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La democrazia porta la colonia al suo interno.

La democrazia porta la colonia al suo interno.

Come l’ordine democratico non sia nato dal nulla, ma nasconda una storia di violenza che si camuffa construendo dei miti.

di Achille Mbembe, da “Necropolitica”, (Ombre corte, 2016)

Il mondo coloniale, in quanto figlio della democrazia, non era l’antitesi dell’ordine democratico. È sempre stato il suo volto doppio o, ancora, oscuro. Nessuna democrazia esiste senza il suo doppio, senza la sua colonia, poco importa quale sia il nome e la struttura. La colonia non è esterna alla democrazia e non è necessariamente situata fuori dalle sue mura. La democrazia porta la colonia al suo interno, proprio come il colonialismo porta la democrazia, spesso sotto forma di maschera. Come indicava Frantz Fanon, questo volto oscuro in effetti nasconde un vuoto primordiale e fondante: la legge che ha origine nel non diritto, e che è istituita come legge fuori dalla legge. A questo vuoto fondante si aggiunge un secondo vuoto, questa volta di conservazione. Questi due vuoti sono strettamente imbricati l’uno nell’altro. Paradossalmente, l’ordine democratico metropolitano ha bisogno di questo duplice vuoto, in primo luogo, per dare credito all’esistenza di un contrasto irriducibile tra esso e il suo apparente opposto; secondo, per nutrire le sue risorse mitologiche. In altri termini, il costo delle logiche mitologiche necessarie per il funzionamento e la sopravvivenza delle moderne democrazie è l’esteriorizzazione della loro violenza originaria ai terzi luoghi, ai non luoghi, di cui la piantagione, la colonia o, oggi, il campo e la prigione, sono figure emblematiche. La violenza esteriorizzata nelle colonie è rimasta latente nella metropoli. Parte del lavoro delle democrazie consiste nell’attenuare ogni consapevolezza di questa latenza; è rimuovere ogni reale possibilità di interrogare i suoi fondamenti, i suoi sottostanti e le mitologie senza le quali l’ordine che assicura la riproduzione della democrazia di stato improvvisamente vacilla. Il grande timore delle democrazie è che questa violenza, latente all’interno ed esteriorizzata nelle colonie e in altri terzi luoghi, riemerga all’improvviso, e quindi minacci l’idea che l’ordine politico sia stato creato da se stesso (istituito tutto in una volta e per tutti) riuscendo più o meno a farsi passare per buon senso.

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La salute mentale in Palestina, fra pandemia e occupazione.

La salute mentale in Palestina, fra pandemia e occupazione.

In Bilico. Gli effetti della pandemia sulla salute mentale in Palestina. Prima parte.

di Daniela Sala per Radio Radicale, rubrica Fai Notizia

Ohaila Shomar ormai sa per esperienza che le chiamate peggiori sono quelle che arrivano di notte. Quando, due ore dopo la mezzanotte, risponde a una delle trenta linee telefoniche del call center della ONG Sawa, a chiamare, all’altro capo della linea, è una ragazza di 19 anni.

Ha ingerito qualche decina di pillole, e solo un ripensamento all’ultimo l’ha spinta a chiamare il numero gratuito che in Palestina offre un pronto soccorso psicologico a chi tenta il suicidio.

“Siamo stati con lei al telefono per un bel po’; si rifiutava di chiamare un’ambulanza, di dirci il suo indirizzo, o di chiamare chiunque fosse in casa. Era in una situazione molto brutta, abbiamo cercato di aiutarla come potevamo, innanzitutto cercando di capire bene che cosa era successo, e che pillole avesse preso, e quante. Con l’aiuto del dottore che lavora con noi, abbiamo cercato di darle dei consigli su come comportarsi per contrastare l’effetto delle pillole che aveva preso. Le abbiamo chiesto di bere molta acqua, e di cercare di vomitare. Alla fine siamo riusciti a evitare il peggio, ma non è stato facile, e siamo stati con lei al telefono per più di un’ora e mezza”.

Shomar oltre a rispondere al telefono è la direttrice di Sawa, un’organizzazione palestinese che offre supporto psico-sociale telefonico e online. Con l’inizio della pandemia si è trovata a ricevere decine di chiamate simili; a Luglio del 2020, quando è arrivata quella telefonata, la Cisgiordania era per la seconda volta in pieno lockdown: negozi chiusi, coprifuoco, e checkpoint palestinesi all’uscita di ogni città, in aggiunta ai consueti posti di blocco israeliani.

Nei giorni seguenti la ragazza ha chiamato di nuovo, come ci racconta in una video chiamata Shomar, e le hanno spiegato tutti i meccanismi di sostegno e i centri di supporto psicosociale a cui poteva rivolgersi gratuitamente, anche lei ha preferito continuare con la consulenza telefonica da parte di Sawa.

“Sì, sono chiamate molto difficili. Ci troviamo di fronte a situazioni ogni volta diverse. Di solito, le persone ci parlano dell’idea del suicidio, oppure, nel peggiore dei casi, hanno tentato il suicidio. Spesso ci parlano della situazione che stanno vivendo, di come si sentono disperati, senza uscita. Nell’ultimo anno abbiamo ricevuto 56 chiamate di questo tipo da parte di uomini, e 90 chiamate da parte di donne che hanno pensato al suicidio o l’hanno tentato. Sono chiamate molto difficili anche perché non sappiamo quasi mai da dove venga la chiamata; Inoltre quasi sempre queste chiamate arrivano di sera o a notte fonda, ed è molto difficile in quell’orario trovare altri servizi o centri di riferimento, perché quasi tutti sono chiusi”.

Dal momento in cui sono stati registrati i primi casi di COVID 19 a Betlemme, a Marzo, Shomar si è subito organizzata insieme ai suoi colleghi per lavorare in modalità emergenza: da nove operatori che coprivano sedici ore al giorno sono passati in modalità h24.

“Per la prima volta è stato nel 2008, con la guerra a Gaza, che abbiamo provato a lavorare in modalità di emergenza. Così quando è scoppiata la pandemia e siamo entrati in lockdown, per noi è stato abbastanza semplice, vista l’esperienza che abbiamo, convertire di nuovo il nostro servizio in modalità di emergenza. Attraverso la nostra hot line offriamo servizi diversi, sia legali che di supporto psico-sociale. Offriamo servizi di counseling via telefono, via chat o attraverso la nostra app, lavoriamo in queste tre modalità. Recentemente abbiamo anche lanciato un’app per le donne in particolare. Al momento abbiamo trenta linee telefoniche attive, diciassette operatori che su più turni rispondono 24 ore su 24, sette giorni su sette”.

Fra Giugno e Luglio Sawa, che offre supporto e consulenza non solo a chi tenta il suicidio, ma anche a chi subisce violenza domestica o ha problemi legati alla salute mentale, ha registrato un aumento fra il 30% e il 35% delle chiamate in entrata rispetto ai mesi precedenti, centinaia di chiamate ogni giorno, soprattutto da giovani e adolescenti. La pandemia, come ci racconta Shomar, è stata un trauma per tutti, e a livello psicologico è noto che spesso un nuovo trauma risveglia traumi passati. Tra i palestinesi, nati e cresciuti in un continuo contesto di violenza politica, è difficile trovare chi non abbia traumi pregressi. E questo deterioramento della salute mentale della popolazione sembra essersi manifestato anche in un aumento dei suicidi. Se, come diceva Shomar, tra Gennaio e Luglio del 2020 sono 52 le persone che hanno contattato Sawa per un tentato suicidio, nello stesso periodo dell’anno precedente erano solo 10, mentre in tutto il 2020 sono stati 56 uomini e 89 donne a chiamare Sawa a causa di un tentativo di togliersi la vita. Ma i numeri, quando si parla di suicidio, sono comunque solo la punta dell’iceberg; in un contesto complesso come quello palestinese la cautela è d’obbligo.

“In generale non possiamo dire con certezza se c’è stato o no un aumento dei suicidi, perché i numeri che conosciamo sono solo una piccola frazione del reale. Per esperienza personale so di persone che si sono suicidate, eppure la loro morte  è stata registrata come una caduta accidentale o come un incidente d’auto”.

A parlare così è Samah Jabr, uno dei pochissimi psichiatri che lavorano in Cisgiordania, 23 in tutto per una popolazione di 2,5 milioni di persone, e direttrice del dipartimento di salute mentale del Ministero palestinese della Salute: In effetti nonostante la OMS in un report pubblicato a Novembre identifichi fra le priorità proprio la revisione delle linee guida sulla salute mentale e lo sviluppo di una strategia locale per la prevenzione dei suicidi in Palestina, i numeri ufficiali diffusi dal Dipartimento di pianificazione e ricerca della polizia palestinese, registrano una media quasi costante fra i venti e i trenta suicidi all’anno.

“Quello che possiamo dire per certo, è che i numeri ufficialmente registrati dal dipartimento della polizia palestinese sono i casi di suicidio assolutamente innegabili, ma ce ne sono molti di più che scompaiono fra le pieghe del sistema, e penso che se vogliamo migliorare il nostro approccio al fenomeno,  parte della nostra strategia nazionale deve anche includere una raccolta dati più efficace, insieme a un lavoro per diminuire lo stigma e il senso di colpa che accompagnano il fenomeno. Il motivo per cui ho voluto che oggi oltre a me incontrassi anche Zaynab, è che stiamo lavorando insieme proprio a questo, a un training indirizzato ai dottori dei reparti di emergenza. Tra le altre cose abbiamo ideato un nuovo protocollo su come agire nei casi di sospetto tentativo di suicidio”.

Nella video chiamata con Samah, è presente anche Zaynab Hinnawi, che oltre ad avere un dottorato in farmacologia è specializzata in psicologia clinica.

“Riteniamo che questa sia una questione urgente e fondamentale, perché i dottori e il personale dei reparti di emergenza sono in prima linea, e possono davvero fare la differenza. Sono le prima persone a entrare in contatto con una persona che ha tentato il suicidio, e forse per quella persona sarà l’unica occasione di contatto con un medico. Ed è proprio per questo che come primo passo per intervenire sul fenomeno dei suicidi, abbiamo pensato a un training di questo tipo, che poi speriamo di potere espandere. Il risultato è appunto un piano per il personale ospedaliero nei reparti di emergenza, avviato a novembre in cinque ospedali della Cisgiordania, tre a Hebron, un a Beit Jala, e uno a Gerico. L’idea del training si basa in realtà su uno studio condotto dalla ong svizzera  Médecins du monde MDM, che ha identificato un dato allarmante: il 40% delle persone che si sono suicidate erano state in precedenza soccorse almeno una volta in ospedale per un tentato suicidio, ma i medici che le avevano soccorse non avevano riconosciuto il problema, oppure lo avevano ignorato”.

“Lo studio di MDM mostra che ci sono molti casi di tentato suicidio che non vengono identificati. Ci sono persone che sono state ricoverate nei reparti di emergenza, sono state soccorse, ma poi quando sono state dimesse non hanno avuto alcun tipo di supporto. Questo succede perché i medici non chiedono ai pazienti le cause delle loro ferite o del loro trauma, o perché anche se lo vengono a sapere poi coprono la cosa, e conosco casi del genere per esperienza diretta. So ad esempio del caso di un ragazzo ricoverato in pronto soccorso per un avvelenamento di pesticidi, molto difficile da trattare. I medici sono riusciti a salvarlo quasi per miracolo; una volta dimesso il ragazzo però è tornato a casa, sempre con l’idea di suicidarsi, e senza averne parlato con nessuno, e si è impiccato. I nostri dati mostrano che un intervento appropriato da parte dei medici dei reparti di emergenza potrebbe salvare la vita al 20% delle persone, in questi casi. L’obiettivo è che una volta completato il training medici e infermieri siano in grado, attraverso una serie di domande discrete, che seguono però un preciso protocollo, di identificare le persone che manifestano un comportamento autolesionista, che hanno tentato il suicidio e che rischiano di ripetere il gesto se dimessi senza un accompagnamento. In pratica, se fino a oggi il protocollo prevedeva che una persona che avesse tentato il suicidio fosse segnalata alla polizia, ora vogliamo cambiare le cose, e far si che la persona che da questo primo test risulta a rischio suicidio, venga ai servizi di supporto psico-sociali competenti, e che riceva un trattamento adeguato. Ad esempio attraverso il ricovero in ospedale psichiatrico se si tratta di un caso grave e urgente, oppure che sia presa a carico dai centri di salute mentale per un programma di accompagnamento specifico, di counseling, di supporto. Si tratta di una svolta fondamentale”.

Come ci spiega Samah Jabr, il problema è da un lato sì legato allo stigma che la questione del suicidio si porta dietro, ma dall’altro anche a un meccanismo psicologico molto consueto: tendiamo a negare le cose che non sappiamo come affrontare. E non è tutto: nel momento in cui il personale medico riconosce questi casi, è tenuto a occuparsene, e questo si aggiunge a una serie di responsabilità da cui medici e infermieri sono già sommersi. Responsabilità e carichi di lavoro erano criticità già esistenti, ma che sono state esacerbate dalla pandemia.

“Personalmente credo che come in molti altri contesti, anche qui ci siano una serie di fattori di comorbilità preesistenti rispetto alla pandemia. Qui per esempio c’è una situazione di forte violenza politica che è preesistente, ma scontiamo anche lo scarso investimento nella salute e in particolare nella salute mentale. C’è questa idea che i problemi di salute mentale non siano davvero problemi di salute, cioè l’idea che la salute fisica sia sempre più importante, come dimostra per esempio la decisione del ministro della salute di chiudere i centri di riabilitazione per trasformarli in centri anti COVID. Senza dubbio quindi la pandemia ha accentuato le vulnerabilità già esistenti, ma d’altra parte, visto che mi trovo nella posizione di poter prendere delle decisioni e orientare le scelte politiche, ho colto l’occasione per chiedere un aumento delle risorse al dipartimento della salute mentale, e anche per fare informazione sul tema spiegando come la pandemia influisca anche sulla salute mentale”.

La dottoressa Jabr tutto sommato è ottimista, anche riguardo ai risultati che il training avrebbe già dato.

“Abbiamo notato dei cambiamenti positivi già fra l’inizio e la fine di ogni training, a meno di un mese di distanza. Abbiamo visto dottori e infermieri trattare diversamente i casi. La loro attitudine è cambiata: due giorni fa, tanto per fare un esempio, ho ricevuto la chiamata di un medico che mi diceva di essersi trovato di fronte a un caso di sospetto suicidio, e voleva da me un consiglio su come comportarsi.

Quindi siamo sempre ottimiste, perché è già possibile notare un cambiamento, un miglioramento nella pratica”.

Un altro punto di osservazione privilegiato sul fenomeno della salute mentale in pandemia, è l’ospedale psichiatrico di Betlemme, l’unico in Cisgiordania, aperto dal 1998. Ibrahim Khemys, è il direttore della struttura, che conta 180 posti letto per pazienti sia in fase acuta che ricoverati per un lungo periodo. Nell’ospedale lavorato tre psichiatri e cinquantacinque infermieri.

“L’impatto della pandemia sulla salute mentale in generale, e anche in Palestina, è noto. Già prima che il virus arrivasse in Palestina c’era molta paura a livello globale, e come forse ricorderete i primi casi qui sono stati proprio a Betlemme. Era il Marzo 2020, e si è diffusa subito molta paura, soprattutto fra gli abitanti di Betlemme, accompagnata dallo stigma contro le persone di quell’area. Quasi subito abbiamo poi effettivamente notato un incremento dei ricoveri presso l’ospedale psichiatrico, e questo è dovuto a diversi fattori. Da un lato per esempio al fatto che con la chiusura di diversi centri di salute mentale diversi nostri pazienti hanno avuto delle ricadute. Poi con la chiusura dei centri di riabilitazione per le persone con dipendenze da sostanze, che sono che sono stati convertiti in centri COVID, sono anche aumentati i ricoveri di questi casi”.

Sulla questione dei suicidi, le cose sono invece un po’ più complicate, soprattutto di nuovo a causa dello stigma.

“Per quanto riguarda l’aumento di suicidi e di tendenze suicide, è una cosa che abbiamo notato, ma più nella nostra pratica privata che non con le ammissioni all’ospedale. Questo succede perché le persone ricoverate nel nostro ospedale di solito non arrivano qui direttamente, ma ci sono riferite da altri servizi, come i pronto soccorso. Ma in generale chi tenta il suicidio preferisce coprire la cosa, non parlarne, c’è molto stigma intorno. Nelle cliniche private in ogni caso abbiamo visto un aumento, soprattutto fra le persone istruite e culturalmente preparate. Abbiamo visto spesso casi di persone in depressione o con tendenze suicide a causa di un peggioramento delle loro condizioni economiche”.

E fra questi casi, alcuni sono stati seguiti direttamente da Khemys.

“Ricordo ad esempio un caso, di un uomo d’affari molto conosciuto nell’area, una persona con diversi negozi e diversi dipendenti. A causa del lockdown e del peggioramento delle condizioni economiche, quest’uomo si è trovato in difficoltà, non riuscendo più a ripagare una serie di deviti e le tasse, ed è andato in depressione, con alcune manifestazioni psicotiche. Abbiamo cercato di seguirlo il più attentamente possibile, ma questi sono trattamenti che richiedono molti mesi. Dopo circa una decina di giorni che era in terapia, ha scritto un biglietto di addio alla famiglia in cui diceva di volersi suicidare. Per fortuna i suoi familiari lo hanno trovato in tempo, e lo hanno portato in ospedale. E’ difficile in generale trattare questi casi, bisogna agire sia con i farmaci, sia con la terapia. Ci vuole tempo, sono casi complessi”.

Il tema della salute mentale è un tema molto complicato, e lo è ancora di più in un contesto complesso come quello palestinese.

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Quando il governo uccide civili indifesi, sono sempre “guerriglieri”.

Quando il governo uccide civili indifesi, sono sempre “guerriglieri”.

Le autorità venezuelane presentano l’esecuzione di una famiglia di contadini ad Apure, facendoli passare per un “gruppo armato”.

Da La Izquierda Diario Venezuela           Traduzione: Intersecta

Migliaia di persone sono state sfollate a seguito degli scontri avvenuti lo scorso fine settimana tra gruppi armati operanti nell’area di confine (presumibilmente i cosiddetti “dissidenti delle FARC”) e forze governative. Le azioni dei militari e della FAES contro la popolazione sono state molto dure, con  raid ovunque, arresti arbitrari, saccheggi di case e piccole imprese, bombardamenti nelle comunità e persino l’esecuzione di un’intera famiglia, in seguito indicata come “membri di gruppi irregolari” .

Giovedì 25 marzo, una famiglia è stata prelevata dalla sua casa nel quartiere 5 de Julio, settore La Victoria della parrocchia Urdaneta dello stato di Apure, ed è stata in seguito trovata morta a El Ripial, un altro settore della stessa parrocchia di confine. Le forze di polizia dichiarano che erano membri di un “gruppo armato irregolare” che si sarebbe scontrato con le forze armate e di polizia che operano nell’area. Vari parenti negano di essere membri di qualche gruppo armato e, tanto meno, di essersi scontrati con i militari e gli ufficiali delle Forze di Azione Speciale (FAES) della Polizia Nazionale Bolivariana.

Centinaia di intere famiglie nell’ultima settimana sono dovute fuggire dalla zona, attraversando il vasto fiume Arauca verso il comune colombiano di Arauquita. Secondo le autorità della zona, sono stati allestiti 8 rifugi per accogliere gli sfollati, che secondo un tribunale emesso dall’ufficio del difensore civico il 25 marzo, hanno raggiunto il numero di 2.653 venezuelani e 521 colombiani. Circa 3.000 sfollati in meno di una settimana dall’inizio degli scontri tra quello che sembra essere uno dei cosiddetti “gruppi dissidenti” delle FARC, e l’esercito venezuelano, sostenuto nei giorni scorsi dalle FAES.

Le vittime denunciate di queste esecuzioni sono Luz Dey Remolina, suo marito Emilio Ramírez e due giovani, Jeferson Uriel Ramírez, il loro figlio, e Ehiner Anzola Villamizar, cognato di Luz Dey. Nelle immagini mostrate dai funzionari statali, queste persone appaiono con alcuni indumenti simili a quelli usati dai gruppi armati, oltre che con armi e granate accanto ai corpi. Secondo i resoconti di diversi abitanti della zona, la FAES e l’esercito stavano conducendo raid casuali nelle case, allontanando le famiglie, effettuando alcuni arresti, e in genere poi le famiglie tornavano a casa. Tuttavia, la famiglia di Luz Dey Remolina e Emilio Ramírez non è mai tornata, e in seguito sono stati trovati tutti morti a El Ripial, anche se le forze di sicurezza li avevano portati fuori dalle loro case vivi.

Oltre alle testimonianze di parenti e abitanti della zona, semplici analisi da parte degli utenti di Twitter delle fotografie scattate sul luogo mostrano che nelle immagini presentate sono evidenti elementi di montaggio. Ogni persona morta appare con una pistola o una granata proprio vicino alla mano destra, nella stessa posizione in tutte le immagini; nel caso di coloro che vengono mostrati con stivali di gomma (come quelli usati dai gruppi armati) e pantaloni militari, gli stivali sono puliti e senza tracce d’uso, così come i pantaloni militari, che sembrano puliti e stirati; la cintura dei pantaloni in realtà è improvvisata con una corda e ciò prova che i pantaloni non erano della vittima; Il corpo di Emilio Ramírez mostra chiari segni di fratture e gravi contusioni a un braccio.

Cosa riferiscono i membri della famiglia

Raiza Isabel Remolina, la nipote di Luz Dey Remolina, attraverso un video che è circolato ampiamente oggi, sottolinea: “mia zia, mia cugina, suo marito [e] Ehiner Villamizar, sono stati vilmente assassinati … i miei parenti sono stati portati via dai gruppi FAES, del governo nazionale, questo gruppo stava perquisendo tutte le case del settore, presumibilmente stavano cercando guerriglieri, ei miei parenti sono stati portati via e sono apparsi a El Ripial, sono apparsi sdraiati sul campo, con le divise dei gruppi irregolari .. . hanno infilato un paio di pantaloni a mio cugino, gli hanno messo gli stivali, una pistola accanto a lui, hanno messo le armi in mano  a mia zia … persone innocenti che non avevano niente a che fare con gruppi irregolari, persone che lavoravano nei campi … sono entrati nella loro casa e li hanno presi ”.

Fabiola Álvarez, compagna dell’unico figlio rimasto della famiglia, dichiara in un audio quanto segue: “chiaramente quello che hanno fatto è un massacro, coperto da una messa in scena, perché mai e mai i miei suoceri sono stati guerriglieri … mio suocero era un bracciante agricolo, mio ​​cognato era un ragazzo, che anche a 20 anni non usciva per le strade del suo quartiere … mia suocera una casalinga … Voglio giustizia per loro, voglio che finisca questo inferno, voglio che i nostri diritti umani siano rispettati ”.

È la stessa richiesta di Raiza Isabel: “Oggi devo solo chiedere giustizia per la mia famiglia… erano persone laboriose e combattive. Chiedo solo al popolo del Venezuela, a chiunque veda questo video, di renderlo virale, in modo che sia fatta giustizia … tutto ciò che sta accadendo nello stato di Apure e non è stato segnalato, nessuno sa niente, non mostrano tutto ciò che è successo lì a La Victoria … tutte le famiglie che si sono dovute rifugiare in Colombia, lasciando le loro case, le loro proprietà, tutto, buttate via. Nel caso dei miei parenti, per non averlo fatto, per non essere partiti, purtroppo sono rimasti lì per terra ”.

Secondo un rapporto dell’Associated Press, chi fugge afferma di temere ordigni esplosivi (mine antiuomo piazzate nell’area da gruppi armati attivi) e scontri armati, nonché abusi e abusi da parte delle forze armate venezuelane. “C’è una forte presenza del governo venezuelano e ne abbiamo paura, perché a volte maltratta troppo i civili … Le forze aeree stanno bombardando i marciapiedi”, ha detto uno degli sfollati. Un’altra persona, una donna di 38 anni, ha sottolineato che le forze di sicurezza stavano saccheggiando le case: “Il governo sta saccheggiando e picchiando le persone … Sono tutte insieme: le guardie, tutte quelle persone … è la prima volta nella nostra vita che fuggiamo così da casa nostra, lasciando le nostre cose.

Il disastroso ritorno di “El Amparo”

Come mostrano i dati raccolti in questi anni, la decomposizione del chavismo al potere è arrivata a un punto tale che le pratiche omicide delle organizzazioni militari e di polizia presentano lo stesso modus operandi dell’esercito colombiano contro la popolazione civile, e come quelle avvenute nel nostro paese nel periodo del puntofijismo, un regime contro il quale proprio il chavismo si era ribellato. Mentre in Colombia la realtà dei ricostruzioni fittizie si è diffusa come pratica nefasta contro la popolazione, giustiziando centinaia e migliaia, falsamente accusati di essere guerriglieri e di scontrarsi con le forze armate, anche qui abbiamo avuto massacri con un procedimento simile, come quello di El Amparo e degli “amparitos” (esecuzioni simili, anche se di minore entità numerica), precisamente ad Apure, dove furono assassinati i pescatori, facendoli poi passare per guerriglieri.

Il procuratore generale imposto dal la già dissolta”costituente”, Tarek William Saab, ha annunciato venerdì pomeriggio di aver nominato dei procuratori per indagare su quanto accaduto a La Victoria – El Ripial, tuttavia nello stesso annuncio afferma che le indagini saranno “in coordinamento con il Comandante Operativo Strategico della FANB, Remigio Ceballos ”, cioè con il capo di una delle organizzazioni militari denunciate per gli eccessi nei confronti della popolazione. Non è difficile prevedere il livello di obiettività e rigore che l’indagine avrà, subordinata, come tante sfere dello Stato oggi, al potere discrezionale dei militari.

Il che, purtroppo, non sorprende, venendo da colui che, di fronte alla morte in custodia militare di un leader politico (il consigliere Fernando Albán), si è precipitato ad affermare subito, senza alcun tipo di indagine, che la causa del decesso era stata dichiarata proprio dal corpo di polizia che lo teneva prigioniero. E guarda caso era “suicidio”.

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Polizia. Un’alleata delle donne o parte del problema?

Polizia. Un’alleata delle donne o parte del problema?

Il caso Sarah Everard dimostra che più poliziotti non renderanno le donne più sicure.

Nicole Froio per Bitchmedia     Traduzione: Intersecta

Women hold signs during a protest at the Parliament Square, following the kidnap and murder of Sarah Everard, in London, Britain March 15, 2021. REUTERS/Henry Nicholls

Il 3 marzo, Sarah Everard, una dirigente di marketing londinese di 33 anni, è scomparsa mentre tornava a casa. Da qualche parte lungo il suo percorso di 50 minuti a piedi da Clapham a Brixton, è stata rapita e brutalmente assassinata dal poliziotto di 48 anni Wayne Couzens. Il corpo della Everard è stato trovato nascosto in un sacco della spazzatura ad Ashford, nel Kent, e la brutalità scioccante del femminicidio ha spinto le donne nel Regno Unito a rivolgersi ai social media per condividere le loro esperienze, raccontare l’insicurezza che provano tornando a casa, la rabbia verso le futili misure di sicurezza adottate dai governi e il dolore di aver perso un’altra donna a causa della violenza maschile.

Il fatto che l’assassino di Sarah Everard sia un agente di polizia ha un significato difficile da negare; ma purtroppo ci sono stati tentativi di fare proprio questo. Quando i gruppi di difesa Sisters Uncut e Reclaim These Streets hanno annunciato la veglia a distanza sociale prevista per sabato 13 marzo presso il palco della musica di Clapham Common, la polizia metropolitana, cioè datore di lavoro di Couzens, l’ha dichiarata illegale a causa delle restrizioni dovute al coronavirus. Le Sisters Uncut, un gruppo che si è organizzato contro la violenza sulle donne, poliziesca e non, da sette anni, sono scese in strada lo stesso e sono state raggiunte da centinaia di altre persone che piangevano collettivamente la morte di  Sarah Everard. Meno di due ore dopo l’inizio dell’evento, gli agenti di polizia hanno informato le donne in lutto che dovevano andarsene a causa dei vincoli del COVID-19 e un gruppo di agenti si infiltrato nel gruppo. Queste tecniche di contenimento  coinvolgono i manifestanti circostanti per tenerli in uno spazio ristretto, il che rende impossibile l’allontanamento sociale o l’abbandono dei luoghi, come la polizia continuava a dire al gruppo di fare.

Rapidamente, la polizia è diventata violenta, spingendo l* partecipanti alla veglia fuori dal palco e in alcuni casi facendol* cadere a terra. Quattro manifestanti sono state arrestate. A ciò è seguita un forte indignazione civile. La polizia è stata violenta nei confronti dei partecipanti alla veglia di sabato, ma la commissaria della polizia metropolitana Cressida Dick, che era stata anche responsabile di un’operazione del 2005 in cui un immigrato brasiliano innocente è stato colpito a morte da alcuni agenti, ha difeso la gestione della veglia da parte delle forze, osservando che il raduno ha rappresentato “un rischio considerevole per la salute delle persone”. Nonostante le richieste pubbliche di dimissioni in seguito all’incidente, Dick ha rifiutato di dimettersi. Sul campo, il collettivo Sisters Uncut è rimasto fermo nella sua determinazione di opporsi alle forze di polizia, sfruttando lo slancio della veglia violentemente repressa per fare campagna contro un disegno di legge che ridurrà ulteriormente il diritto di protestare nel Regno Unito. “È nell’interesse di ogni persona, ma soprattutto di ogni donna, che il Parlamento neutralizzi la Polizia, la criminalità, le condanne e il sistema penale. Se non lo facciamo, abbiamo tutto da perdere “, hanno scritto in un articolo per iNews.

Il gruppo Reclaim These Streets  invece ha assunto un tono conciliante nei confronti della polizia, affermando addirittura di non volere le dimissioni della commissaria Dick e di essere disponibili a parlare con la polizia per “ricostruire i rapporti con le donne che hanno perso la fiducia e stanno soffrendo. ” In un’intervista di lunedì 15 marzo, Anna Birley, membro di Reclaim These Streets e consigliera del partito laburista, ha dichiarato: “Siamo un movimento di donne che cercano di sostenere e responsabilizzare altre donne. E poiché [la commissaria Dick è] una delle donne più anziane nella storia della polizia britannica, non vogliamo in qualche modo sparare nel mucchio “. Un rapporto su gal-dem, una pubblicazione dei media impegnata a raccontare le storie di persone emarginate nel Regno Unito, ha anche posto importanti domande al gruppo Reclaim These Streets, che ha raccolto mezzo milione di sterline per coprire le spese legali ma ha ignorato il gruppo Sisters Uncut.

È chiaro che le militanti femministe che gestiscono il gruppo Reclaim These Streets credono ancora che la violenza contro le donne possa essere affrontata attraverso la polizia, la criminalizzazione e l’incarcerazione di singoli molestatori. E’ stato tuttavia trascurato un elemento nel dibattito post-veglia, cioè che l’assassino di Everard non solo era un poliziotto, ma era già stato oggetto di indagini per atti osceni in luogo pubblico.

I commenti sui social media sono possono essere facilmente divisi in due gruppi: uno insiste sul fatto che “le donne dovrebbero temere i poliziotti, non gli uomini”; l’altro, che “i poliziotti devono garantire la sicurezza delle donne”. Ciò che questa divisione ignora è il modo in cui la violenza della polizia e la violenza contro le donne sono intimamente connesse. Nella migliore delle ipotesi, la polizia non protegge attivamente le donne e, nel peggiore dei casi, sono gli autori della violenza contro le donne e / o incarcerano le sopravvissute alla violenza. Quando una donna che lasciava la veglia di Everard è stata fatta oggetto di molestie da parte di un uomo mentre tornava a casa, un poliziotto le ha detto che l’incidente non sarebbe stato indagato perché “Ne abbiamo abbastanza di rivoltosi, stasera”.

La storia tra donne e polizia è piena di tensione. Il Regno Unito in particolare ha una lunga storia di poliziotti sotto copertura che intrecciano finte relazioni con attiviste politiche donne per spiarle, in quello che le vittime di queste tattiche hanno chiamato “stupro coordinato” e, proprio come la polizia in tutto il mondo, la polizia britannica perpetra violenza mortale contro le persone non bianche e arresta e deporta i migranti richiedenti asilo. Un rapporto del 2014 dell’Ispettorato di polizia sulla polizia e la violenza domestica ha rivelato che solo otto forze di polizia locale su 43 nel Regno Unito hanno risposto bene ai casi di violenza domestica. Dopo la veglia di sabato scorso, Sisters Uncut ha pubblicato un elenco di 194 donne che sono state uccise in prigione o sotto la custodia della polizia dagli anni ’70.

Negli Stati Uniti nel frattempo, studi hanno rivelato che i poliziotti abusano dei loro partner e delle loro famiglie a ritmi sbalorditivi. Secondo l’American Civil Liberties Union (ACLU), quasi il 60 per cento delle persone nelle carceri femminili negli Stati Uniti e fino al 94 per cento della popolazione carceraria in alcuni penitenziari femminili hanno precedenti di abusi fisici o sessuali pre-incarcerazione. La criminalizzazione delle sopravvissute è un aspetto della polizia e dello stato carcerario, poiché il sistema ignora, e persino tacitamente sanziona, la violenza di alcuni attori – spesso uomini bianchi ricchi e poliziotti che brutalizzano persone non bianche- mentre incarcera prostitute, cittadini senzatetto, malati di mente e altre persone che cercano semplicemente di sopravvivere a un panorama sempre più precario del capitalismo dei disastri.

 

Tali statistiche sono presentate dal mainstream come fallimenti della polizia nel mantenere le donne al sicuro; invece l*abolizionist*del carcere sostengono che il sistema funziona esattamente come previsto. La legittima paura delle donne di aggressioni, stupri e molestie in una società profondamente misogina è stata a lungo utilizzata per giustificare una maggiore sorveglianza e criminalizzazione delle persone razzializzate.  L* sopravvissut* alla violenza sistemica vengono incarcerat*, deportat*o semplicemente lasciat*morire senza supporto materiale o psicologico. Anche quando la polizia crede loro ed entrano nel sistema giudiziario dei processi, il sistema tende a traumatizzarl* di nuovo piuttosto che fornire qualsiasi tipo di assistenza. Con il pretesto di proteggere le donne, il sistema di giustizia penale convalida invece la violenza maschile attraverso l’istituzionalizzazione, senza fare nulla per sradicarla o sostenere le persone sopravvissute.

Invece di essere un veicolo per un cambiamento reale che trasforma alla radice il problema della violenza contro le donne, la forza di polizia è un’istituzionalizzazione della violenza maschile usata dagli stati nazionali per reprimere le masse, specialmente le masse che sono solitamente razzializzate o a comunque viste come devianti. Usando la forza, la sorveglianza e la criminalizzazione eccessive, la polizia si traveste da soluzione al problema sociale della misoginia e del sessismo, senza fare nulla per sradicarlo o sostenere l*  su* sopravvissut* o le persone che cercano giustizia per chi non c’è più. Come a dimostrare questo punto, il 16 marzo, il governo conservatore ha annunciato che la polizia avrebbe potuto pattugliare bar e club per “proteggere” le donne dopo l’omicidio di Sarah Everard. Nel frattempo, 12 anni di tagli del governo ai fondi per rifugi contro la violenza domestica, ai servizi di salute mentale e allo stato sociale in genere hanno fatto in modo che le donne rimangano povere, vulnerabili e senza alcuna via d’uscita. Nei sette anni dalla sua fondazione, Sisters Uncut ha sostenuto che la violenza di stato dovrebbe essere riconosciuta come un aspetto della violenza contro le donne.

L’omicidio di Sarah Everard e la risposta a esso sottolinea che la sicurezza delle donne richiede più della “protezione” da parte di attori dello stato che, anche quando non sono, come Wayne Couzens, gli stessi autori della violenza contro le donne, lavorano comunque al servizio dello status quo dell’eteropatriarcato e della supremazia bianca. Negoziazioni conciliative con la polizia non dovrebbero nemmeno essere sul tavolo quando è dimostrabile che più attività di polizia non equivale a più sicurezza. Con creatività e solidarietà, la sicurezza delle donne può essere raggiunta solo spingendo a depontenziare la polizia e incanalando i soldi del suo finanziamento in programmi preventivi e reattivi contro la violenza che mirano veramente a ciò di cui le donne hanno bisogno per essere sicure e protette. Questo è ciò che Sarah Everard, e tutte le donne, meritano.

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Perché le donne sono scomparse dall’industria della birra?

Perché le donne sono scomparse dall’industria della birra?

Come le rigide norme di genere hanno espulso di fatto le donne da una tradizione secolare.

di Laken Brooks, per The Conversation. Qui nella versione corretta di Smithsonianmag.                                                 Traduzione: Intersecta

Nota del redattore, 17 marzo 2021: la scorsa settimana abbiamo pubblicato questo articolo apparso originariamente su The Conversation, un sito senza scopo di lucro che pubblica scritti di esperti accademici di tutto il mondo. Dopo la pubblicazione, abbiamo ascoltato il parere di divers* studios* che non erano d’accordo con la struttura, l’analisi e le conclusioni discusse nell’articolo seguente. Sostengono, infatti, che le raffigurazioni contemporanee delle streghe abbiano avuto origine da fonti diverse dalle donne birraie e che il trasferimento dalle donne agli uomini del lavoro della birra, in vari contesti geografici e storici, sia avvenuto per ragioni economiche e lavorative. Abbiamo corretto una serie di errori di fatto nella nostra nota del redattore del 10 marzo 2021, che si trova in fondo alla pagina, e abbiamo modificato il titolo dalla versione originale. Per comprendere meglio il contesto di questa storia, incoraggiamo l* lettr* a guardare anche a due post sul blog della storica e archeologa Christina Wade, qui e qui, e un saggio della scrittrice di birre e liquori Tara Nurin, qui, come consigliato allo Smithsonian’s dalla storica della birra, Theresa McCulla, curatrice dell’American Brewing History Initiative presso il National Museum of American History.

Cosa c’entrano le streghe con la tua birra preferita?

Quando pongo questa domanda agli studenti dei miei corsi di letteratura e cultura americana, ricevo un silenzio sbalordito o risate nervose. Le sorelle Sanderson non hanno bevuto bottiglie di Sam Adams in “Hocus Pocus”. Ma la storia della birra indica un’eredità non così magica di calunnie transatlantiche e imposizioni di ruoli di genere.

Fino al 1500, la produzione della birra era principalmente un lavoro femminile, cioè fino a quando una campagna diffamatoria accusò le donne birraie di essere streghe. Gran parte dell’iconografia che oggi associamo alle streghe, dal cappello a punta alla scopa, potrebbe essere legata proprio alle donne birraie.

Un compito domestico di routine

Gli esseri umani bevono birra da quasi 7.000 anni e i primi birrai erano donne. Dai vichinghi agli egiziani, le donne producevano birra sia per le cerimonie religiose che per preparare una bevanda pratica e ricca di calorie.

In effetti, la suora Hildegard von Bingen, che viveva nell’odierna Germania, scrisse notoriamente sul luppolo nel XII secolo e aggiunse l’ingrediente alla sua ricetta della birra.

Dall’età della pietra al 1700, il luppolo e, più tardi, la birra erano un alimento base per la maggior parte delle famiglie in Inghilterra e in altre parti d’Europa. La bevanda era un modo economico per consumare e conservare i cereali. Per la classe operaia, la birra rappresentava un’importante fonte di nutrienti, ricca di carboidrati e proteine. Poiché la bevanda era una parte così comune della dieta della persona media, la fermentazione era, per molte donne, uno dei loro normali compiti domestici.

Alcune donne intraprendenti portarono questa abilità domestica al mercato e iniziarono a vendere birra. Le vedove o le donne non sposate hanno usato la loro abilità nella fermentazione dei cereali per guadagnare qualche soldo in più, mentre le donne sposate hanno collaborato con i loro mariti per gestire la loro attività di birra.

Cacciare le donne dall’industria della birra.

Quindi, se viaggi indietro nel tempo fino al Medioevo o al Rinascimento e vai in un mercato in Inghilterra, probabilmente vedrai uno spettacolo stranamente familiare: donne che indossano cappelli alti e appuntiti. In molti casi, si trovavano di fronte a grandi calderoni.

Ma queste donne non erano streghe; erano birraie.

Indossavano cappelli alti e appuntiti in modo che i loro clienti potessero vederli nell’affollato mercato. Trasportavano la loro birra in calderoni. E le donne che vendevano la birra nei negozi non avevano i gatti come famigli demoniaci, ma per tenere i topi lontani dal grano. Alcuni sostengono che l’iconografia che associamo alle streghe, dal cappello a punta al calderone, abbia avuto origine da donne che lavoravano come mastri birrai.

Proprio mentre le donne stavano stabilendo il loro punto d’appoggio nei mercati della birra in Inghilterra, Irlanda e nel resto d’Europa, iniziò la Riforma. Il complesso movimento religioso, nato all’inizio del XVI secolo, predicava norme di genere più severe e condannava la stregoneria.

I birrai maschi hanno visto un’opportunità. Per ridurre la loro concorrenza nel commercio della birra, questi uomini accusarono le birraie di essere streghe e di usare i loro calderoni per preparare pozioni magiche invece di alcol.

Sfortunatamente, le voci hanno preso piede.

Nel corso del tempo, è diventato più pericoloso per le donne praticare la produzione e la vendita della birra perché potevano essere erroneamente identificate come streghe. A quel tempo, essere accusati di stregoneria non era solo un passo falso sociale; poteva sfociare in un procedimento giudiziario o una condanna a morte. Le donne accusate di stregoneria venivano spesso ostracizzate nelle loro comunità, imprigionate o addirittura uccise.

Alcuni uomini non credevano davvero che le donne birrai fossero streghe. Tuttavia, molti credevano che le donne non dovessero passare il loro tempo a produrre birra. Il processo richiedeva tempo e dedizione: ore per preparare la birra, pulire i pavimenti e sollevare pesanti fasci di segale e grano. Se le donne non avessero più potuto preparare la birra, avrebbero avuto molto più tempo a casa per crescere i loro figli. Nel 1500 alcune città, come Chester, in Inghilterra, resero illegale per la maggior parte delle donne la vendita di birra, preoccupate che le donne lavoratrici non trovassero marito.

L’iconografia delle streghe con i loro cappelli a punta e calderoni è sopravvissuta, così come il dominio degli uomini nell’industria della birra: le prime 10 aziende di birra del mondo sono guidate da amministratori delegati uomini e hanno membri del consiglio per lo più uomini.

Le principali compagnie di birra hanno avuto la tendenza a dipingere la birra come una bevanda per uomini. Alcuni studiosi sono addirittura arrivati a chiamare le pubblicità della birra “manuali sulla mascolinità”.

Questo pregiudizio di genere sembra persistere anche nei birrifici artigianali più piccoli. Uno studio presso la Stanford University ha rilevato che mentre il 17% dei birrifici artigianali ha un CEO donna, solo il 4% di queste aziende impiega una mastra birraia come supervisore esperto che sovrintende al processo di produzione della birra.

Non deve essere così. Per gran parte della storia non è stato così.

Nota del redattore, 10 marzo 2021: questo articolo è stato aggiornato per riconoscere che non è noto in modo definitivo se le donne birraie abbiano ispirato alcune delle iconografie popolari associate alle streghe oggi. È stato anche aggiornato per correggere che fu durante la Riforma che le accuse di stregoneria si diffusero.

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La decolonizzazione della salute mentale.

La decolonizzazione della salute mentale.

L’importanza della decostruzione di  un sistema di salute mentale incentrato sull’oppressione

di Karina Zapata, per il Calgary Journal    Traduzione: Intersecta

Subito dopo avere dato alla luce sua figlia, otto anni fa, Mimi Khúc è caduta in una grave depressione postpartum. Mentre molte madri trascorrono i primi mesi dopo il parto lottando per rimanere sveglie, lei ha trascorso quel tempo cercando di capire come sopravvivere.

“Non sono riuscita a trovare risorse. Non sono riuscita a trovare ragioni che spiegassero perché la vita fosse così difficile per me”, ci dice Mimi Khúc, scrittrice, ricercatrice e insegnante a Washington, D.C. specializzata in salute mentale e studi decoloniali.

Diverse persone le hanno suggerito che la causa poteva essere uno squilibrio chimico che poteva  essere curato con i farmaci. Ma non era abbastanza. Quindi si è rivolta alla sua esperienza negli studi asiatici americani per trovare risposte da sola.

Insieme alla difficoltà di essere una neomamma, ha trovato molte narrazioni di contorno che hanno contribuito al suo senso di sofferenza: la difficoltà di essere un’asiatica americana in Nord America, il background di rifugiata ereditato dalla sua famiglia e le pressioni legate al fatto di essere una madre asiatica americana.

La comprensione  e la decodificazione di queste narrazioni ha aiutato Mimi Khúc a riconoscere il suo dolore e a trovare nuovi strumenti per la guarigione quando l’approccio individualistico e medico che le era stato prescritto non funzionava – non avendo tenuto conto di importanti fattori esterni che hanno contribuito al declino della sua salute mentale.

In effetti, secondo la dotteressa Khúc, quell’approccio a volte può essere controproducente per molte persone, comprese le persone di colore, che sono spesso colpite a livello psicologico da atti di oppressione.

Questo è il motivo per cui i professionisti in tutto il Nord America stanno lavorando per decolonizzare la salute mentale lavorando verso la guarigione collettiva per lenire le ferite della colonizzazione e dei traumi basati sull’oppressione, guidati in questo dagli studi indigeni e decoloniali.

Un sistema che non funziona per tutti

Elisa Lacerda-Vandenborn ha condiviso un’esperienza simile a Khúc. Quando si è trasferita dal Brasile al Canada nel 2002, si è confidata con un terapeuta sui suoi attacchi estremi di solitudine e depressione. Ma lei  lasciava ogni appuntamento sentendosi come se fosse colpa sua se stesse lottando contro un male.

“Era un approccio molto personalizzato. Tipo, sai, mettiti in un angolo e scopri chi sei e lavora sulla tua autostima”, dice l’insegnante dell’Università di Calgary e candidata al dottorato in psicologia dell’educazione.

Da sola, Elisa Lacerda-Vandenborn ha scoperto che la sua tristezza era in realtà causata dalla mancanza della sua famiglia e di un senso di comunità, che era una parte fondamentale della sua vita in Brasile. Si è poi trasferita in una cooperativa, riuscendo a far parte di una comunità anche in Canada. La sua salute mentale è migliorata drasticamente.

Dice che il modo in cui funziona il sistema di salute mentale ora – con professionisti medici che usano meccanismi di coping e farmaci personalizzati e di somministrazione quotidiana come soluzioni principali – può essere isolante e più dannoso che utile per le persone che hanno bisogno di qualcosa in più del tradizionale aiuto psichiatrico.

Sia Elisa Lacerda-Vandenborn che Mimi Khúc pensano a quanto possa essere particolarmente dannoso questo approccio per persone come loro, cresciute in società più comunitarie a causa delle loro culture di origine. Dicono anche che il sistema di salute mentale deve fare di più per riconoscere le dinamiche culturali e il razzismo che influenzano la loro vita quotidiana e la vita di molte altre persone non bianche.

La dottoressa Khúc dice che è su questo punto che l’attuale sistema di salute mentale può essere migliorato per le persone di colore.

“Diciamo sempre che qualcuno sta lottando perché è visivamente depresso o sta attraversando il suo dolore individuale o la sua lotta individuale e non pensiamo spesso al dolore nel contesto delle forze storiche, delle strutture sociali o delle dinamiche culturali”.

Quel contesto, dice, è cruciale per le persone razzializzate, i cui background culturali danno forma a ciò che sono.

“La terapia è meravigliosa ed è uno strumento utile, ma non coglie anche la misura in cui si sperimenta la sofferenza”, dice. “La terapia non può spiegarmi – o almeno la maggior parte dei terapisti non può spiegarmi – come il razzismo modella la mia sofferenza quotidiana”.

Sebbene Jennifer Mullan, scrittrice, accademica, psicologa clinica e fondatrice di Decolonizing Therapy nel New Jersey, affermi che alcune persone hanno bisogno di terapia e farmaci individuali per stare meglio, è d’accordo con la collega Khúc.

“Non possiamo separare le persone e la loro sofferenza – non solo la malattia – da ciò che sta accadendo sistematicamente”.

Questo è il motivo per cui queste tre donne, Lacerda-Vandenborn, Khúc e Mullan, stanno lavorando per decolonizzare la salute mentale in Canada e negli Stati Uniti.

Decolonizzare la salute mentale

Jennifer Mullan si concentra sulla terapia decolonizzante attraverso un gruppo di peer education che gestisce come terapista presso la New Jersey University e come fondatrice della Decolonizing Therapy, che mira a sensibilizzare online.

“Facciamo molto lavoro sulle origini ancestrali del malessere, molto lavoro sul trauma intergenerazionale, affrontiamo la rabbia come una funzione e un normale sistema di comprensione del vivere in un mondo che continua a opprimerci e non fornisce a molte di noi ciò di cui abbiamo bisogno”, dichiara.

Secondo Elisa Lacerda-Vandenborn, molti individui oppressi hanno bisogno di connessione, proprio ciò a cui l’attuale sistema di salute mentale non lascia spazio.

“È il nostro momento di partecipare alla decolonizzazione. Questo è un processo condiviso “.

Jennifer  Mullan sottolinea che decolonizzare la salute mentale non significa solo fare ricerca sulla competenza culturale, intesa come capacità di comprendere e interagire con persone di culture diverse. E’ invece importante riconoscere che per molti individui neri, indigeni e non bianchi, il trauma dell’oppressione e della colonizzazione gioca un ruolo importante nel loro stato di salute mentale.

“La decolonizzazione non è una metafora e cercare di occuparsi meglio della salute mentale non sarà sufficiente. Essere culturalmente competenti, a mio modesto e amorevole parere, non è sufficiente ”, afferma la dottoressa Mullan.

Il lavoro della dottoressa Khúc, che si concentra sulla decolonizzazione della salute mentale degli asiatici americani, è in linea con questa affermazione.

“Voglio dire, chi più delle persone che lo stanno vivendo può dire in che modo qualcosa fa male e perché qualcosa fa male? Di sicuro ne sanno di più rispetto a medici bianchi che pensano di essere addestrati nella competenza culturale”.

Andare verso la guarigione collettiva

Per Mimi  Khúc, un sistema di salute mentale decolonizzato è un sistema che consente alle comunità di decidere cosa è considerato sofferenza, e non un sistema che decide per loro.

“Quando dico decolonizzazione, voglio mettere in discussione e interrogare i modi in cui queste forze e istituzioni più grandi ci hanno detto cosa conta come salute mentale e cosa conta come sofferenza”, ci dice la Khúc. “Per indagare su questo, devo attingere alla comunità e pensare al tipo di conoscenza che proviene dalle nostre comunità su cosa sia la sofferenza”.

“Come decostruiamo questi sistemi di potere per consentire alle persone di rivendicare le proprie conoscenze ed esperienze?”

Ma, secondo Jennifer Mullan, l’idea di guarigione collettiva è stata sistematicamente vietata alle persone di colore non dando loro il tempo di riunirsi in gruppi o pensare ai loro bisogni emotivi.

“Penso che quello che è successo negli ultimi 20 o 30 anni è che molte persone di colore hanno iniziato a cercare di sopravvivere, comprensibilmente”, ci spiega. “Il sistema è davvero bravo nel farci concentrare solo sulla sopravvivenza, così non abbiamo il tempo di riunirci e guarire collettivamente in comunità, il che penso sia piuttosto cruciale”.

Riconoscere la colonizzazione e il trauma basato sull’oppressione, ci spiega, aiuterebbe in questo.

Colonizzazione e traumi basati sull’oppressione

Tuttavia, può anche essere difficile per le persone riconoscere i traumi causati dalla colonizzazione e dall’oppressione come problemi di salute mentale.

Mimi Khúc, per esempio, ha lottato per stabilire questa connessione fino a quando non ha scavato in profondità nelle sue narrazioni di sofferenza quando stava vivendo la depressione postpartum. Ora incoraggia gli altri a usare la loro esperienza e convivenza con il trauma per decolonizzare la salute mentale.

“La mia speranza per decolonizzare la salute mentale è porre al centro la comunità e usare le arti per pensare a nuove forme che possono affrontare la nostra sofferenza e per responsabilizzare coloro che soffrono, renderli i produttori della propria conoscenza, delle proprie pratiche di guarigione”.

Questa sofferenza, dice Jennifer Mullan, è spesso radicata nella colonizzazione e nell’oppressione.

“Sento così tanto la depressione, l’ansia, il costante stato di trauma che stiamo attraversando, questo complesso trauma evolutivo, questo concetto di risposta di lotta, fuga, congelamento in cui ci troviamo sono dovuti a sistemi di oppressione, e so tutto ciò è dovuto a questi atti palesi e occulti di razzismo e colonizzazione e agli effetti della colonizzazione sulle nostre menti, corpi e spiriti “.

La dottoressa Mullan dice che le microaggressioni – commenti o azioni che sottilmente e spesso involontariamente esprimono un atteggiamento prevenuto nei confronti di qualcuno – sono anche atti di oppressione che possono causare stress traumatico basato sulla razza in molte persone non bianche.

“Il livello costante di accresciuta consapevolezza, ipereccitazione e cognizione di cui i neri e i razzializzati devono essere costantemente fare prova è davvero sbalorditivo ed è spesso il motivo per cui siamo molto esausti, molto traumatizzati e molto tristi”.

La sofferenza o il trauma causato dall’oppressione, secondo le tre ricercatrici, è spesso tramandata di generazione in generazione. Molte persone razzializzate stanno ora sentendo quel trauma. Questo è spesso indicato come trauma intergenerazionale e talvolta come trauma storico.

Secondo uno studio del 2018 pubblicato su World Psychiatry, gli scienziati suggeriscono che il trauma può essere trasmesso alle generazioni successive attraverso un cambiamento duraturo nella funzione del DNA. Questo cambiamento è epigenetico, al contrario di quello genetico. Ciò significa che la struttura del DNA stesso non è cambiata, ma l’espressione del DNA può esserlo.  Questo mutamento epigenetico può avere un effetto duraturo sull’individuo e sulla sua prole.

Ciò è particolarmente vero per le persone razzializzate che potrebbero non aver avuto il tempo di pensare ai loro bisogni emotivi. Jennifer Mullan ha visto questo meccanismo all’opera con i suoi stessi genitori, che hanno svolto due o tre lavori per assicurare il cibo in tavola e un tetto sopra le loro teste, ma erano ancora costantemente in difficoltà.

“Non c’era modo per mio padre di esaminare le sue storie di traumi. Non c’era modo in quel momento per  mia madre di essaminare eventuali relazioni tossiche nella sua famiglia”, racconta. “Quella riduzione al minimo delle nostre emozioni, credo che sia stata tramandata di generazione in generazione fino a quando molti di noi ora stanno ricordando e riconnettendosi con i nostri antenati.”

Jennifer Mullan sta ora cercando di fare capire che molte persone sperimentano traumi intergenerazionali, nonostante il termine sia spesso associato soltanto alle vittime delle scuole residenziali, dell’Olocausto, dei campi di internamento giapponesi e della schiavitù.

Tuttavia, non avrebbe imparato ciò se non fosse stato per i contributi degli autori indigeni.

Gli studi decoloniali indigeni come guida.

Quando la dottoressa Mullan ha iniziato la sua ricerca sulla decolonizzazione della salute mentale, si è rivolta a molti autori indigeni come Maria Yellow Horse Brave Heart e Eduardo e Bonnie Duran, affinché le illustrassero la psicologia postcoloniale. Questa letteratura le ha permesso di vedere una connessione tra il lavoro di decolonizzazione che le comunità indigene stanno facendo e il lavoro decolonizzazione della salute mentale che sta attualmente svolgendo lei,  entrambi radicati nel trauma intergenerazionale.

“Dato che stavo già facendo ricerche sui traumi intergenerazionali, ho iniziato a guardare a tutti i modi in cui avevamo – avevo – dimenticato me stessa, e avevo dimenticato la mia gente. Me ne ero dimenticata perché ne avevo il privilegio, stavo dimenticando anche la mia negritudine perché la mia famiglia stava cercando di emanciparsene”.

Il lavoro decoloniale indigeno è estremamente importante anche per Elisa Lacerda-Vandenborn, il cui lavoro si concentra sulla scienza, la conoscenza e i modi di essere indigeni e su come tale prospettiva viene applicata alla psicologia in Canada.

Questa prospettiva le ha permesso di provare un senso di familiarità quando ha sofferto per la prima volta di solitudine e isolamento in Canada.

“Quando ho iniziato a cercare cose che fossero in linea con una prospettiva più comunitaria, è stato nel sapere degli indigeni che ho trovato quello che mi serviva. È quasi come se avessi trovato la casa. Siamo collegati da un filo conduttore,  l’importanza della comunità, l’importanza delle relazioni, l’importanza di guardare al contesto.”

Khúc pensa spesso a questa sintonia di vissuto quando usa il termine “decolonizzazione” per riferirsi al malessere degli asiatici americani.

“Voglio essere rispettosa verso le persone indigene che stanno facendo il lavoro decoloniale e non usare il termine alla leggera, ma anche io, come vietnamita americana e asiatica americana, ho la mia storia di colonizzazione, anche noi abbiamo le nostre storie di relazioni con pratiche coloniali”, ci racconta.

“Come rifugiata, mi sento come un soggetto coloniale sfollato”, aggiunge, riferendosi alla storia della colonizzazione in Vietnam e al modo in cui ciò la colpisce ancora oggi, nonostante lei ora viva negli Stati Uniti “Quindi decolonizzare il sistema è sì utilizzare un pratica relativa ai progetti decoloniali indigeni, ma è anche qualcosa di diverso”.

Elisa Lacerda-Vandenborn si riferisce a questo come un “terzo spazio”, che si trova tra le prospettive occidentali e le prospettive indigene. Per lei e Mimi Khúc, questo spazio integra pezzi da tutte e tre le prospettive in modo che il sistema di salute mentale possa dare alle persone ciò di cui hanno veramente bisogno, il che è cruciale per la decolonizzazione della salute mentale.

Jennifer Mullan aggiunge che, al fine di lavorare per un sistema di salute mentale decolonizzato, la guarigione per tutte le persone dovrebbe avvenire in tanti modi, non riconducibili che solo a terapie individuali e prescrizioni farmacologiche.

“Credo davvero che la nostra comprensione della terapia debba uscire da dalla visione che vede nella sofferenza solo un problema col cervello. Credo anche l’approccio indigeno e spirituale debbano essere maggiormente inclusi come forma di terapia, e che non si dovrebbe considerare terapia soltanto il lavoro che si fa in uno studio con un medico diplomato”.

Ciò significa che quando prescrivono risorse per la guarigione, idealmente i professionisti della salute mentale dovrebbero raccomandare metodi appropriati specificamente per il paziente che stanno trattando. Può assomigliare al lavoro spirituale degli indigeni, allo yoga, allo sciamanesimo e altro ancora. Ogni persona è diversa, e ha un sua storia.

La dottoressa Mullan dice che alcune persone hanno bisogno di terapie individuali e farmaci per stare meglio. Tuttavia, vorrebbe vedere approcci di guarigione più collettivi e olistici alla salute mentale come opzioni riallacciandosi a quanto avveniva prima della colonizzazione.

“Penso che continuiamo a incolpare noi stess* o il nostro cervello o le nostre storie di traumi – e non che non abbiano un ruolo importante – ma stiamo continuando a ignorare la responsabilità di questi sistemi di oppressione”.

Anche la dottoressa Khúc sottolinea che questo lavoro è importante per tutti, non solo per le persone razzializzate.

“Penso che la pratica della decolonizzazione debba provenire dalle comunità razzializzate, ma l’idea è che vada a vantaggio di tutt* perché prende la salute mentale e la rimette nelle mani delle comunità. Tutte le comunità trarrebbero vantaggio dal fatto che fosse nelle loro mani e non soltanto nelle mani dei cosiddetti esperti”.

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Basmanov, l’uomo che fece innamorare Ivan il terribile.

Basmanov, l’uomo che fece innamorare Ivan il terribile.

La storia non va usata per rafforzare le proprie convinzioni, va semplicemente studiata.

a cura della Redazione di Intersecta

“Era un giovane di circa vent’anni, di straordinaria bellezza, gravemente colpito da un’espressione facciale sgradevolmente sfacciata. Era vestito più preziosamente degli altri e, contrariamente alla consuetudine generale dell’epoca, portava i capelli lunghi e nella sua faccia senza barba, come in tutto il suo comportamento, si esprimeva qualcosa di incosciamente virile . Il comportamento degli altri nei suoi confronti sembrava un po ‘strano. Parlarono con lui come a una persona del loro genere e non mostrarono particolare rispetto per lui; ma quando si avvicinò a uno dei gruppi, gli opričniki separarono immediatamente e quelli che erano stati seduti sulle panchine si alzarono e gli offrirono il loro posto. Sembrava che volessero stare attenti a lui o temerlo. Quando si rese conto di Serebrjanyj e Micheitsch, li misurò con uno sguardo altero, fece un cenno agli opričniki che avevano condotto gli sconosciuti a Sloboda e sembrò indagare sul loro nome, poi sbatté di nuovo le palpebre a Serebrjanyj e sussurrò con un sorriso malizioso in silenzio qualcosa ai suoi compagni. “

Questo estratto di un famoso romanzo storio di Aleksej Tolstoj, cugino del più noto Lev, offre un vivido ritratto di Fyodor Alexeyevich Basmanov, opričnik (cioè membro dell’esercito privato dello Zar Ivan IV, che esercitava il potere politico e militare nella parte di Russia direttamente governata dallo Zar, negli anni del conflito con i boiardi), confidente, assaggiatore personale, e per alcuni anni amante dello Zar noto come Ivan il terribile.

Sì, perché l’autoritario e sanguinario Zar di tutte le Russie, religiosissimo e responsabile di massacri (per le cui vittime faceva celebrare funzioni in suffragio), spietato con i potenti boiardi e amato dai poveri contadini (che in tantissime leggende popolari lo raffigurano come sovrano buono e saggio), lucido e folle al tempo stesso, violento e incline al misticismo, che in vita sua ebbe otto mogli, non nascose mai un debole per i ragazzi belli e intelligenti, possibilmente in abiti femminili.

E il giovane Fyodor, valoroso combattente e giovane capriccioso e vanitoso, dai lineamenti delicati e lunghi capelli neri, entrò subito nel cuore dello Zar perché gli ricordava nelle fattezze l’adorata prima moglie Anastassija Romanowna Sacharjina-Jurjewa, l’unica persona in grado di mitigare i suoi eccessi dovuti alla depressione e agli attacchi di ira di cui soffriva, e che sarebbero degenerati in paranoia nel ultimi anni della sua vita.

Fyodor era il figlio di Alexei Danilowitsch, e insieme i due difesero valorosamente la città di Ryazan contro i Tatari, venendo per questo accolti a corte e entrando nelle grazie dello Zar.

Il giovane Basmanov divenne quindi confidente e amante di Ivan IV (che non aveva nessuna remora a mostrarsi in pubblico in dolci atteggiamenti con lui), e utilizzò la vicinanza allo zar per aumentare il suo potere a corte ed emarginare i rivali. Libero, disinibito, di vivace intelligenza, per alcuni anni giocò un ruolo di rilievo nella vita politica dell’Opričnina, e arrivò a diventare comandante in capo delle truppe di stanza nel sud della Russia.

Fino a quando il padre Alexei venne accusato, non si sa se a torto o a ragione, di una congiura al soldo del nemico giurato dello Zar, il re Sigismondo II di Polonia, e padre e figlio cadono in digrazia e vengono arrestati.

A questo punto la storia diventa poco certa: si narra che Fyodor, per dimostrare la sua assoluta fedeltà a Ivan il terribile sia stato spinto a uccidere con le proprie mani il padre, e che per questo ebbe salva la vita, che concluse in esilio in un monastero a Belozersk, dove morì anni dopo per malattia. Altre versioni, meno credibili, riportano che fu decapitato o addirittura impalato.

Basmanov è descritto dai testimoni contemporanei come arrogante e mitomane: amava la ricchezza, gli piaceva indossare in pubblico i gioielli e vestiti costosi che lo zar gli aveva dato. Secondo le fonti, era però anche un abile e ambizioso soldato, e ha saputo dimostrarlo più volte sul campo di battaglia. È spesso raffigurato con una corona di fiordalisi blu in testa e stivali rossi, ed è così che lo interpreta Dmitri Pissarenko nel film “Ivan il Terribile” del 1991, diretto da Gennadiy Vasilev.

Sembra strano immaginare lo Zar cristianissimo di tutte le Russie, amico personale di alcuni asceti noti come “Stolti di Cristo” e poi canonizzati dalla Chiesa Ortodossa, che si innamora ricambiato di un giovane militare, ma il nostro stupore è dovuto a un pregiudizio radicato, quello secondo cui il medioevo cristiano, a Oriente e a Occidente, sia stato un monolite storico improntato alla più rigida omofobia. Non era così.

I primi decreti apertamente omofobi vennero adottati secoli dopo dallo Zar Pietro il Grande, noto come sovrano moderno e riformatore, influenzato dall’Illuminismo.

La storia non va usata per rafforzare le proprie convinzioni, va semplicemente studiata.

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Non c’è salute mentale senza diritti umani.

Non c’è salute mentale senza diritti umani.

Un’analisi del recente rapporto del relatore speciale delle Nazioni Unite.

di Adishi Gupta, per Madinasia.com    Traduzione: Intersecta

Negli ultimi mesi il mondo sta vivendo situazioni sempre più difficili su vari fronti, in parte innescate dalla pandemia COVID-19. Ci sono stati e continuano ad esserci numerosi casi di violenza e ingiustizia nei confronti delle persone vulnerabili e emarginate. Bisogna comunque dire che la maggior parte di questa violenza era una realtà quotidiana per tantissime persone in tutto il mondo sin da prima della pandemia. Tuttavia, la cattiva gestione della pandemia da parte di vari governi si è spesso aggiunta a peggiorare la situazione.

In questi tempi di crisi, è diventato ancora più necessario mettere in primo piano discorsi e misure incentrate sulla promozione e protezione di tutti i diritti umani. Alla luce di ciò, siamo liet* di vedere che l’ultimo rapporto del Relatore Speciale delle Nazioni Unite (SR), Dr Dainius Pūras, adottato nella 44a sessione del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite si distingue nel dichiarare che “Non c’è salute mentale senza diritti umani ”. In questo nuovo rapporto, si chiedono misure a livello mondiale per garantire il “diritto di tutti al godimento del più alto livello raggiungibile di salute fisica e mentale”.

Il dottor Pūras ha già fatto appello in altri documenti  alla necessità di “abbandonare il modello medico predominante che cerca di curare le persone prendendo di mira i disturbi”. In questo nuovo rapporto, insiste sull’importanza della “promozione e protezione di tutti i diritti umani, civili, politici, economici, sociali e culturali, compreso il diritto allo sviluppo ”. Questo rapporto è stato molto apprezzato dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità.

Pūras  ci esorta a fare attenzione a come il Movimento per la Salute Mentale Globale viene inquadrato e implementato  perché ciò avrà un enorme impatto sul rispetto o meno dei diritti umani. Il Movimento per la salute mentale globale (MGMH) mira ad aumentare l’accesso ai servizi di salute mentale e a un sistema più ampio di patrocinio legale, attivismo e ricerca. Il fatto che il relatore speciale si riferisca a un migliore inquadramento che garantisca i diritti umani ci dice che ci sono punti critici nel modo in cui il MGMH viene attualmente attuato e che ciò necessita riflessione e cambiamento. Inoltre, parla della necessità di valutare criticamente quali politiche possono funzionare in determinate aree e contesti, sottolineando come non possiamo semplicemente “esportare” strategie di advocacy e altri modelli operativi dal nord al sud del mondo.

Il rapporto sottolinea l’importanza di allontanarsi dalla standardizzazione per la salute mentale globale come unico strumento, perché “se è vero la standardizzazione è importante per il lavoro globale, questo approccio trascura la comprensione e le pratiche che resistono alla standardizzazione a causa della complessità o delle particolarità locali”

In quanto abitanti della ragione Asia-Pacifico, è della massima importanza per noi che le linee guida globali non siano pedissequamente applicate al nostro contesto, senza la dovuta considerazione delle nostre realtà sociali. Secondo l’autore del rapporto:

“Un percorso basato sui diritti per ottenere una maggiore rilevanza locale nei problemi legati alla salute mentale globale potrebbe essere quello di passare da una pratica basata sull’evidenza a un’evidenza basata sulla pratica, che prende come punto di partenza le realtà locali, la prossimità e la comprensione reciproca nell’assistenza. La ricerca mostra che la riforma del sistema di salute mentale nelle aree fragili e colpite da conflitti emerge attraverso pratiche creative, sperimentazione, adattamento e applicazione della conoscenza, poiché le persone affrontano l’incertezza e la complessità in contesti in cui a volte mancano risorse fondamentali”.

Questo punto di vista è entusiasmante per noi perché mette i diritti in prima linea in tutte le azioni mentre ci chiede di passare da prove basate sull’evidenza (applicazione meccanica di protocolli medici) a prove basate sulla pratica (fondate sull’esperienza delle comunità locali).

Il rapporto cita la Dichiarazione di Bali del 2018 di TCI Asia Pacific che “affermava la necessità di un cambio di paradigma nella salute mentale verso l’inclusione e lontano da un focus dominato dal modello medico” ed era simile all’approccio condiviso da altre organizzazioni come Mental Health Europe. Diverse organizzazioni condividono questo approcciofavorevole al passaggio ad alternative non mediche e queste voci si aggiungono alla dibattito mondiale sul tema chiedendo un passaggio da servizi solo medici ad altri mezzi culturalmente rilevanti, incentrati sulla comunità e sulla comprensione  traumi per migliorare globalmente la salute dell’individuo.

Il rapporto afferma che le violazioni dei diritti umani, fondate sulla coercizione, lo stigma e la discriminazione contro le persone con disabilità, sono ancora tutte in corso a causa delle pratiche esistenti nel campo della salute mentale e che è necessario e urgente lavorare per eliminare queste strutture oppressive.

I sistemi di salute mentale in tutto il mondo sono dominati da un modello biomedico riduzionista che utilizza la medicalizzazione per giustificare la coercizione come pratica sistemica e qualifica le diverse risposte umane a determinanti contesti sociali (come disuguaglianze, discriminazione e violenza) come “disturbi” che necessitano di trattamento. In un tale contesto, i principi fondamentali della Convenzione sui diritti delle persone con disabilità vengono attivamente calpestati e trascurati. Questo approccio ignora le molteplici prove che dimostrano che gli investimenti per essere efficaci dovrebbero mirare alle popolazioni, alle relazioni fra persone e alla vita sociale, piuttosto che unicamente agli individui e alla biologia del loro cervello. È lodevole che il rapporto parli  dello squilibrio di potere radicato nello spazio della salute mentale e mette in rilievo l’importanza della “partecipazione delle persone con problemi di salute mentale, comprese le persone con disabilità, nella pianificazione, monitoraggio e valutazione dei servizi, nel rafforzamento del sistema e nella ricerca. ”

La combinazione di un modello biomedico dominante, di asimmetrie di potere e dell’ampio uso di pratiche coercitive caratterizza non solo l’approccio alle persone con condizioni di salute mentale, ma anche l’intero campo della salute mentale, ostaggio di sistemi obsoleti e inefficaci. Gli Stati e le altre parti interessate, in particolare gli ordini degli psichiatri, dovrebbero riflettere in modo critico su questa situazione e unire le forze per abbandonare l’eredità dei sistemi basati sulla discriminazione, l’esclusione e la coercizione.

Pūras in guardia contro la “sovra-medicalizzazione” e riflette sulle etichette assegnate sula base di  “limiti imposti intorno a comportamenti ed esperienze normali o accettabili”. Afferma che le risposte medicalizzate all’esclusione sociale e alla discriminazione “possono spesso colpire in modo sproporzionato le persone che affrontano l’emarginazione sociale, economica o razziale”.

La medicalizzazione può mascherare la capacità di localizzare il proprio sé e le proprie esperienze all’interno di un contesto sociale, alimentando il mancato riconoscimento delle legittime fonti di disagio (problemi di salute o traumi collettivi) e producendo alienazione. In pratica, quando le esperienze e i problemi sono visti come esclusivamente medici piuttosto che sociali, politici o esistenziali, le risposte sono incentrate su interventi a livello individuale che mirano a riportare un individuo a un livello di funzionamento all’interno di un sistema sociale piuttosto che affrontare le cause della sofferenza e iniziare un percorso di cambiamento necessario per contrastare quella sofferenza a livello sociale. Inoltre, la medicalizzazione rischia di legittimare pratiche coercitive che violano i diritti umani e possono rafforzare ulteriormente la discriminazione nei confronti di gruppi già in una situazione emarginata nel corso della loro vita e attraverso le generazioni.

Il relatore Onu quindi, fa appello ad allontanarsi dagli “interventi a livello individuale” riflettendo criticamente sulle strutture sociali esclusive e discriminatorie che causano disagio. Questo è un punto importante, che ci spinge a smettere di guardare gli individui attraverso la lente di una malattia, e passare a una lente sociale – cosa può essere successo per far sentire o reagire in questo modo? Tutto ciò entusiasmante per noi di Mad in Asia Pacific, visto che da anni lavoriamo per sensibilizzare a questo modello di giustizia sociale.

Al fine di prevenire la medicalizzazione di massa, è essenziale incorporare un quadro dei diritti umani nella concettualizzazione e nelle politiche per la salute mentale. L’importanza del pensiero critico (ad esempio, l’apprendimento dei punti di forza e di debolezza di un modello biomedico) e la conoscenza dell’importanza di un approccio basato sui diritti umani e sui determinanti della salute devono essere una parte centrale dell’educazione medica.

L’autore del rapporto riconosce che i sistemi e le istituzioni di assistenza sanitaria mentale stanno fallendo e che ci sono altri approcci per considerare il diritto alla salute. Indica progetti comunitari innovativi che si concentrano sulla costruzione di forza e resilienza nelle comunità, consentendo la diversità e l’accettazione di diverse versioni di “normalità”.  Diverse sezioni del rapporto sottolineano anche l’importanza di impegnarsi con persone con esperienze vissute e chiedono l’accettazione di comunità diverse e di esperienze non standardizzate.

Un’azione che si concentra solo sul rafforzamento dei sistemi e delle istituzioni di assistenza sanitaria alle persone con difficoltà psicologiche non è rispettosa del diritto alla salute. Il luogo dell’azione deve essere ricalibrato per rafforzare le comunità ed espandere la pratica basata sull’evidenza che riflette una diversità di esperienze.

Pūras chiede un “incremento immediato delle alternative basate sui diritti e non coercitive” che “da attuare nei quartieri e nelle comunità di tutto il mondo” operando con un “profondo impegno per i diritti umani, la dignità e le pratiche non coercitive, che rimangono una sfida difficile nei sistemi di salute mentale tradizionali che dipendono troppo da un paradigma biomedico “.

Il rapporto esorta anche a un impegno critico e duraturo su fattori come il cambiamento climatico, la sorveglianza digitale e l’attuale situazione pandemica COVID-19 e i loro effetti sulla salute mentale globale. E’ messo nero su bianco che la “realizzazione emotiva ed esistenziale dell’ampiezza del problema climatico” è sempre più sperimentata soprattutto da bambini e giovani. Inoltre,  si parla della limitazione dei diritti delle persone e del grave danno che la “sorveglianza non trasparente” delle persone da parte di attori statali o non statali può arrecare alla salute mentale delle persone.

Infine il rapporto si chiude con una serie di importanti conclusioni e raccomandazioni, dichiarando con fermezza che “non c’è salute senza salute mentale e non ci sono buona salute mentale e benessere senza un approccio basato sui diritti umani”.

L’impegno olistico e interdisciplinare del rapporto con la salute mentale ci riempie di un’immensa speranza in un mondo più giusto ed equo e noi di Mad in Asia Pacific lo sosteniamo pienamente.

Puoi scaricare le versioni Word e PDF del rapporto completo in inglese e in molte altre lingue qui. https://undocs.org/en/A/HRC/44/48

 

Si ringrazia Jhilmil Breckenridge per l’incoraggiamento a scrivere questo articolo.

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“Abbiamo già smesso di chiamare i poliziotti”.

“Abbiamo già smesso di chiamare i poliziotti”.

Cosa possiamo imparare dalle attiviste contro la violenza domestica sul tema dell’abolizione della polizia.

di Aviva Stahl per bustle.com   Traduzione: Intersecta

Era la fine degli anni ’90 quando l’attivista Leah Lakshmi Piepzna-Samarasinha, che allora viveva a Toronto, si ritrovò in una situazione impossibile. Il suo partner, che chiamerò “T”, era diventato violento, ma chiamare la polizia non era un’opzione. Per cominciare, temeva che chiamare la polizia potesse mettere a repentaglio lo status di cittadina nel paese in cui era emigrata, il Canada. Inoltre, entrambe erano persone nere della classe operaia, e T era già stato in prigione. “Anche nella situazione di pericolo in cui ero, pensavo: ‘Amo e mi prendo ancora cura del mio partner, e non penso che chiamare la polizia aiuterà nessun* di noi a ottenere sicurezza’”, dice Piepzna-Samarasinha.  Al contrario, ha iniziato a cercare altri modi per affrontare ciò che stava accadendo. “Avevo bisogno di trovare un modo per creare sicurezza di cui avevo bisogno senza fare affidamento sulla polizia.”

Nelle settimane trascorse dall’uccisione di George Floyd, le proteste sostenute contro il razzismo e la violenza di stato – le più grandi che molt* di noi hanno visto nella propria vita – hanno portato alla ribalta un dibattito precedentemente relegato ad attivist* di sinistra: che l’unico modo per rendere veramente più sicure le nostre comunità è tagliare i fondi destinati alla polizia e, in futuro, abolirla completamente. Molt* attivist* hanno rifiutato le riforme proposte, come la creazione di un controllo aggiuntivo o il cambiamento delle regole per l’uso della forza da parte degli ufficiali e, per la prima volta, molt* american* stanno valutando come potrebbe essere la loro vita se i dipartimenti di polizia venissero sciolti in massa. È logico che si chiedano: che dire della violenza perpetrata da civili? E se una persona cerca di farmi del male?

È importante ricordare che, per molt* di noi, il luogo più pericoloso non è un vicolo buio o un angolo di strada. La maggior parte delle donne assassinate negli Stati Uniti (e in tutto il mondo) vengono uccise nelle proprie case, per mano di un partner intimo o di un familiare. Se si tratta di questa forma di violenza più endemica, gran parte di noi ha già smesso di chiamare la polizia. Dal 2010 al 2018, il 57% delle persone uccise da un partner a New York – che avevano quasi sicuramente sperimentato precedenti episodi di violenza – non aveva mai denunciato episodi di questo tipo al Dipartimento di polizia.

Quando la polizia risponde, non c’è nessuna garanzia che aiuterà. Nel 2012, Marissa Alexander, una donna nera della Florida è stata condannata a 20 anni per aver sparato un colpo di avvertimento contro l’ex marito violento, senza colpire e danneggiare nessun*. Dopo che la corte d’appello ha ordinato un nuovo processo, Alexander ha accettato un patteggiamento che ha limitato la sua pena ai tre anni che aveva già scontato. Negli ultimi anni, innumerevoli altre survivor sono state arrestate per essersi difese dopo aver sopportato anni di violenza, tra cui Aylaliya Birru, Tomiekia Johnson e Chrystul Kizer. “Alle sopravvissute [alla violenza di genere] nere o comunque non bianche, immigrate, povere, trans, queer, disabili… [o comunque emarginate] manca il privilegio di poter credere che la polizia o le prigioni le terranno al sicuro”, ha spiegato Colleen McCormack-Maitland, che organizza campagne a favore di survivor criminalizzate con il gruppo Survived and Punished.

Nonostante i servizi di emergenza siano a portata di mano da generazioni, il posto nel mondo in cui le donne dovrebbero sentirsi più sicure – le nostre case – è ancora il più pericoloso. Per Piepzna-Samarasinha e molte altre femministe abolizioniste, la consapevolezza che la polizia non era la risposta alla violenza a cui ha assistito e che ha vissuto è stato solo l’inizio del suo percorso politico. Il passo successivo è stato quello di sfruttare la possibilità di costruire alternative efficaci. Dall’implementazione di programmi di educazione precoce per aiutare a prevenire la violenza, all’ideazione di modi per intervenire quando si verificano abusi, fino a stabilire processi in modo che una persona violenta possa essere ritenuta responsabile: le femministe abolizioniste hanno trascorso gli ultimi decenni a creare l’infrastruttura per il mondo che sognano – uno in cui la fine della violenza misogina e la fine della polizia vanno di pari passo.

Per capire perché l’abolizionismo sostiene che la polizia americana non proteggerà e non servirà mai le persone nere, è utile guardare indietro alle origini dell’istituzione delle pattuglie di schiavi. Anche se ci aspettiamo di essere trattat* bene dalla polizia, potremmo esitare a chiamarla per le persone che conosciaimo o amiamo. Potremmo dipendere dalla persona che ha commesso danni nei nostri confronti. Potremmo avere paura che altre persone nelle nostre famiglie o comunità non ci credano. Potremmo semplicemente non voler vedere la persona che ci fa del male in manette o dietro le sbarre. Basandosi sui dati raccolti in un’indagine nazionale sulla vittimizzazione della criminalità auto-denunciata dal 2006 al 2015, il Bureau of Justice Statistics ha stimato che quasi la metà degli incidenti di violenza domestica non mortali (44%) non vengono denunciati alla polizia. La stragrande maggioranza (circa il 70%) delle vittime di abusi sessuali in età infantile sceglie di non denunciare le proprie esperienze alla polizia. Le persone trans e non binarie subiscono violenze da parte del partner e aggressioni sessuali a tassi che superano di gran lunga le persone cisgender, ma quando intervistate, quasi una persona trans su due ha affermato che non si sentirebbe a suo agio nel cercare assistenza dalla polizia.

La violenza non avviene nel vuoto; siamo conness* videndevolmente come non lo saremo mai con la polizia. Cosa significherebbe vedere queste connessioni esistenti come la protezione più forte possibile contro la violenza presente o futura?

Questa è l’idea alla base dei pod-mapping, un metodo per determinare di chi ci si può fidare se si subiscono abusi, se si assiste a violenze contro persone amate o se si è chiamat* a rendere conto della violenza che si è commessa. La pratica proviene dal Bay Area Transformative Justice Collective (BATJC), una comunità di Oakland che lavora per costruire e supportare risposte di giustizia trasformativa agli abusi sessuali su minori (CSA). Come spiega la co-fondatrice Mia Mingus, i pod creano una rete tangibile e concreta attraverso la quale le persone possono prevenire abusi su minori o fermarli quando sono in corso: “Se vedi il tuo amico trattare il suo bambino in modi umilianti, conversa con lui. Se senti il tuo amico usare un linguaggio misogino, intervieni.” Se qualcun* accetta di stare nel gruppo di un’altra persona, ciò costituisce l’impegno a creare fiducia, a presentarsi quando richiesto e a ritenere la persona responsabile del proprio comportamento.

Parlare dei danni che una persona potrebbe commettere da genitore è imbarazzante e difficile – è qualcosa che non abbiamo l’abitudine di fare, dice Mingus. Invece di assumere un ruolo attivo nella salvaguardia de* giovani nelle nostre famiglie e comunità allargate, abbiamo ceduto questa responsabilità alla polizia. Costruire un mondo senza poliziotti significa ripensare di chi fidarsi per assicurarci la sicurezza collettiva. “Ciò significa che siamo noi”, dice Mingus.

Nei molti anni trascorsi dalla fine della sua relazione violenta, Piepzna-Samarasinha ha scritto ampiamente su questi temi, diventando una voce di primo piano su come le persone queer e la sinistra possono promuovere relazioni e comunità più sicure, senza fare affidamento sui poliziotti. Nel libro “Beyond Survival”, pubblicato quest’anno [2020, ndr], Piepzna-Samarasinha e il suo co-editore hanno cercato di individuare i diversi modi in cui la giustizia trasformativa può manifestarsi nella nostra vita quotidiana, alcuni dei quali sono stati esplorati in questo articolo. In un libro precedente che Piepzna-Samarasinha ha co-editato, “The Revolution Starts at Home”, ha esaminato il modo in cui l’attivismo per la giustizia sociale ha cercato di affrontare la violenza tra partner che si verifica nelle loro stesse comunità.

Attualmente, Piepzna-Samarasinha si consulta con il gruppo API Chaya con sede a Seattle , un’organizzazione che supporta survivor asiatic* e delle isole del Pacifico alla violenza di genere e alla tratta di esseri umani. Gestisce anche “Natural Helpers”, un programma per preparare i membri della comunità a riconoscere i segnali di pericolo e le dinamiche di abuso in modo da poter assistere chi ne ha bisogno. Il programma serve a ricordare che non hai bisogno di una laurea in servizi sociali per comprendere e intervenire nella violenza che sta accadendo nella tua comunità. “Sappiamo molto più di quello che pensiamo su come supportare survivor e colpevoli”, racconta a Bustle.

Come Piepzna-Samarasinha e altr* attivist* ammettono prontamente, assumersi la responsabilità di affrontare la violenza interpersonale non è facile. “È molto irrealistico pensare che le persone diranno volontariamente: ‘Ho abusato sessualmente di questa persona!’ oppure ‘Picchio il mio partner ma ora cambierò!’” dice Sonya Shah, insegnante presso il California Institute of Integral Studies. Shah è stata impegnata nel lavoro di giustizia riparativa/trasformativa per oltre un decennio, anche come fondatrice del Collettivo Ahimsa, un gruppo che facilita le conversazioni tra coloro che hanno commesso abusi sessuali su minori e coloro che li hanno vissuti. Dice che sono molti i modi in cui le comunità hanno cercato di spingere una persona che ha fatto del male in un posto di riflessione senza sottoporla a misure punitive o all’isolamento prolungato. Nella comunità Ojibway di Hollow Water, sulle rive del lago Winnipeg, i genitori e altri membri della famiglia che perpetrano violenze sessuali trascorrono anni in un circolo comunitario di guarigione e condanna, lavorando per assumersi la responsabilità della loro condotta fino a quando non possono riunirsi formalmente con i loro figli.

Il finanziamento concesso alla polizia potrebbe essere utilizzato per sostenere programmi negli Stati Uniti che sono stati creati altrove, ad esempio un’iniziativa in Germania progettata per fornire supporto confidenziale a persone con attrazioni dichiarate verso i minori, consentendo loro di accedere alla terapia sapendo che nulla di ciò che rivelano sarà denunciato alla polizia, purché non abbiano un procedimento attivo contro di loro. Secondo Shah, una delle maggiori barriere nella prevenzione della violenza e degli abusi, soprattutto negli Stati Uniti, è che le persone che commettono violenza non hanno dove andare per capire o prevenire il loro cattivo comportamento. “Nello schema più ampio, se vogliamo prevenire [danni], dobbiamo sviluppare la nostra capacità di ascoltare cose che sono davvero dolorose e difficili”, dice.

Il Safe Bar Collective, un programma lanciato nel 2016 dalla Collective Action for Safe Spaces (CASS) con sede a DC, forma le aziende associate a identificare, rispondere e intervenire in casi di molestie sessuali e razziali in modo che utenti e impiegat* possano essere al sicuro. “Troppo spesso nella nostra concezione pensiamo soltanto a ciò di cui hanno bisogno le vittime dopo che si è verificata la violenza”, dice l’ex direttrice ad interim del CASS Alicia Sanchez Gill. “Ma dobbiamo anche pensare a come trasformare l’intera cultura affinché possiamo vivere in una comunità in cui la violenza sessuale non sia più tollerata”.

Dietro il lavoro di Gill e di altr* attivist* per la giustizia trasformativa c’è il rifiuto di accettare l’idea che l’aggressione sessuale, l’abuso familiare e la violenza da parte del partner siano inevitabili. Comprendiamo che un’educazione sessuale e sanitaria completa è la chiave per arginare la diffusione dell’HIV / AIDS, prevenire gravidanze adolescenziali indesiderate e tenere sotto controllo la pandemia di coronavirus. Cosa significherebbe se alle persone giovani, e in particolare alle giovani donne, venissero fornite competenze pratiche per proteggersi e risolvere il problema della violenza in modo che possano essere il più al sicuro possibile nel presente o in futuro?

Prima che Sikivu Hutchinson fondasse il Women’s Leadership Project nel sud di Los Angeles, non c’era nulla di locale “che affrontasse la violenza del partner, la violenza sessuale, le molestie in un modo che fosse culturalmente sensibile al capitale sociale delle ragazze afroamericane”. Oltre ad acquisire abilità pratiche, coloro che vi partecipano esplorano la costruzione della femminilità Black e Latinx e i modi in cui la misoginia razzista influisce sulle loro vite. Si incontrano e si confrontano con pensatrici femministe nere come Aishah Shahidah Simmons, parlano dell’eliminazione della violenza di genere nel mondo hip-hop e lanciano campagne nelle scuole superiori dove le molestie sessuali non vengono prese sul serio.

Hutchinson vede il WLP come uno sbocco per la salute mentale delle giovani donne partecipanti, ma non è stata in grado di espandere il programma a più di una manciata di scuole a causa delle restrizioni ai finanziamenti e della mancanza di buy-in da parte del distretto scolastico pubblico. “Nella mia mente, se parliamo di defunding e smantellamento della polizia, il vuoto che crea è di tipo generativo”, dice, e questo vuoto  consentirà una programmazione culturalmente più responsabile per le giovani razzializzate, il tipo di interventi su questioni di autostima e benessere su cui le persone bianche fanno sempre affidamento.

La richiesta di definanziare la polizia può effettivamente consentire al denaro di spostarsi verso nuove iniziative, ma come sempre, il diavolo è nei dettagli. Studiosi come Kristin Bumiller hanno tracciato i modi in cui i movimenti contemporanei contro la violenza sessuale e domestica hanno effettivamente contribuito alla criminalizzazione dei poveri e delle comunità di colore. La presunta minaccia degli uomini di colore per le donne bianche è stata un mito fondamentale della supremazia bianca, così come la cancellazione della violenza fatta alle donne di colore dagli uomini bianchi. Le iniziative che non riconoscono queste storie e questi modelli rischiano di ricrearli.

“Incanalare e deviare le risorse dalle attività di polizia a programmi basati sulla comunità è esattamente ciò che dovremmo fare in questo momento”, afferma Gill. Che mette in guardia dall’utilizzare denaro precedentemente stanziato per la polizia per finanziare attori governativi che hanno causato anche danni permanenti a persone e famiglie razzializzate, ad esempio assistenti sociali impiegati dai servizi di protezione dei minori. Inoltre, dice Gill, le vittime di violenza non hanno solo bisogno dell’intervento della comunità, hanno bisogno di risorse materiali. “I miei genitori hanno dovuto svolgere più lavori. Come potevano essere presenti [per tenermi al sicuro da abusi]? Per molt* di noi che hanno fatto esperienza di abusi da bambin*, tutte queste situazioni hanno influito su ciò che è accaduto. Abbiamo bisogno di risorse per mantenere i minori al sicuro, di alloggi e assistenza sanitaria per tutt*”.

Piepzna-Samarasinha afferma che i fondi dovrebbero essere ridistribuiti in modo che si riconoscano le numerose iniziative che operano al di fuori di organizzazioni non profit o altre istituzioni formali. “La maggior parte delle volte, il lavoro di trasformazione più importante viene svolto da persone che non possono nemmeno accedere ai servizi statali o che sono criminalizzate”, dice. Le sew worker, ad esempio, hanno cercato di coltivare la loro sicurezza collettiva creando bad date list o facilitando gruppi di supporto tra pari guidati da sex worker. C’è inoltre un rischio significativo che i fondi ridistribuiti possano finire nelle mani dei gruppi meglio collegati in rete e meno emarginati, osserva Piepzna-Samarasinha.

“Spero che non smettiamo di credere che in realtà non abbiamo bisogno [della polizia]”, ha detto Piepzna-Samarasinha, prima di citare le parole di June Jordan. << Noi Siamo coloro che stavamo aspettando>>”.

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“Solo attraverso la relazione la vita si manifesta”.

“Solo attraverso la relazione la vita si manifesta”.

L’eco-ontologia come antidoto libertario all’essenzialismo e agli assoluti.

Di Manuela Macelloni, per Lo Sguardo – rivista di filosofia N. 26, 2018

Recensione R. Marchesini, Eco-ontologa. L’essere come relazione,  Apeiron Editoria e Comunicazione 2018

Eco-ontologia. L’essere come relazione rappresenta l’apice di un percorso che il filosofo, Roberto Marchesini, ha iniziato diversi anni fa. Correva l’anno duemiladue quando un per nulla innocuo testo, Post-human. Verso nuovi modelli d’esistenza, si presentò alla cronache del mondo della filosofia. Chi dapprima decise di ignorarlo, chi di catalogarlo tra le stranezze dei nuovi movimenti filosofici che celebravano la fine dell’uomo ma, ben presto, si iniziò a capire come, un pensiero filosofico consapevole – e che quindi si facesse effettivo carico delle questioni della contemporaneità – non potesse prescindere dai problemi aperti da quella che, a mio avviso, risulta una delle opere filosofiche fondamentali della nostra epoca. Quello di Marchesini è stato dapprima un riposizionamento dell’anthropos all’interno della filiera evolutiva in una traduzione diretta e finalmente autentica della lezione di Darwin, a cui è necessariamente conseguita la rinuncia a un paradigma essenzialistico della nozione di umanità, capace di riposizionare la dimensione umana oltre l’eccentramento offerto da tutta l’antropologia filosofica del Novecento. Marchesini ha poi proseguito in un percorso che – a partire da una rilettura dell’uomo – ha costretto a un ripensamento fondamentale anche dell’animalità secondo prospettive evoluzioniste che lo hanno condotto – attraverso un approccio cognitivo – a rigettare il paradigma prima cartesiano e poi behaviorista dell’animale macchina, rivoluzionando così il concetto di soggettività. La rilettura offerta al concetto di soggetto ha obbligato anche a un ridimensionamento del ruolo – tanto caro all’uomo – di coscienza e autocoscienza, preferendo a questi dispositivi un’attenta descrizione della differenza tra soggetto di vita e oggetto di vita. Solo così è stato possibile un effettivo superamento – attraverso l’approccio congitivo-zoonatropologico – dell’impostazione che da sempre era stata offerta all’animale quale vittima di impulsi o rinchiuso in risposte omologate e prevedibili. La soggettività diviene con Marchesini affare di tutti gli esseri viventi: ciò ha prodotto delle conseguenze irrevocabili anche sul piano ontologico con cui la sua filosofia ci obbliga a confrontarci. Dobbiamo abbandonare il caldo e rassicurante focolaio dell’essenza, dell’immutabilità, degli assoluti, per gettarci nel mare in tempesta dell’essere. La rivoluzione proposta da Marchesini, che prende forma e massima realizzazione proprio in questo ultimo testo, ci impone non solo di domandarci cosa sia effettivamente l’ontologia ma anche, soprattutto, di rimetterla in discussione come disciplina. Marchesini e il suo approccio alla dimensione del postumano costringono all’allontanamento dell’approccio essenzialista, commettono il più atroce parricidio nei confronti di Parmenide preferendogli, al suo posto, il panta rei eracliteo. La filiera evolutiva e la parzialità di ogni stato della natura non possono essere dimensionati all’interno di assoluti, dicotomie o principi di non contraddizione, ma devono per forza essere riletti alla luce di una molteplicità e plurivocità di urgenze. Eraclito con il motto del “tutto scorre” pare richiamare ante-litteram una delle considerazioni più preziose del cognitivismo marchesiniano: l’essere non è un insieme di dati prefissati, l’intelligenza deve sempre misurarsi con nuove provocazioni, ciò implica che essere soggetti di vita non è una stato di coscienza o di auto-coscienza quanto la capacità di dirimere in maniera efficace le sfide poste dal mondo. Soggetto è colui che, guidato dal desiderio, modifica se stesso nel mondo e attraverso il mondo e, grazie a questo atto di costante mutamento, può rimanere all’interno della vita. L’ontologia non ha tanto a che fare con l’essenza quindi quanto con la creazione, con le possibilità creative intrinseche ad ogni soggetto di vita – suscitate dalla dimensione sempre desiderante della vita stessa – e precluse invece alla macchina che non può di fatto andare oltre una specifica funzionalità. Ma il vero passaggio fondamentale di questo testo, a mio avviso, segna anche un superamento o meglio, un’integrazione alla lettura eraclitea dell’essere: se per Eraclito il tutto scorre può apparire come costate interscambio tra piani di realtà e di essere costantemente differenti, per Marchesini si tratta di continuità intrinseca del tutto con il tutto: «nel confronto l’identità assimila non rigetta» (ivi, p. 121), scrive l’autore. È appunto questa visione innovativa che apre le porte al concetto di ecoontologia. Mentre “tutto scorre” nulla si cancella: questo è quello che definirei la metafisica del corpo del pensiero marchesiniano;  il corpo diviene un sistema in grado di narrare contemporaneamente la storia dell’essere quale metapredicato – nessuno può prescindere dalla propria animalità – la storia della propria specie – nessuno può tralasciare la storia del proprio etogramma – e dell’individuo – nessuno può accantonare quegli accadimenti personalissimi che hanno dimensionato il proprio Esserci nel mondo.

L’eco-ontologia significa non solo pensare l’uomo all’interno della filiera evoluzionistica assieme alle altre specie ma, soprattutto, pensarlo quale organismo permeabile. Nella storia del nostro corpo c’è inscritta un’essenza relazionale al punto che, citando l’autore «L’essere in vita manca di una autofondatività ontologica giacché il suo vivere è sempre un appellarsi a qualcosa di esterno al suo qui ed ora» (ivi, p. 119). Eco-ontologia è quindi pensarsi non parte del sistema ma essenza stessa del sistema: non si tratta di una semplice simpatia tra organismi differenti ma di una parentalità ontologica intrinseca. Non si tratta solo di essere metapredicativamente animalità ma esserlo in quello specifico modo giacché è l’ecosistema ad averci impastati come tali, in quella specifica maniera e ciò secondo i tre aspetti fondamentali: metapredicato, filogenesi, ontogenesi; scrive Marchesini: «Dove comincia e dove finisce il confine di un vivente? Di certo non nella pellicola che ne separa l’organismo dal suo ambiente di via, non nelle sue dotazioni somatiche rispetto alla nicchia comunque introiettata, non nella sua ontogenesi dalla filogenesi, non nel suo qui ed ora dalle risonanze del trascorso e delle proiezioni nel futuro. Il vivente “è nella relazione” non semplicemente si pone in relazione» (ivi, p. 117). Il vero passaggio proposto da Marchesini – e su questo il filosofo è sempre il vero e solo pioniere dell’evoluzione del postumano – non è tanto il decentramento ontologico ed epistemico, questo lo aveva già detto nella sua opera prima Post-human, quanto in quello offerto da quest’ultima evoluzione del suo pensiero che lo riscopre maturo ma quanto mai innovativo. Eco-ontologia ci restituisce una rilettura delle fenomenologia della vita in cui ontologia ed epistemologia non solo non devono essere più antropocentrati ma hanno il dovere di essere ripensati secondo un’ottica relazionale. Si parlerà quindi non di nuove prospettive attraverso cui guardare il mondo – che di fatto lascerebbero intatta la dicotomica impostazione di soggetto ed oggetto – quanto piuttosto di sostituire questo paradigma con un paradigma basato sulla relazione e la compenetrazione, l’ibridazione, in cui la molteplicità di piani di realtà è capace di far parlare tutte le plurime urgenze presenti nella dimensione della vita. La vita si trova infatti in un luogo specifico: la soglia. Marchesini lo dice: «La vita manca di una potenzialità autoesplicativa o di autonomia predicativa, per cui è impossibile spiegarla interamente per ricognizione interna ma solo descriverla» (ivi, p. 115). Insomma la vita non si può spiegare, solo descrivere giacché ogni spiegazione ricadrebbe nella parzialità di un definitivo, di un assoluto, che non avrebbero nulla a che fare con il fenomeno della vita. Il filosofo sembra suggerirci alla Wittgenstein che di ciò di cui non si può parlare è meglio tacere ma, credo che Marchesini vada più a fondo: Marchesini vuole infatti, pur tacendola e allontanandone ogni possibilità, darci una spiegazione della vita che fiorisce proprio attraverso la sue inspiegabilità, un silenzio che riecheggia di tanti differenti significati, fondamentali per noi, animali umani, innamorati del senso.

Questo testo rappresenta l’atto insieme più maturo e significativo della sua filosofia essendo di fatto non solo una ricapitolazione ma un passo avanti. Forse il passo più ardito, più complesso ma quel passo di cui il pensiero aveva bisogno.