzi, una risposta, magari frettolosa o dettata dalle contingenze, potrebbe essere l’ennesimo chiodo, e sicuramente non ne ho bisogno.

Cosa sono i chiodi in testa? Semplice, sono pensieri che non vorrei fare, dubbi che non vorrei avere, apparenti certezze che avverso con tutto me stesso, immagini che farei di tutto per togliermi dalla mente, sensi di colpa per cose che non ho fatto ma potrei fare, paure legate a un’inevitabile punizione che però sento di non meritare; tutto questo, nel limitato spazio di una calotta cranica, è riuscito per anni, a fasi alterne e giocando come il gatto col topo, a monopolizzare una vita, rubando i momenti di felicità.

I medici la chiamano “ansia meditativa”, è la situazione in cui si trova chi non riesce a evitare di farsi risucchiare in una spirale di ragionamenti sterili che si autoavvitano, e che portano inesorabilmente verso conclusioni che il soggetto rifiuta, e che cerca di neutralizzare con altri ragionamenti, o con la ripetizione di formule, che variano dalle preghiere alle bestemmie, passando per frasi apparentemente senza senso compiuto ma fondamentali in quella situazione, ma che comunque non fanno altro che allungare l’agonia.

Si vive, si studia si lavora, si incontrano persone, si ascoltano e si fanno discorsi, in alcuni casi, seppur con qualche difficoltà, si allacciano relazioni sentimentali, ma a tutto questo, quando hai i chiodi in testa, puoi dedicare solo una piccola parte del tuo tempo, perché l’azionista di maggioranza della tua mente sono loro, i chiodi, e pretendono sempre di più. I pensieri-chiodi sono come virus, se trovano un ambiente favorevole lo colonizzano, e mutano in continuazione, al solo scopo di riprodursi e di rispondere alle difese che l’organismo colonizzato oppone. I chiodi non hanno una logica legata all’argomento su cui insistono (paura della morte e/o dell’inferno o comunque di una punizione, paura di farsi del male o di farlo ad altri, o che il destino sia già deciso e sia impossibile opporvisi, dubbi non fecondi ma distruttivi sull’identità, sia essa sessuale, politica, affettiva o altro ancora, sensazione di sbagliare sempre e comunque), per loro è indifferente, e non temono incoerenze. Sanno solo che dove il legno è più morbido di può penetrare più in profondità, e lì insistono, spietati. Non sono nemmeno cattivi, come non lo è un virus. Si riproducono e mutano, mutano e si riproducono, e basta.

Sempre i medici, dicono che questi pensieri fanno parte della grande famiglia dei disturbi egodistonici, cioè dei disagi che il soggetto vive come intrusioni non gradite nella sua mente, nella sua intimità (e ciò li distingue da quelli egosintonici, in cui il soggetto in un certo senso percepisce come “normali” le proprie sensazioni e il proprio dolore), e uso il termine intimità non a caso, perché in un certo senso ci si sente violati, violati in quel corpo impalpabile che è la nostra mente.

I chiodi sono una malattia? Forse. Fra l’altro, anche il concetto di malattia è meno monolitico e più fluido di quando non sembri.

Si possono curare con medicine e terapie? Sì, con alterne fortune, in alcuni casi molto più che in altri, sperando di trovare bravi terapisti, e comunque sapendo fin dal principio che, soprattutto con i farmaci, un prezzo da pagare c’è sempre, e non mi riferisco a quello economico, ma agli effetti collaterali, all’assuefazione e al difficile percorso di diminuizione delle dosi  e dismissione.  E’ una scelta su cui riflettere e decidere in autonomia.

Ma al di là del percorso terapeutico, dopo anni di convivenza con i chiodi nella testa ho imparato una cosa, che voglio dirvi da, spero, amico.

I chiodi stanno nella testa, avvelenano i pensieri; cercare vie d’uscita che coinvolgano ancora una volta i pensieri può essere controproducente,  e in realtà c’è un’altra via d’uscita a portata di mano, che tendiamo a sottovalutare ma è lì, con noi. Anzi, siamo noi. E’ il nostro corpo, che ci sopporta e ci supporta mentre ci lambicchiamo il cervello per risolvere chissà quale falso problema. Proviamo a riscoprirci, a respirare pensando a respirare, a camminare pensando a camminare, tocchiamoci il naso, battiamo i denti, facciamo pace con tutto il resto di noi. Lì i chiodi non possono entrare, e da lì possiamo cominciare a ricostruirci e aiutare anche la mente.  In natura, i pensieri ossessivi e cupi vengono solo agli animali prigionieri, ove la prigionia del corpo contagia il cervello. Questi animali egocentrici che noi siamo invece sacrificano il corpo, si scordano di averlo, e ignorano che potrebbe fare molto per la mente.

Può sembrare una proposta bislacca, ma considerate questo aspetto: un virus che monopolizza i pensieri si sconfigge meglio sul suo stesso terreno, oppure aggirando l’ostacolo e dimostrando che oltre a quello che chiamiamo “pensiero” esiste tutto un universo altrettanto vitale, di cui il pensiero è solo uno dei pianeti? Importante certo, ma un pianeta in un universo.

Non è una cosa che si fa in un attimo, ma vi assicuro che così qualche chiodo si toglie, e si riscopre un po’ della vita che per tanto tempo ci è passata accanto.

Cosa fa un leone con una spina nella zampa? Se la leva con i denti.

E se fosse tutta lì la questione?

 

 

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Dove corri, Bianconiglio?

Dove corri, Bianconiglio? Quando è la vita a scappare.

di GiuRo, per Intersecta.

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La fiaba di Alice si apre con un coniglio che urla “Sono in ritardo!” e corre verso il buco che lo conduce al mondo delle meraviglie ;  quel coniglio, inseguito dal tempo, siamo sempre noi, sempre in ritardo rispetto allo scorrere della vita. Non che ci siano degli appuntamenti da rispettare; è la stessa vita che è l’occasione a cui siamo invitati, che inseguiamo ma che, spesso, non raggiungiamo.

Racconto qui la storia di qualcuno che, a questa festa, in realtà non è mai arrivato e davanti a cui, a volte, mi si stringe il cuore. Questa persona, è mia madre.

Malgrado antiche origini borghesi, mia madre è nata in un contesto orrendo. Suo padre era un alcolista e, benché non fosse una persona violenta, in casa restava davvero poco e i soldi del suo stipendio da impiegato comunale li spendeva tutti con i suoi amici. Beveva. Tantissimo. Fino a ubriacarsi. E così ha fatto finché il fegato non gli è diventato un corpo nodoso di mille tumori ed è morto. Lo ricordo il nonno, addormentato sulla seggiola, mentre noi bambini giocavamo.

L’alcool non lo aveva reso sterile e, anzi, aveva avuto la forza di generare 8 figli con sua moglie e qualche altro in giro per l’Italia. Ma non dava un centesimo, così la nonna restava fuori tutto il giorno per cercare di guadagnare qualcosa che le permettesse di andare avanti; i figli restavano per strada a giocare con i bambini e a badare a se stessi. Anche con la scuola era tutto difficile e, un bel giorno, mia madre, contrasse una forma gravissima di meningite da cui guarì grazie e ben due punture lombari. Questo la mise in una condizione anche peggiore : era la scema di famiglia, la malata, ma anche la cocca di mamma. Erano gli anni 70, e per risolvere la difficile situazione, parve bene provare a migrare e, così, si trasferirono in Belgio. Qui mia madre risultò presto la testa calda: fece amicizia con una donna trans che, per far vivere bene i nipoti, faceva la sex worker ; fece amicizia con una donna francese che tutti consideravano una puttana. Lei guardava queste persone con ammirazione e avrebbe voluto vivere un po’ a modo loro ma non ebbe mai il coraggio, anche perché le botte che non le dava suo padre, gliele davano la madre e i fratelli. Rifiutò anche molti pretendenti, perché non erano italiani e ai suoi non andava bene che sposasse un non italiano. Ma la situazione era sempre più pesante sicché, quando un giorno vide un suo cugino di 9 anni più grande con un buon lavoro e che sembrava innamorato di lei, pensò che quella fosse la via per la libertà ; non lo amava, non le piaceva, non avevano nulla in comune, ma quando lui le chiese di sposarla, accettò senza pensarci un attimo. Ma la libertà non era in quelle nuove catene. Il cugino presto si rivelò essere un soldatino ossessionato dal senso del dovere; apparentemente tanto una brava persona, ammirato dalla gente, ma, in casa, capace solo di seguire doveri e luoghi comuni; l’uomo meno curioso e stimolante che il grande Nulla avesse creato. Gli attriti cominciarono presto. Lui le vietò di lavorare, di essere indipendente e, quando lui alzava la testa, la picchiava.

Presto arrivai io che, ritagliando il ruolo del nemico di quell’uomo, fui un po’ la fortuna di quella donna: buona parte della violenza che le era destinata, venne ridestinata a me. Eppure, la tensione era davvero tanta, l’amore non esisteva e io, benché piccolo, lo notavo. Attorno a mia madre c’era terra bruciata, lei troppo bella lui troppo insicuro per lasciarle frequentare qualcuno. Allora mia madre mi metteva a sedere su un tavolo e mi raccontava di lei, del suo dolore. E io che la pregavo, la supplicavo di lasciare quell’uomo. Andavo per strada, o a scuola, e conoscendo un uomo bello, intelligente, interessante,  supplicavo mia madre di divorziare, di stare con quell’uomo ma in questo ho pienamente fallito e non sono mai riuscito a convincerla; non ha mai avuto la forza di lasciarlo

Oggi ha superato i 60 anni e in loro rapporto rimane senza amore e conflittuale.

Qualche giorno fa, eravamo soli in una stanza, lei era triste e le ho chiesto cosa avesse; aveva quasi il pianto nella voce e, con un sorriso triste, mi ha detto “Tu hai sempre avuto ragione, fin da quando avevi 5 anni”. Mi sono sentito mancare la terra sotto i piedi. Ho guardato questa donna, così fragile, che avrebbe avuto tutte le carte in regola per trovarsi un altro compagno o, magari, vivere da sola, ma che non aveva avuto la forza di lasciare quell’uomo, che non aveva conosciuto l’amore, che non aveva esplorato davvero la sua sessualità e che ora, benché sia viva, sente che il tempo è scaduto, che è troppo tardi e che ormai tutto è perduto. Penso a se avesse avuto la forza, a quanta vita avrebbe potuto vivere pienamente e a quanto la paura e l’insicurezza glielo abbiano impedito e ciò che temo e mi fa soffrire è che anche oggi ci siano tante donne simili a lei, giovani e piene di tutto ma insicure, spaventate, che lasciano che il treno della vita corra loro davanti e rimangono a terra, in un limbo o in un inferno a cui è solo il terrore a condannare; e penso a quando queste donne di oggi si guarderanno indietro e, stupite, si diranno “perché non l’ho fatto? Perché non ho accettato il consiglio?”.

Sento il bianconiglio “sono in ritardo!”

 

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L’ultimo arrivato

 

di GiuRo, per Intersecta.

Qualche anno fa era diffusa in ambiente divulgativo una analogia: si paragonava la vita sulla terra ad un giorno in cui all’alba iniziavano ad emergere i primi esseri che possono essere definiti viventi; a sera, nell’ultimo quarto d’ora, nasceva l’uomo moderno e la sua storia. La narrazione aveva lo scopo di far capire da quanto poco tempo siamo su questo pianeta e quanto la storia dell’umanità sia, in fin dei conti, qualcosa di estremamente recente e circoscritto nella storia globale del pianeta. Spesso però anche questa narrazione suscita un pensiero del tipo “guarda in un quarto d’ora a che punto siamo arrivati!” e si contempla estasiati la storia dell’uomo e le sue conquiste. È una prassi abbastanza diffusa. Noi umani ci piacciamo, adoriamo noi stessi e il nostro ingegno, amiamo le arti, le scienze, le tecniche, le scoperte, tutte cose che ci fanno sentire degli eletti, gli appartenenti a una specie superiore; in pratica rendendoci reale il dettato biblico: siamo arrivati per ultimi ma abbiamo e abbiamo avuto la capacità di impadronirci del pianeta, di imbrigliarlo, di impadronirci delle sue risorse ai nostri scopi, di dominarlo, per usare un termine che ci piace tanto. Anche l’evoluzione è generalmente intesa in questo senso narcisistico. Nei grafici riportati, si vede sempre un susseguirsi di individui sempre più simili a noi, sempre più perfezionati, e l’idea che passa è che il modello precedente sia soppiantato dal modello successivo fino a portare dal prototipo al modello ultimo. Questo modello teorico è stato scienza fino a non troppo tempo fa ma oggi qualunque persona si occupi di evoluzione, parla di modello a cespuglio, non di modello lineare. L’evoluzione non avviene per successione di modelli sempre più perfezionati ma, nello stesso tempo e nello stesso luogo coesistono specie contigue che si adattano all’ambiente. Quando l’ambiente è molto cambiato e una delle due specie vicine non ha sviluppato adattamenti alla nuova situazione ecologica, soccombe; si estingue. Ogni specie è dunque assolutamente perfetta se adatta al suo ambiente e non necessita di ulteriori adattamenti; l’antichità di una specie, al contrario del sentire comune, non ne fa un fossile vivente, un essere vecchio e superato dalla storia evolutiva del pianeta; al contrario, è una specie la cui grande permanenza ha mostrato la grandissima adattabilità per il suo contesto; sono le specie recenti a porre un qualche problema e, in qualche modo, a non essere collaudate: una specie che debba attraversare molti adattamenti, che debba mutare radicalmente per sopravvivere, mostra di essere una specie poco adatta al suo ambiente, sempre in pericolo, e che proprio questo sia il caso dell’uomo, ultimo arrivato sulla terra, lo mostrano alcuni fatti importanti: noi siamo l’unica specie sopravvissuta appartenente al genere homo, la nostra stessa specie fu, come emerge da recenti studi genetici, sul punto di svenire e ridotta a pochissimi individui (5 mila su tutta la faccia del pianeta) e il fatto che oggi, malgrado i 7 miliardi di individui, è probabile si sia sull’orlo dell’estinzione dell’uomo.

Ci sono altre considerazioni che dovrebbero indurci a fare un immenso bagno di umiltà.
In questi anni nel mondo scientifico è in atto un’autentica rivoluzione copernicana che è a tutt’oggi perlopiù ignota al grande pubblico ma che dovrebbe avere delle enormi ripercussioni sul modo in cui l’uomo intende se stesso.
Chiunque di noi abbia letto un po’ della storia del mondo, davanti un lunghissimo capitolo, quello dei dinosauri. La narrazione ancora oggi largamente diffusa è che questi animali, enormi lucertole, siano sorte 230 milioni di anni fa, abbiano dominato il pianeta per un tempo molto lungo ma che 66 milioni gli anni fa un meteorite abbia causato l’estinzione di tutte quelle bestie e dato inizio alla storia dei mammiferi e, quindi, dell’uomo.
Da tempo questa ricostruzione era messa in crisi da sempre maggiori ritrovamenti e oggi la comunità scientifica è concorde nella asserire che i dinosauri non solo non sono estinti ma sono il gruppo con più rappresentanti sul pianeta, ben più rappresentati dei mammiferi di cui facciamo parte anche noi.
Grossomodo nello stesso periodo in cui comparvero i dinosauri ( circa 230 milioni di anni fa), al suo interno si creò un sottordine, detto Theropoda, con caratteristiche precipue : erano carnivori, erano coperti di piume, avevano ossa cave, mani libere, stazione eretta. Il gruppo avrebbe portato alla nascita, 170 milioni gli anni fa, del tirannosauro e del Velociraptor ma, nello stesso periodo, un dinosauro strettissimamente imparentato con i Velociraptor prese a volare e le somiglianze tra i Velociraptor e questo parente erano tali che, per noi, anche quest’ultimo apparirebbe come un appartenente al gruppo a noi tanto familiare, ossia, un uccello. Sia chiaro, malgrado l’innovazione del volo, gli uccelli non erano una nuova classe di animali ma Theropoda come tutti gli altri sia a livello fisico che comportamentale: come il tirannosauro e il Velociraptor, avevano stazione eretta, stessa anatomia, stesse uova, stesso apparato digestivo, stesse strategie riproduttive, stesso piumaggio, stesse modalità di caccia, facevano il nido; erano e sono dinosauri come gli altri. Si sono trovati fossili di un dinosauro simile all’oca risalente a 80 milioni di anni fa, segno che gli uccelli avevano già spesso forme a noi molto familiari. Poi, 66 milioni di anni fa, un meteorite cadde sulla terra provocando una detonazione migliaia di volte superiore a quella di Hiroshima e un vero e proprio inverno nucleare; per 15 anni, poi, il cielo fu oscurato dai detriti, il sole non sorse, la temperatura crollo’. A questo punto si dice che i dinosauri si estinsero ma, come abbiamo capito, non fu così: ad estinguersi furono quelli che vengono definiti dinosauri non aviani ( cioè: tutti i dinosauri tranne gli uccelli) ma non solo loro; svanirono anche tutti gli pterosauri, gli ittiosauri e, generalmente, qualunque animale superiore ai 25 chili: era tale la scarsità di risorse che qualunque animale fosse anche solo di taglia media, soccombette. Ma per i dinosauri non era neppure la prima estinzione di massa a cui andavano incontro: già nel Permiano- Triassico e nel Triassico-Giurassico erano sopravvissuti a estinzioni di massa; in tre dei cinque episodi di estinzioni della quasi totalità del vivente, abbiamo dinosauri che sopravvivono all’evento. Si sono trovati fossili di uccelli estremamente simili agli attuali risalenti a 40 milioni di anni fa: sono i progenitori degli struzzi, dei pinguini, degli avvoltoi. Dunque, ricapitolando brevemente, in base alla discriminante che vogliamo imporci ( capacità di volo o meno, sempre tenendo in mente che oggi molti uccelli non volano. Si ricordi l’emú, lo struzzo, il kiwi, il kakapoo) abbiamo oggi, vivente e vitale, un gruppo di animali la cui adattabilità era tale da aver richiesto appena piccoli adattamenti per sopravvivere nell’arco di 200 milioni di anni ( e certamente di 170).
Dopo questo lungo excursus, soffermiamoci un attimo sull’uomo. I primi esemplari di uomo moderno (noi) in Africa risalgono, sembra, a circa 130 mila anni fa. A voler essere estremamente generosi, potremmo dire che la storia umana inizia 2,5 milioni di anni fa con homo habilis ma se nessuno che, 170 milioni di anni fa, avesse visto un tirannosauro o un Velociraptor, avrebbe grandi dubbi di trovarsi davanti a un uccello ( e anche oggi consideriamo uccelli essere alti più di 2 metri incapace di volare ed essere grandi quanto un unghia che ronzano volando e che si nutrono di polline), credo che davvero pochi considererebbero un Homo habilis un essere pienamente umano. Dai 2,5 milioni di anni ai 130 mila, le mutazioni furono sostanziali ed il cervello è cambiato profondamente in struttura e volume; poi dopo i 130 mila anni, si è attraversato un periodo di relativa armonia con l’esistente che si è conclusa col fiorire dell’agricoltura, della pastorizia, del patriarcato e della sua cultura dello stupro. I dinosauri da 230 milioni hanno cambiato abbastanza poco di sé e si sono mostrati capaci di attraversare 3 momenti nella storia in cui l’80% del vivente svaniva e ancora oggi piccioni e gabbiani, passeri e corvi ci mostrano quanto i dinosauri teropodi siano adottabili e adatti alla vita. Noi uomini abbiamo raggiunto la nostra forma attuale appena 15 minuti fa (per riagganciarci a quanto si diceva all’inizio) e quasi subito abbiamo iniziato a venerare noi stessi, a porre l’uomo al centro di tutto; ci siamo ingabbiati in una cultura antropocentrica e patriarcale e abbiamo iniziato ad adattare il mondo a noi smettendo di adattare la nostra cultura al mondo. Così una gallina, essere che trattiamo con supponenza e che macelliamo ogni anno a miliardi, qualcuno che riteniamo ontologicamente più stupido, inferiore a noi, potrebbe guardarci negli occhi e raccontarci una storia di successi di 230 milioni di anni, potrebbe guardare, guardare cosa abbiamo fatto in 10 mila anni di società patriarcale e 300 anni di civiltà industriale, guardare alla sesta estinzione di massa causata dall’uomo e a cui i dinosauri sopravviveranno ancora ma noi no, portandoci nel nulla l’ultimo appartenente al genere homo, e potrebbe chiederci  “chi è lo stupido?”